prime centrali nucleari tra il 2034 e il 2036


«Dopo l’approvazione del disegno di legge delega, prevista entro l’estate, e l’emanazione dei relativi decreti legislativi, si aprirà la fase di programmazione e realizzazione degli investimenti. L’obiettivo del governo è offrire alle imprese un quadro normativo chiaro e stabile, così da consentire l’avvio dei progetti e l’entrata in funzione delle prime centrali tra il 2034 e il 2036».

A spiegare questi passaggi tecnici il viceministro all’Ambiente e alla Sicurezza Energetica, Vannia Gava, che tratteggia il futuro dello sviluppo del nucleare in Italia dopo l’ok in Parlamento al provvedimento che fa ripartire il percorso per la realizzazione di questo tipo di centrali elettriche in Italia.

Quante centrali verranno costruite?

«Sul numero degli impianti è ancora prematuro indicare una cifra, perché dipenderà anche dalle tecnologie adottate. L’approccio del Governo punta su innovazione, efficienza e sicurezza, favorendo soluzioni avanzate come gli small modular reactor, che offrono tempi di realizzazione più rapidi, maggiore flessibilità e standard di sicurezza elevati. In base alla diffusione di queste tecnologie sarà definito il numero di impianti necessario a soddisfare il fabbisogno energetico del Paese. Anche il riconoscimento dei titoli abilitativi conseguiti all’estero potrà contribuire ad accelerare le autorizzazioni».

Come mai è possibile ritornare al nucleare nonostante due referendum popolari lo abbiano respinto?

«Quei referendum riguardavano una tecnologia e un contesto storico completamente diversi. Oggi parliamo di centrali nucleari di nuova generazione, con standard di sicurezza molto elevati, frutto di decenni di innovazione. Inoltre, l’Italia è la seconda manifattura europea del settore e conserva competenze, know-how e una filiera industriale di eccellenza, oggi però orientata quasi esclusivamente ai mercati esteri».

Cosa è cambiato nel frattempo?

«È cambiato il contesto geopolitico ed economico. La guerra in Europa, le tensioni in Medio Oriente e la crisi energetica hanno evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento e la necessità di rafforzare l’indipendenza energetica del Paese. Per questo serve un mix energetico equilibrato e diversificato, in cui il nucleare affianchi le fonti rinnovabili, garantendo energia pulita e programmabile. Questo percorso dovrà essere accompagnato da un’informazione seria, trasparente e basata su dati scientifici, affinché i cittadini possano valutare questa scelta senza pregiudizi. Un dato significativo: i territori oggi più favorevoli al ritorno del nucleare sono proprio quelli che in passato hanno ospitato le centrali, perché ne conoscono direttamente la realtà e i benefici economici, occupazionali e sociali».

Che tipologia di centrali sono gli Smr e quali vantaggi hanno rispetto alle classiche centrali?

«Gli Smr (small modular reactor) e gli Amr (advanced modular reactor) rappresentano le tecnologie più innovative del nucleare e offrono vantaggi significativi rispetto alle centrali tradizionali, soprattutto in termini di tempi di realizzazione, flessibilità e integrazione con le infrastrutture esistenti. Grazie alla progettazione modulare, possono essere costruiti più rapidamente rispetto agli impianti convenzionali. Pur avendo dimensioni pari a circa il 20-25% di una centrale tradizionale, garantiscono una potenza tra i 300 e i 500 MW. Inoltre, possono essere integrati nei distretti industriali, contribuendo a ridurre il costo dell’energia, in particolare nei settori “hard to abate” [settori su cui gravano le sovrattasse per la produzione di Co2, ndr]. Attraverso la cogenerazione possono produrre contemporaneamente energia elettrica e calore per usi civili e industriali, alimentando anche la produzione di idrogeno».

Capitolo scorie: quanto costerà lo smaltimento? che piani ha il governo per l’individuazione di siti sicuri? Verranno smaltite all’estero?

«La gestione dei rifiuti radioattivi è un tema centrale e va affrontata con il massimo rigore. Oggi esistono tecnologie che garantiscono standard molto elevati di sicurezza e tutela ambientale. Per ragioni di autosufficienza energetica e di contenimento dei costi, ritengo che l’intera filiera debba svilupparsi in Italia, anche attraverso la realizzazione di un deposito unico nazionale, così da gestire in modo autonomo e responsabile l’intero ciclo del nucleare».

Per una questione di costi?

«I costi della gestione delle scorie vanno valutati nel quadro complessivo dei benefici. Si tratta di una componente del ciclo produttivo, come avviene in molti altri settori industriali, ma i vantaggi economici, energetici e strategici del nucleare sono ampiamente superiori. Va inoltre ricordato che la maggior parte dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia deriva dal settore sanitario e della ricerca, non dalla produzione di energia. La questione della loro gestione va quindi affrontata indipendentemente dal ritorno al nucleare, mentre i rifiuti provenienti dai processi energetici rappresentano solo una quota limitata del totale. L’esperienza della maggior parte dei Paesi europei dimostra che i rifiuti radioattivi possono essere gestiti in modo sicuro e sostenibile. Non c’è alcuna ragione perché l’Italia non possa fare altrettanto».

L’Italia non ha giacimenti di uranio, come avverrà l’approvvigionamento?

«L’uranio è necessario in quantità molto ridotte ed è una risorsa distribuita in modo relativamente uniforme rispetto ad altre materie prime, con giacimenti presenti in numerosi Paesi con cui l’Italia intrattiene consolidati rapporti commerciali e diplomatici. Questo contribuisce a rendere l’approvvigionamento più diversificato e meno esposto a rischi geopolitici».

Avremo nostri impianti di arricchimento?

«Per quanto riguarda l’arricchimento, l’obiettivo resta quello di rafforzare l’autonomia energetica del Paese, nella consapevolezza che il nucleare si inserisce in una filiera internazionale altamente integrata. Va inoltre considerato che l’Europa è già sostanzialmente indipendente sia nella fabbricazione sia nelle attività di arricchimento. Le scelte in questo ambito saranno quindi guidate da valutazioni industriali, economiche e di sicurezza, con l’obiettivo di individuare le soluzioni più affidabili e sostenibili. Si tratta, inoltre, di una tecnologia in continua evoluzione e caratterizzata da un forte sviluppo innovativo, per cui non si possono escludere ulteriori miglioramenti di efficienza rispetto alle soluzioni attualmente disponibili. In ogni caso, non si tratta di un aspetto critico: le tecnologie esistenti sono già consolidate e pienamente affidabili».

Rischio terrorismo: le centrali saranno difese e presidiate dall’esercito? O non vi sono grossi rischi in tal senso?

«Saranno gestite al pari di qualsiasi centrale idroelettrica, parco eolico, termovalorizzatore o gasdotto».

Col ritorno al nucleare, è possibile stimare, almeno a livello teorico, di quanto scenderanno i costi dell’energia a parità di condizioni?

«Allo stato attuale, qualsiasi stima sulla riduzione dei prezzi dell’energia sarebbe prematura e poco attendibile. Intanto partiamo. È comunque certo che avrà un impatto significativo sul piano economico e strategico, soprattutto renderà il sistema più stabile e competitivo, riducendo oscillazioni e volatilità dei prezzi. Per le imprese, infatti, non è tanto decisivo un prezzo più basso in assoluto, quanto la possibilità di disporre di un costo prevedibile e stabile nel tempo, elemento chiave per investimenti e competitività. Va inoltre considerato che parte dell’energia che utilizziamo è già nucleare, ma prodotta all’estero, con il risultato di trasferire valore economico e industriale fuori dal Paese invece di generarlo in Italia a beneficio di famiglie e imprese».




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 Guglielmo Macavò

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