Ci sono almeno tre scontri in corso nella politica italiana. Scontri che sembrano lontani fra loro — la Rai, la legge elettorale, il Quirinale — ma sono battaglie della stessa guerra: chi ha il controllo delle regole del gioco istituzionale prima che si torni a votare. Ma questa volta le sigle dei partiti sono secondarie al comprendere i meccanismi che regolano il confronto.
L’esplosione della commissione di vigilanza Rai, con le dimissioni in blocco dell’opposizione dopo mesi di nulla di fatto sulle nomine ai vertici dell’Azienda, rimanda la palla ai presidenti di Camera e Senato, che dovranno chiedere ai partiti nuovi nomi. Il problema è rappresentato dall’ipotetico stallo che un “Aventino” di mancate nomine potrebbe provocare, così come una composizione della commissione “d’ufficio” potrebbe ulteriormente acuire la protesta delle opposizioni. Il risultato pratico di questa situazione è che senza una commissione Vigilanza operativa, restano bloccate le regole sulle partecipazioni televisive per le prossime tornate elettorali del 2027, e non c’è un organismo che verifichi le accuse di squilibrio politico nell’informazione pubblica, che già oggi le opposizioni definiscono “TeleMeloni”.
L’amministratore delegato Giampaolo Rossi respinge la lettura di un’azienda in crisi, parlando di «situazioni anomale» nella storia del consiglio d’amministrazione Rai ma, a differenza del passato, nella sostanza restano da un anno bloccate anche la riforma della governance interna e la scelta di un nuovo presidente.
Il confronto sulla Vigilanza Rai si innesta sull’altro fronte di scontro massiccio tra destra e sinistra, quello della nuova legge elettorale. I punti tecnici che scatenano lo scontro si chiamano “premio di maggioranza” e “preferenze”. Le opposizioni criticano l’architettura dello Stabilicum, sostenendo che il bonus previsto avvicini la coalizione vincente al numero di voti parlamentari che serve per eleggere da sola il Presidente della Repubblica o modificare la Costituzione. Decisioni che la Carta pensava riservate a maggioranze più larghe, costruite col contributo di più forze.
Il secondo fronte, più tecnico ma altrettanto concreto, riguarda la possibilità di permettere agli elettori di esprimere la propria preferenza sui singoli candidati invece di limitarsi a votare un simbolo con liste bloccate decise dai vertici di partito. Al coro dei diversi punti di vista su questa proposta, si aggiunge un quello di un gruppo trasversale di deputate, da Forza Italia al Pd, dalla Lega ad Avs, che ha firmato un appello contrario alla loro reintroduzione, perché così il voto rischierebbe di premiare “chi ha più soldi” e reti di potere personali già consolidate, penalizzando storicamente l’elezione delle donne, oggi il 34% degli eletti contro un quarto nelle regionali dove si vota già con le preferenze. Questa l’argomentazione.
Le opposizioni, intanto, si preparano a risfoderare l’arma extra-parlamentare del referendum, questa volta abrogativo, per chiedere la cancellazione della legge dopo l’approvazione. Servono 500mila firme, raccoglibili anche per via digitale, il via libera di Cassazione e Corte Costituzionale, e un voto che dovrebbe cadere tra metà aprile e metà giugno 2027, a ridosso quindi delle elezioni politiche e per il quale è già nato un comitato promotore. Ipotesi che potrebbe agire da leva su Giorgia Meloni e sull’idea di voto anticipato già nella primavera del 2027, e ampiamente al vaglio della maggioranza per capitalizzare l’ok proprio alla legge elettorale e prendere in contropiede le opposizioni che, ad oggi, devono organizzare il perimetro del campo largo indicando, quanto meno, il nome del capo della coalizione.
Il terzo fronte, quello del Quirinale, apparentemente slegato se non altro per la distanza temporale, in realtà si incastra perfettamente tra i primi due. Il Presidente della Repubblica viene eletto da Camera, Senato e delegati regionali insieme: nelle prime tre votazioni serve una maggioranza qualificata di due terzi, ma dalla quarta votazione in poi basta la maggioranza assoluta, il 50 percento più uno. Ecco perché un premio di maggioranza che garantisce i seggi di chi vince non serve solo a governare in modo stabile e sottraendo i provvedimenti a mal di pancia e franchi tiratori (che a parole si dicono d’accordo a votare in un certo modo ma poi, col voto segreto, votano diversamente) ma anche, in prospettiva, a giocare un ruolo strategico per l’elezione del prossimo capo dello Stato senza dover trattare con le opposizioni. È il retroterra tecnico dietro le voci, rilanciate questa settimana, su un possibile candidato di area di centrodestra al Colle, ipotesi che la stessa Meloni ha definito in passato un «tabù» da superare.
Le opposizioni rispondono rivendicando il ruolo di garanzia, non di parte, della carica. L’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani mette la questione sotto il chiaro aspetto costituzionale, ribadendo come «il capo dello Stato dovrà avere un legame forte con la Carta antifascista». Un’osservazione che resta comunque pleonastica e oggettivamente fuorviante, giacché qualunque carica dello Stato o suo rappresentante giura fedeltà alla Costituzione, quindi non si comprende l’utilità di sottolineare l’ovvio, se non quella di instillare il dubbio che un rappresentante politico non di storia o area vicina alla sinistra non sia una figura garante delle leggi dello Stato o dell’imparzialità che si conviene ad un Capo dello Stato.
Queste tre partite si giocano davanti a un elettorato in movimento, anzi: che ribolle. A destra cresce Futuro Nazionale di Roberto Vannacci – oggi ufficialmente stimato al 6 percento ma ufficiosamente prossimo alla doppia cifra – che continua inesorabile a erodere voti alla Lega e recupera astensione dalle Europee.
A sinistra il cosiddetto Campo Largo apre l’8 luglio a Napoli un tour per mostrarsi unito, nonostante nodi a dir poco cruciali quali leadership e programma elettorale ancora siano lungi dall’essere risolti, e nonostante Matteo Renzi sia ancora ufficialmente tenuto fuori dal perimetro.
Ma attenzione a voltarsi dall’altra parte per evitare la (comprensibile) nausea per i giochi di potere della politica. Nulla di tutto questo è aria fritta da Palazzo: da come si risolvono Rai, legge elettorale e Quirinale dipende letteralmente la gestione del servizio pubblico nel momento di maggior necessità – cioè nella fase precedente al voto – e quanti seggi valgono i voti reali, e con quali equilibri si scriveranno le prossime leggi e si eleggerà il prossimo capo dello Stato.
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