Sete di verità: perché l’Italia preleva più acqua di tutti in Europa ma una famiglia su tre non si fida del rubinetto?



L’Italia preleva 8,86 miliardi di metri cubi di acqua dolce l’anno per alimentare gli acquedotti. Nessun altro Paese dell’Unione europea ne prende così tanta. Nei comuni capoluogo, però, il 35,2% dell’acqua immessa in rete non risulta erogato agli utenti. E nel 2025 quasi una famiglia su tre ha dichiarato di non fidarsi a bere dal rubinetto. È un primato che, seguito lungo le tubature, perde parecchio smalto.

I dati arrivano dal capitolo dedicato all’acqua del Rapporto SDGs 2026 dell’Istat. Il prelievo riguarda l’intero Paese, l’efficienza delle reti soltanto i capoluoghi di provincia e di Città metropolitana, mentre la fiducia è stata rilevata tra le famiglie nel 2025. Tre misure diverse, dentro lo stesso servizio: prendiamo moltissimo, ne consegniamo parecchio meno e al rubinetto quasi tre famiglie su dieci continuano a guardare con sospetto.

Preleviamo 411 litri a testa ogni giorno

Nel 2024 il sistema idrico italiano ha prelevato complessivamente 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile. Tolta la piccola quota proveniente dal mare, restano 8,86 miliardi di metri cubi di acqua dolce, raccolti attraverso circa 37.400 fonti attive.

Sono 411 litri al giorno per ogni abitante. Prima di dare la colpa alle docce troppo lunghe, conviene chiarire il dato: quei 411 litri non corrispondono al consumo domestico di ciascuno di noi. Misurano l’acqua prelevata per alimentare il servizio idrico, comprese le quantità che durante il percorso non arriveranno agli utenti.

Il volume complessivo è diminuito del 3% rispetto al 2022 e ha raggiunto il minimo degli ultimi 25 anni. Anche al minimo, però, l’Italia resta prima nell’UE27. Un primato che conserva da oltre vent’anni.

Francia e Germania, entrambe più popolose, si fermano intorno a 5,3 miliardi di metri cubi. Il confronto considera il 2024 o l’ultimo anno disponibile per ciascun Paese, ma la distanza resta ampia. Su base individuale preleviamo 150 metri cubi l’anno per abitante: secondi soltanto all’Irlanda, con 240, mentre venti Paesi europei si collocano tra 45 e 90.

L’84,9% dell’acqua dolce italiana destinata agli acquedotti proviene da sorgenti e pozzi. Il distretto del fiume Po concentra da solo 2,73 miliardi di metri cubi, quasi un terzo del totale nazionale. La Lombardia ne preleva 1,42 miliardi.

Ogni cento litri, 35 non risultano erogati

Una volta entrata nella rete, tutta questa abbondanza comincia a restringersi. Nel 2024 i capoluoghi di provincia e di Città metropolitana hanno erogato 1,5 miliardi di metri cubi di acqua, pari a 233 litri per abitante al giorno. Sono 30 litri in meno rispetto al 2012 e tre in meno rispetto al 2022. L’efficienza media delle reti si ferma al 64,8%. Significa che, ogni cento litri immessi, 35,2 non risultano consegnati agli utenti.

Chiamarli tutti “buchi nei tubi” sarebbe comodo e impreciso. Nel calcolo dell’Istat rientrano le perdite fisiologiche inevitabili, quelle fisiche provocate da guasti e deterioramento delle infrastrutture — che restano le più rilevanti — e quelle amministrative dovute a errori di misurazione o consumi non autorizzati. L’acqua può sparire sotto l’asfalto, dentro un contatore che misura male oppure fuori dai registri. Per l’utente il risultato cambia poco: non viene erogata.

Dal minimo del 61% registrato nel 2016 l’efficienza è lentamente risalita, per poi stabilizzarsi nel 2022. La parola “stabile” consola fino a un certo punto. Circa un capoluogo su tre rimane sotto il 55% e in quattro su dieci la situazione è peggiorata rispetto al 2022.

I dati, ancora provvisori, cambiano molto attraversando l’Italia. Nei capoluoghi del Nord l’efficienza raggiunge il 74,2%, con il Nord-ovest al 79,6%. Nel Mezzogiorno scende al 50,9%. Nelle Isole arriva appena al 44,3%: la quota che manca supera quella effettivamente erogata.

Diciassette capoluoghi hanno razionato l’acqua

Nel 2024 le misure di razionamento hanno interessato 17 dei 109 comuni capoluogo, tre in più rispetto all’anno precedente. Oltre un milione di persone, il 5,8% dei residenti nei capoluoghi, hanno vissuto in territori dove l’acqua è stata limitata per una parte o per tutto il comune.

Quasi tutti vivono nel Mezzogiorno, soprattutto in Sicilia. Il numero di città coinvolte è il secondo più alto registrato dal 2010. Poi ci sono le case. Nel 2025 il 10,2% delle famiglie ha segnalato irregolarità nella distribuzione dell’acqua, 1,5 punti percentuali in più rispetto al 2024. Sono 2,7 milioni di famiglie e oltre due terzi risiedono nel Mezzogiorno.

In Calabria il problema viene denunciato dal 37,3% delle famiglie, in Abruzzo dal 30,3% e in Sicilia dal 29,5%. Nel Nord la percentuale si ferma al 3%. La distanza tra le due Italie, almeno qui, non ha bisogno di essere cercata tra le righe. Razionamenti e irregolarità sono due fotografie differenti. I primi derivano dai provvedimenti adottati nei capoluoghi; le seconde vengono riferite direttamente dalle famiglie. La geografia, invece, è piuttosto simile.

Una famiglia su tre non si fida del rubinetto

Nel 2025 il 29,9% delle famiglie italiane ha dichiarato di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto. La quota è cresciuta di 1,2 punti in un solo anno e supera abbondantemente la metà nelle Isole, dove raggiunge il 56,2%. Nel Nord-est si ferma al 19,6%.

Il dato misura la fiducia, non la qualità dell’acqua. Il questionario non analizza ciò che esce dai rubinetti e quel 29,9% non può essere trasformato in una percentuale di acqua fuori dai parametri di potabilità. L’Istat, inoltre, non chiede alle famiglie perché abbiano smesso di fidarsi. Attribuire tutto alle perdite di rete sarebbe un salto che i numeri non consentono.

Agli estremi, però, i dati si parlano. Nel Nord-est la sfiducia è al 19,6% e l’efficienza delle reti dei capoluoghi al 66,4%. Nelle Isole la prima sale al 56,2% e la seconda crolla al 44,3%. Famiglie e reti dei capoluoghi non sono campioni perfettamente sovrapponibili. È un indizio, non una sentenza.

Il primato europeo misura la quantità d’acqua che preleviamo da sorgenti, pozzi, fiumi e laghi. La gestione si vede dopo: nei 35 litri su cento che non risultano erogati nei capoluoghi, nelle città costrette a razionare e nei 2,7 milioni di famiglie che ricevono un servizio irregolare. Il rubinetto è soltanto l’ultimo pezzo della rete. Ed è quello che ci mette la faccia.

Fonte: Istat

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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