Un numero, più di altri, fa capire l’ambizione dell’operazione: 14 reattori modulari nucleari distribuiti in tre siti britannici, per una potenza complessiva di 4,2 gigawatt. Dietro il piano c’è Synthos Green Energy, società controllata dall’imprenditore polacco Michał Sołowow, nome pesante dell’industria europea e secondo uomo più ricco della Polonia secondo le ultime classifiche patrimoniali nazionali. La cifra prevista gira attorno ai 35 miliardi di sterline, oltre 40 miliardi di euro, con una promessa molto semplice da comunicare e molto più complicata da realizzare: produrre energia nucleare più rapida, standardizzata, continua e a basse emissioni.
Il progetto riguarda una flotta di BWRX-300, piccoli reattori modulari da 300 megawatt progettati da GE Vernova Hitachi Nuclear Energy. Accanto alla società polacca compaiono nomi industriali e tecnologici di peso: Samsung C&T, Laing O’Rourke, Aecon Group, Google Cloud, Fermi Development ed Etara. SGE parla anche del supporto di un operatore nucleare esperto, senza indicarne il nome. La richiesta è stata presentata dentro l’Advanced Nuclear Framework, il percorso con cui il governo britannico sta cercando di aprire spazio ai progetti nucleari privati avanzati.
Il nucleare piccolo che vuole diventare grande
I mini reattori nucleari vengono raccontati da anni come la versione più maneggevole del vecchio grande impianto: componenti fabbricati in serie, installazione più rapida, cantieri meno mastodontici, costi da comprimere grazie alla ripetizione dello stesso modello. Nel caso britannico, SGE punta a una produzione “di flotta”, quindi a più unità uguali, invece del singolo progetto costruito quasi come un pezzo unico. È qui che si gioca la scommessa: trasformare il nucleare in una catena industriale replicabile.
Il BWRX-300 rientra nella famiglia dei reattori ad acqua bollente. Il governo britannico definisce gli SMR come reattori sotto i 500 megawatt, alimentati con uranio a basso arricchimento fino al 5% e basati su tecnologie ad acqua leggera o bollente già conosciute nel settore. La parte modulare, però, porta con sé anche ciò che spesso resta sullo sfondo: scorie, sicurezza, autorizzazioni, filiera del combustibile, accettabilità locale, tempi di cantiere, prezzo dell’elettricità. Il formato cambia, il mestiere resta quello delicatissimo del nucleare.
Secondo le stime del consorzio, i 14 reattori potrebbero coprire circa l’11% della domanda elettrica britannica o alimentare l’equivalente di 8 milioni di abitazioni. Tra i siti indicati nelle ricostruzioni sul progetto compare anche Oldbury, nel Gloucestershire, dove in passato era già presente una centrale nucleare. La data che circola per l’avvio della produzione è il 2034, dunque dentro un orizzonte lontano abbastanza da imporre prudenza e vicino abbastanza da attirare investitori, governo e grandi consumatori di energia.
Cosa c’entrano i data center
La presenza di Google Cloud sposta subito il discorso dal nucleare “per le famiglie” al nucleare per l’economia digitale. Sołowow guarda anche ai data center, le enormi infrastrutture che tengono in piedi cloud, servizi online e intelligenza artificiale. L’ipotesi circolata nel Regno Unito riguarda investimenti fino a 4,5 miliardi di sterline in centri dati che potrebbero usare l’elettricità dei reattori modulari. Il punto sensibile sta tutto qui: la domanda energetica dell’AI cresce in fretta, i data center hanno bisogno di corrente stabile, 24 ore su 24, e il nucleare torna a presentarsi come presa elettrica permanente.
La pressione sulla rete britannica, del resto, sta già entrando nei documenti pubblici. Un’analisi della House of Commons Library ha indicato che la capacità dei data center nel Regno Unito potrebbe salire tra 3,3 e 6,3 gigawatt entro il 2030, a seconda delle scelte politiche e infrastrutturali. In parallelo, il gestore del sistema elettrico britannico ha stimato la necessità di investimenti enormi sulla rete entro gli anni Trenta, anche per assorbire consumi legati a veicoli elettrici, nuove abitazioni, industria e data center alimentati dall’AI.
Il meccanismo economico richiesto da SGE è un contract for difference, un contratto per differenza. Tradotto senza involtini finanziari: il produttore ottiene un prezzo di riferimento per l’energia. Quando il prezzo di mercato scende sotto quella soglia, il sistema compensa la differenza; quando sale sopra, il produttore restituisce. Serve a rendere bancabile un progetto enorme e rischioso, perché offre stabilità ai ricavi. Serve anche a ricordare una cosa meno comoda: perfino quando il capitale si presenta come privato, il nucleare cerca quasi sempre una cornice pubblica robusta, lunga, garantita.
La partita polacca dentro quella britannica
Sołowow sta giocando la stessa carta anche in Polonia, attraverso Orlen Synthos Green Energy, joint venture tra Synthos Green Energy e il gruppo energetico statale Orlen. A fine giugno OSGE ha chiesto al ministero dell’Energia polacco un meccanismo di sostegno per 14 BWRX-300 in tre località: Włocławek, Stawy Monowskie vicino a Oświęcim e Stalowa Wola. L’ambizione complessiva arriva fino a 26 reattori modulari nel Paese.
Per la Polonia il tema ha un peso diverso rispetto al Regno Unito. Varsavia oggi produce ancora oltre metà della propria elettricità dal carbone e resta il Paese più dipendente dal carbone nell’Unione europea. Il nucleare, finora assente dalla produzione elettrica nazionale, viene presentato come uno degli strumenti per uscire da quella dipendenza. Il precedente governo aveva fissato l’obiettivo di arrivare al 23% di elettricità da nucleare entro il 2040; l’esecutivo attuale ha confermato la volontà di andare avanti con la prima grande centrale tradizionale sulla costa baltica, costruita con tecnologia Westinghouse.
Il reattore di riferimento, però, deve ancora dimostrare su larga scala ciò che promette sulla carta. Il primo BWRX-300 è in costruzione in Canada, nel sito di Darlington, in Ontario. L’autorità canadese per la sicurezza nucleare ha concesso nel 2025 la licenza di costruzione per una prima unità e nel 2026 ha rimosso il primo “hold point” regolatorio legato alle fondazioni dell’edificio reattore. La tabella di marcia punta alla fine del decennio. Per SGE, quel cantiere canadese è il banco prova da osservare con il fiato sul collo.
La promessa corre, i cantieri vedranno
Il Regno Unito, intanto, ha già scelto Rolls-Royce SMR per il suo primo programma pubblico di piccoli reattori a Wylfa, in Galles, con un contratto firmato ad aprile 2026 e fondi pubblici dedicati. Il progetto di SGE arriva quindi in un mercato già affollato, dove la politica britannica vuole rilanciare il nucleare come energia “di casa” e l’industria cerca di agganciare la fame elettrica dei data center.
Il fascino dei mini reattori nucleari sta nella loro promessa di ordine: pezzi uguali, tempi più leggibili, meno incognite rispetto ai giganti del passato. La storia recente invita a tenere il piede lontano dall’acceleratore retorico. Negli Stati Uniti, il progetto NuScale in Idaho, spesso indicato come apripista, è stato cancellato nel 2023 dopo l’aumento dei costi e la difficoltà a trovare clienti sufficienti. Altre analisi ricordano che i reattori più piccoli perdono parte delle economie di scala dei grandi impianti e devono recuperarle con produzione seriale, standardizzazione e catene di fornitura molto disciplinate.
Il piano di Sołowow, quindi, sta in una zona precisa: abbastanza concreto da avere nomi, partner, tecnologia, numeri e richiesta formale; abbastanza immaturo da dipendere ancora da siti, autorizzazioni, prezzo garantito, cantieri e prova industriale. Può diventare una delle più grandi operazioni private sul nucleare europeo oppure restare uno di quei progetti che sembrano già accesi mentre sono ancora sulla carta. Per ora i reattori sono piccoli solo nel nome. Tutto il resto, dai soldi alle conseguenze, ha già dimensioni enormi.
Fonte: SGE
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Ilaria Rosella Pagliaro
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