Non solo distrazione e deficit: uno studio rivela potenti punti di forza negli adulti con ADHD



Per anni l’ADHD è stato raccontato quasi sempre partendo da ciò che manca: attenzione che scappa, impulsività, memoria che fa i bagagli senza avvisare, fatica a restare dentro una routine ordinata. Una specie di inventario dei difetti, utile per capire le difficoltà, certo, però incompleto quando diventa l’unico modo di guardare una persona. Nel mezzo di quel catalogo clinico, ora, una ricerca internazionale prova a mettere sul tavolo anche altro: creatività, spontaneità, umorismo, intuizione, iperfocus. Parole che non cancellano i problemi quotidiani, però allargano il quadro. E già questo, per chi vive con ADHD, può cambiare il modo di stare davanti a sé stesso.

Lo studio, pubblicato su Psychological Medicine, ha confrontato 200 adulti con diagnosi di ADHD e 200 adulti senza ADHD, chiedendo ai partecipanti quanto si riconoscessero in 25 tratti positivi, definiti dai ricercatori come cose che una persona sa fare bene o al meglio. Il campione è stato reclutato online nel Regno Unito; nel gruppo ADHD i partecipanti dovevano riferire una diagnosi clinica formale e raggiungere una soglia minima nello screening dei sintomi, mentre il gruppo di confronto era stato selezionato senza diagnosi o identificazione ADHD. I due gruppi risultavano molto simili per sesso, età, istruzione e condizione socioeconomica.

Guardare anche dove funziona

La parte più interessante arriva proprio dalla domanda iniziale. Invece di fermarsi alle difficoltà più note, lo studio ha provato a misurare le forze psicologiche associate all’ADHD. Una scelta ancora poco battuta, perché la ricerca sui disturbi del neurosviluppo si è concentrata a lungo sulle aree di compromissione. Nell’autismo, gli interventi basati sui punti di forza sono già più presenti; nell’ADHD, invece, questo approccio ha ricevuto molta meno attenzione.

Gli adulti con ADHD si sono riconosciuti con più forza in dieci caratteristiche rispetto ai partecipanti neurotipici. Tra queste comparivano iperfocus, cioè la concentrazione profonda su attività molto stimolanti o interessanti, umorismo, creatività, spontaneità, intuizione, immaginazione, apertura alle opportunità, interessi ampi, pensiero per immagini e disponibilità a buttarsi nelle cose. Su 14 tratti, invece, i due gruppi si sono riconosciuti in modo simile; la perseveranza è risultata l’unico tratto più marcato nel gruppo senza ADHD, anche se con evidenza più debole.

Questo passaggio conta perché evita la scorciatoia più comoda. Dire che l’ADHD abbia lati di forza non significa trasformarlo in un superpotere da poster motivazionale. Gli adulti con ADHD continuano spesso a incontrare ostacoli nel lavoro, nelle relazioni, nella salute mentale, nella gestione del tempo e delle energie. Il dato nuovo sta altrove: molte persone con ADHD riescono comunque a riconoscere e usare le proprie risorse nella vita quotidiana, più o meno quanto gli adulti senza ADHD.

Il benessere passa anche da ciò che sai usare

La ricerca ha poi misurato due aspetti molto concreti: quanto i partecipanti conoscessero le proprie risorse personali e quanto le usassero davvero. Qui il risultato diventa più largo e riguarda entrambi i gruppi. Chi aveva maggiore consapevolezza dei propri punti di forza, e soprattutto chi li utilizzava più spesso, riferiva più benessere soggettivo, una qualità della vita migliore e meno sintomi di ansia, depressione e stress. Le misure comprendevano soddisfazione di vita, affetti positivi e negativi, qualità della vita in ambito fisico, psicologico, sociale e ambientale, oltre alla scala DASS-21 per depressione, ansia e stress.

Nel gruppo ADHD, l’uso dei punti di forza è emerso come predittore positivo della qualità globale della vita. Anche la conoscenza delle proprie risorse aveva un ruolo, con un’evidenza meno robusta. Un dettaglio da maneggiare con prudenza: lo studio fotografa associazioni, non dimostra che usare i propri talenti “curi” l’ADHD o risolva le difficoltà. Però suggerisce una direzione pratica, abbastanza semplice da capire e difficile da applicare sul serio: aiutare le persone a riconoscere ciò che funziona in loro, e a portarlo dentro studio, lavoro, relazioni, routine, percorsi terapeutici.

I ricercatori parlano infatti di possibili interventi basati sui punti di forza: psicoeducazione, coaching, terapie personalizzate, percorsi capaci di affiancare alla gestione dei sintomi anche l’identificazione delle abilità. Tradotto nella vita vera: non solo imparare a contenere la disattenzione, organizzare gli impegni, ridurre l’impulsività, reggere meglio lo stress. Anche capire quando la creatività diventa una risorsa, quando l’iperfocus può essere incanalato, quando la spontaneità smette di sembrare solo disordine e diventa energia da usare con criterio.

Una parola in più

Il lavoro è stato condotto da ricercatori dell’University of Bath, del King’s College London e del Radboud University Medical Center nei Paesi Bassi. È uno dei primi studi su larga scala a quantificare punti di forza psicologici auto-riferiti negli adulti con ADHD, mettendoli a confronto con un gruppo senza ADHD.

La prudenza resta necessaria. I dati sono auto-riferiti, quindi dipendono da come le persone leggono sé stesse. Il campione riguarda adulti reclutati online nel Regno Unito, e questo lascia aperte domande su età diverse, contesti culturali diversi, diagnosi più o meno recenti, condizioni associate. Anche la parola “forza” va trattata senza farla diventare una medaglietta. Un tratto può aiutare in un contesto e complicare la vita in un altro. L’iperfocus, per esempio, può sostenere un progetto creativo o professionale, però può anche assorbire ore, sonno, pasti, relazioni, se resta senza argini.

Proprio per questo la ricerca sposta la discussione su un terreno meno comodo e più utile. L’ADHD non si capisce bene guardando soltanto ciò che interrompe, disordina o fa inciampare. Si capisce meglio quando si osserva anche ciò che accende, muove, connette, fa trovare strade laterali. La diagnosi serve, il supporto serve, la terapia quando necessaria serve. Serve anche smettere di parlare delle persone come se fossero una somma di sintomi appesi al collo.

Un adulto con ADHD può avere bisogno di strumenti, farmaci, strategie, pause, agenda, terapia, ambiente meno ostile. Può avere anche un modo di pensare rapido, laterale, intuitivo, una capacità comica affilata, una creatività che arriva prima della spiegazione, una concentrazione feroce quando qualcosa finalmente lo prende. Mettere insieme queste due cose non addolcisce la fatica. Le dà una stanza più grande. Perché una persona non è il suo deficit. E spesso lo sa già, ma aspetta solo che qualcuno smetta di guardare sempre e solo quel lato.

Fonte: Psychological Medicine

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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