Greenspan e la sua visione della Cina, dall’ottimismo all’allarme


Nel corso degli anni, il giudizio dell’economista statunitense Alan Greenspan sulla Cina è progressivamente mutato. Da convinto sostenitore dell’apertura commerciale e dell’integrazione del regime cinese nell’economia mondiale, l’ormai defunto presidente della Federal Reserve è arrivato progressivamente a esprimere crescenti preoccupazioni per il persistente controllo esercitato dalla dittatura comunista cinese sul sistema finanziario, sui meccanismi economici e sulla gestione delle imprese.

Greenspan, scomparso il 22 giugno all’età di 100 anni, aveva formulato nel modo più chiaro la sua visione favorevole all’integrazione della Cina nei mercati internazionali nel 2000, durante un intervento alla Casa Bianca. In quel periodo Bill Clinton stava cercando di ottenere dal Parlamento l’approvazione delle relazioni commerciali con Pechino; un passaggio essenziale in vista dell’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, il Wto.

Secondo Greenspan, l’adesione della Cina al Wto avrebbe prodotto benefici economici non soltanto per il Paese asiatico, ma per l’intera economia mondiale. Avrebbe favorito una più efficiente allocazione delle risorse, innalzato il tenore di vita sia in Cina sia negli altri Paesi e contribuito a ridurre gradualmente il peso della pianificazione centrale nell’economia cinese. L’allora presidente della Federal Reserve riteneva inoltre che l’esposizione alla concorrenza internazionale avrebbe accelerato lo sviluppo economico interno, favorito l’adozione di tecnologie moderne e contribuito a togliere milioni di cittadini dalla povertà.

Ma l’analisi di uno degli economisti più famosi degli ultimi cinquanta’anni andava oltre gli aspetti strettamente economici. Greenspan sosteneva infatti che l’espansione dei meccanismi di mercato avrebbe prodotto effetti positivi anche sul piano politico e sociale: «La storia ha dimostrato che ogni riduzione del potere e ogni ampliamento dei meccanismi di mercato, come avverrebbe con l’Omc, comporta una più generale garanzia e diffusione dei diritti individuali». A suo giudizio, una maggiore integrazione commerciale con gli Stati Uniti e con le altre economie avanzate avrebbe favorito il rafforzamento dello Stato di diritto in Cina e ampliato le possibilità di scelta dei cittadini in ambiti quali il lavoro, lo stile di vita, l’accesso alle informazioni e la comunicazione.

Pochi mesi dopo, il Parlamento americano approvava le relazioni commerciali permanenti con Pechino e nel dicembre 2001 la Cina entrò ufficialmente nell’Organizzazione mondiale del commercio.

Ma con il passare degli anni l’attenzione di Greenspan si era allontanato progressivamente dai benefici attesi dell’apertura alle enormi rigidità del sistema economico cinese. Un elemento importante nella formazione di questa visione è la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998. Greenspan interpretava quella crisi come una dimostrazione dei rischi connessi agli investimenti diretti dallo Stato, ai sistemi bancari fragili, ai regimi di cambio rigidi e alla mancanza di trasparenza tipica delle dittature.

Nel corso di un’audizione al Senato nel 1998, osservava che molte economie dell’Asia orientale avevano cercato di combinare una rapida crescita economica con «una quota molto più elevata di produzione diretta dal governo» rispetto a quanto avveniva nelle economie occidentali basate sul mercato.
Per anni, diceva, i governi avevano indirizzato il risparmio interno e i capitali esteri verso progetti d’investimento che le banche erano tenute a finanziare indipendentemente dalla loro effettiva sostenibilità economica. In assenza di un autentico test di mercato, una parte consistente di quegli investimenti si era poi rivelata non produttiva. «Finché la crescita è stata positiva, le conseguenze negative di questo tipo di allocazione non legate al mercato delle risorse sono rimaste nell’ombra».

Negli anni successivi Greenspan aveva applicato sempre più spesso queste considerazioni al caso cinese. Pur riconoscendo i progressi compiuti di Pechino, continuò a sottolineare come il sistema finanziario cinese restasse fortemente influenzato dall’intervento statale. Già nel 2005, durante un’audizione davanti alla Commissione Finanze del Senato, avvertì che il sistema finanziario della Cina aveva «ancora molta strada da fare» prima di poter essere considerato sufficientemente solido e flessibile. A suo giudizio, i prezzi di mercato continuavano a svolgere un ruolo limitato nell’allocazione delle risorse finanziarie, mentre il settore rimaneva in larga misura governato da direttive amministrative e decisioni politiche.

Le sue critiche si erano poi fatte ancora più esplicite dopo aver lasciato la guida della Federal Reserve: nel 2015, intervenendo a un incontro del Council on Foreign Relations, descriveva il modello di crescita cinese degli anni precedenti come fortemente dipendente dagli investimenti diretti dallo Stato e dal ruolo dominante delle banche pubbliche. In quell’occasione aveva osservato che il regime cinese avevano inizialmente compiuto passi nella direzione di una maggiore disciplina di mercato, consentendo alcuni fallimenti aziendali e riducendo, almeno in parte, l’intervento pubblico a sostegno delle imprese. Greenspan diceva che il regime cinese  aveva «provato a permettere alle imprese di fallire» ma che e poi aveva cambiato idea per «paura».

La sua valutazione evidenziava quindi una tensione irrisolta. Da un lato, Greenspan continuava a riconoscere i benefici derivanti dall’integrazione della Cina nell’economia mondiale e il contributo che essa aveva dato alla crescita mondiale. Dall’altro, osservava come il modello economico cinese continuasse a essere caratterizzato da un forte intervento statale, da meccanismi amministrativi pervasivi e da una limitata disciplina di mercato.

Le sue riflessioni ripercorrono, in fondo, l’evoluzione dell’intero dibattito occidentale sulla Cina negli ultimi venticinque anni: dall’ottimismo che accompagnava l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nell’economia mondiale, alla crescente consapevolezza che il sistema economico cinese, pur profondamente integrato nei mercati mondiali, mantiene caratteristiche strutturali che ne limitano l’efficienza e ne pongono interrogativi sulla sostenibilità nel lungo periodo.

A distanza di venticinque anni dalle sue prime dichiarazioni sull’adesione della Cina al Wto, l’analisi di Greenspan continua a offrire una chiave di lettura ancora attuale per comprendere il rapporto tra apertura economica, libertà di mercato e ruolo del regime nell’economia cinese.



#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione ETI/Arthur Zhang

Source link

Di