Oggi ricorrono venticinque anni esatti da uno dei momenti più bui della storia repubblicana italiana, da quelli che anche Wikipedia definisce “i fatti del G8 di Genova“: giorni in cui, per quasi una settimana, la democrazia in Italia si eclissò, ricordando all’Europa intera il buio delle torture di uno Stato di polizia.
Io, in quei giorni, ero lì. E solo per una serie di casi fortuiti non mi sono ritrovata a Bolzaneto prima e a dormire alla Diaz quel dannato sabato sera in cui si consumò quella che fu poi definita, dalle stesse parole di un funzionario di polizia presente, “una macelleria messicana”. Forse è per questo che, nonostante sia passato un quarto di secolo, non riesca ancora a parlarne (e scriverne) con lucidità, senza ritrovarmi il viso solcato da lacrime che iniziano a scorrere da sole.
Avevo 25 anni e avevo appena finito il turno al pub dove lavoravo quando, carica di un entusiasmo misto a paura, presi il treno notturno da Roma Termini insieme ai miei amici dell’università. Eravamo belli, colorati, ma soprattutto spinti dalla frenesia di dimostrare che un altro mondo fosse possibile: una convinzione nata dai trattati di sociologia e antropologia che studiavamo, alimentata da No logo di Naomi Klein, dalla canzone di Jovanotti Cancella il debito e scandita dalla cassa dritta della musica techno che avevamo sempre in cuffia. Temevamo quello che poteva succedere, ma il fine ci sembrava più importante ed eravamo pronti: nello zaino avevamo i limoni contro i lacrimogeni e la certezza di un posto sicuro dove dormire. Avevamo scelto insieme la scuola Diaz, visto che il campo Carlini, quartier generale delle tute bianche, era già pieno e comunque più caotico. Mai avremmo immaginato che sarebbe diventato l’inferno, che alcuni di noi sarebbero stati torturati e che io e la mia amica Sara saremmo state due sopravvissute per mera fortuna.
Insomma, eravamo cani sciolti: senza sigle, né “sacche di sangue infette”, solo per citare uno dei tanti luoghi comuni che avevano preceduto l’arrivo dei manifestanti costruiti ad arte per farci apparire come una minaccia ancora prima che aprissimo bocca.
Tanto si è scritto su quei giorni e oggi voglio provare, nonostante gli occhi offuscati, a raccontare la mia esperienza, cosa mi portò lì, cosa accadde davvero e perché, soprattutto in questo momento storico, vale la pena non lasciare che quella pagina cada nell’oblio.
La strada che portava a Genova
Il movimento che il mondo avrebbe imparato a conoscere come “No global” nacque il 30 novembre 1999 a Seattle, quando decine di migliaia di persone bloccarono la conferenza del WTO. Da lì partì una catena di mobilitazioni – Praga, Napoli, Göteborg – fino a Porto Alegre, in Brasile, dove nel gennaio 2001 nacque il primo Social Forum Mondiale: l’idea di un’altra globalizzazione possibile, più equa, meno schiacciata dal potere della finanza.
In Italia tutto questo prese la forma del Genoa Social Forum, capace di tenere insieme oltre mille realtà diversissime: sindacati, associazioni ambientaliste come Legambiente, Greenpeace e WWF, reti cattoliche come Lilliput, centri sociali, pacifisti. Le forze dell’ordine, per gestirle, le divisero in blocchi colorati: rosa, le associazioni più moderate; bianco, le tute bianche e i centri sociali del nord-est; giallo, i centri sociali più radicali; nero gli anarchici, il blocco che sarebbe passato alla storia, appunto, come “black bloc”, ragazzi provenienti da diverse parti d’Europa, tra cui si nascondevano anche infiltrati mai davvero individuati, anche se inspiegabilmente lasciati a distruggere la città.
Genova, nel frattempo, veniva trasformata in una fortezza: una “zona rossa” blindata isolava il centro dove si riunivano i grandi della Terra, mentre l’intera città (già stretta e complicata di suo, tra i monti e il mare) veniva sigillata da ogni lato. Ma non fu solo una questione di transenne e container: Genova venne anche letteralmente rimessa a nuovo per l’occasione, con tanto di facciate posticce a coprire gli edifici più malandati lungo il percorso dei potenti, limoni finti appesi agli alberelli di piazza Matteotti e, soprattutto, un’ordinanza che vietava ai residenti del centro storico di stendere i panni alle finestre, perché biancheria e lenzuola avrebbero rovinato il “decoro” da cartolina imposto per quei giorni. Una scenografia perfetta, costruita a colpi di ordinanze estetiche, dietro la quale si preparava tutt’altro che una festa. Una scelta di gestione della sicurezza che moltissimi, con il senno di poi, hanno definito scellerata. Perché Genova per 4 giorni diventò invece l’arena di una mattanza senza precedenti sotto gli occhi dei più grandi della Terra letteralmente chiusi dentro la loro castello dorato tenuta in piedi da muri e grate di metallo che non si vedevano dai tempi della seconda Guerra Mondiale.
Una narrazione distorta ancora prima dei fatti
Già nei giorni precedenti, buona parte dei media raccontava l’arrivo a Genova come l’annuncio di un’invasione. Si costruì un clima d’assedio prima ancora che iniziasse quello vero, mescolando insieme, sotto un’unica etichetta minacciosa, l’anarchico col sampietrino e la volontaria dell’associazione cattolica, lo studente di sociologia e l’adolescente al primo corteo della sua vita. Quella narrazione non fu mai davvero corretta, né tantomeno oggetto di scuse, neppure quando i fatti la smentirono nel modo più clamoroso possibile.
Quattro giorni, e poi il buio
Quello che accadde tra il 19 e il 22 luglio 2001 superò ogni previsione, anche quella di chi temeva il peggio. La morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda fu lo squarcio più visibile e, insieme, il preludio di ciò che sarebbe successo nella notte tra il 21 e il 22, quando circa 500 agenti tra polizia e carabinieri fecero irruzione nella scuola Diaz-Pertini. Decine di persone, molte delle quali dormivano, furono colpite sistematicamente, comprese quelle che avevano già le mani alzate in segno di resa.
Ma è a Bolzaneto, nella caserma trasformata per l’occasione in centro di detenzione provvisoria, che si consumò forse l’orrore più totale e sistematico di quei giorni. Lì, per ore e per giorni, centinaia di persone non furono semplicemente picchiate: furono annientate come esseri umani, spogliate di ogni residuo di dignità e di ogni diritto civile. Chi arrivava, prelevato dai cortei o dalla Diaz, veniva marchiato all’ingresso con una croce disegnata col pennarello sulla guancia, per essere riconosciuto e trattato “di conseguenza”. I fermati venivano costretti a restare per ore in posizioni vessatorie (a partire da quella con braccia e gambe divaricate contro il muro, la cosiddetta “posizione del cigno”) tra insulti a sfondo sessuale, razzista e politico, obbligati a intonare cori fascisti o a inneggiare al duce e a Pinochet sotto minaccia di nuove percosse. A molti fu negato l’accesso ai bagni per ore, fino a costringerli a urinarsi addosso davanti agli agenti. Alle donne che chiedevano un assorbente venivano dati, quando andava bene, brandelli di stoffa o fogli di giornale accartocciati, non di rado accompagnati da scherno. E persino i medici presenti nell’infermeria diventarono essi stessi ingranaggi di quella macchina di umiliazione, anziché un presidio a tutela di chi avevano davanti, come il giuramento di Ippocrate prevederebbe.
C’è chi, ripercorrendo gli atti processuali, ha definito Bolzaneto uno “spazio concentrazionario“: un paragone enorme, che va usato con tutto il rispetto dovuto alla storia, ma che rende bene l’idea del livello di spersonalizzazione e di violenza sistematica che si respirava in quella caserma. Con una differenza, enorme anch’essa, che è al tempo stesso l’unica magra consolazione di questa storia: durò “solo” pochi giorni e chi vi entrò, seppure devastato nel corpo e nella psiche, ne uscì vivo.
Ci vollero anni di processi (e diverse, troppe, prescrizioni lungo il percorso) prima che la giustizia italiana condannasse, nel 2010, venticinque dei ventotto funzionari pubblici imputati per l’irruzione alla Diaz. E ci volle la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – nel 2015 per i fatti della Diaz, nel 2017 per quelli di Bolzaneto – per dare a quei fatti il nome che meritavano: tortura, ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea. La stessa Corte rilevò come, all’epoca, l’Italia non avesse nemmeno una legge che punisse specificamente la tortura (sarebbe stata introdotta solo nel 2017) e fosse quindi strutturalmente impreparata a impedire che si ripetesse.
Per quattro giorni, in un paese fondatore dell’Unione Europea, la democrazia si è come eclissata: non un caso di ordine pubblico gestito male come qualcuno vorrebbe ricordarlo, ma un vero e proprio buco nero costituzionale.
Io, quella notte
Con Sara avremmo dovuto essere lì, alla Diaz, quel sabato notte. Non so nemmeno ricostruire bene come, tra il fumo dei lacrimogeni che bruciavano gli occhi (ebbene si i limoni servirono a ben poco) e i manganelli schivati per un soffio nel pomeriggio, ci siamo ritrovate a rifugiarci sui terrazzi che tanti genovesi, quel giorno, avevano lasciato aperti per chiunque cercasse riparo, un gesto di umanità che meriterebbe da solo un capitolo di questa storia. Da lì, schivando poliziotti che rastrellavano a caso giovani nei vicoli, ci siamo ritrovate, non sappiamo ancora come – terrorizzate a morte e senza avere idea di cosa fosse successo agli altri – davanti a una stazione periferica e abbiamo deciso di prendere il primo treno possibile per allontanarci da lì, ignorando, in quel momento, quanto vicine fossimo state a trovarci dentro quella scuola quando le porte vennero sfondate.
Non l’ho mai raccontato come un merito, perché non lo è stato: è stato un caso, una serie di circostanze fortuite che altri — amici, compagni di strada, sconosciuti che condividevano con noi lo stesso sogno — non hanno avuto.
Una generazione con una X davanti e un silenzio durato vent’anni
C’è un dettaglio che negli anni ho imparato a leggere diversamente: la mia è la prima generazione ad avere una lettera, prima ancora di un nome, davanti a sé. Generazione X, l’incognita. E forse non è un caso che sia rimasta, in un certo senso, davvero incognita: la generazione che a Genova scendeva in piazza non per rivendicare qualcosa per sé – un diritto, un salario, una tutela — ma per un’idea di giustizia globale, è la stessa che dopo Genova si è come dissolta nell’anonimato, senza mai più trovare le parole, né la piazza per raccontarsi.
Genova fu, in questo senso, molto più di quattro giorni terribili: fu uno spartiacque generazionale. Dopo quella notte siamo implosi su noi stessi. Non è retorica: i giovani, in Italia, non sono davvero tornati in piazza in massa per quasi vent’anni. Ci sono voluti due decenni, e un nuovo nome — i Fridays for Future — perché una generazione tornasse a occupare le strade con la stessa energia collettiva, la stessa pretesa di guardare oltre il proprio interesse immediato.
E la storia, di nuovo, ha fatto rima con se stessa: proprio quando quel movimento cominciava a crescere, un’altra frattura globale lo ha spezzato sul nascere, questa volta non a manganellate, ma chiudendo tutti in casa, in un lockdown mondiale che nessuno di noi avrebbe mai immaginato. Quando siamo usciti, il mondo era già cambiato: le priorità si erano spostate su guerre e genocidi da denunciare e il clima è tornato in secondo piano — nonostante oggi i suoi effetti si facciano sentire molto più che allora. Un caldo come quello che viviamo ormai ogni estate, venticinque anni fa, avrebbe forse scoraggiato la partecipazione più delle minacce di manganellate; oggi, paradossalmente, rischia solo di normalizzarsi nell’indifferenza generale.
E il cerchio, purtroppo, si chiude anche sul piano legislativo. Il decreto sicurezza approvato nel 2025 (legge n. 80) ha trasformato il blocco stradale — lo strumento di protesta pacifica più usato negli ultimi anni dagli attivisti di Ultima Generazione e di altri movimenti ambientalisti — da illecito amministrativo a reato penale, punibile fino a due anni di carcere quando commesso da più persone insieme. Una norma pensata, nelle intenzioni dichiarate dalle opposizioni e da diversi giuristi, proprio per scoraggiare quel tipo di disobbedienza civile non violenta: la stessa, in fondo, che a Genova venticinque anni fa si presentò nel blocco rosa e in tanti cortei pacifici,e che oggi si ritrova di nuovo, con altri nomi e altre forme, sul banco degli imputati. Cambiano gli anni, cambiano le sigle, ma la tentazione di rispondere al dissenso ambientale e sociale con lo strumento penale, invece che con l’ascolto, sembra non essersi mai davvero esaurita.
Non tutte le sconfitte sono una resa
Sento di essere implosa anch’io, in questi venticinque anni: quella ragazza che prese il treno notturno per Genova, a un certo punto, ha smesso di credere che bastasse scendere in piazza per cambiare le cose. Ma se oggi esiste GreenMe è anche perché ci fu Genova. A modo mio, negli anni, ho scelto di continuare quella battaglia in un’altra forma: aprendo un giornale che parlasse proprio di quei temi — l’ambiente, la giustizia sociale, un modello di sviluppo diverso — con gli strumenti e la pazienza che a venticinque anni non avevo ancora imparato ad avere. Non è un caso, credo, che chi come me è passato da quella piazza abbia poi scelto strade fatte di lavoro quotidiano silenzioso più che di nuove piazze: è un modo, forse l’unico rimasto, per non lasciare che quella sconfitta diventasse anche una resa.
Genova non fu la fine di quel movimento, anche se in molti lo temettero. Fu, semmai, uno spartiacque: dopo quei giorni il Forum Sociale Mondiale crebbe fino a contare decine di migliaia di partecipanti e i temi che portavamo in piazza allora (disuguaglianza, potere della finanza, giustizia climatica) sono oggi più urgenti che mai. Perché la battaglia per un mondo più giusto e più verde nacque, per molti di noi, esattamente in quei giorni e perché quella battaglia oggi si combatte anche difendendo il diritto di manifestare pacificamente per il Pianeta, senza che lo Stato smetta di distinguere fra chi protesta e chi delinque.
Genova ci ricorda quanto in fretta, in un paese democratico, le garanzie possano incrinarsi quando la narrazione precede e orienta i fatti invece di raccontarli. Non è un caso che questi temi tornino centrali proprio in un’Europa attraversata da nuove tensioni sulla gestione del dissenso e sul diritto di manifestare. Ma Genova ci ricorda anche quanto possa costare, a una generazione intera, vedersi tarpare le ali proprio mentre stava imparando a usarle: la Generazione X, l’incognita, non ha mai smesso del tutto di scontare quel silenzio.
La storia raramente si ripete identica, ma spesso fa rima con se stessa: per questo i 25 anni di Genova non vanno celebrati come un anniversario da cerimonia, ma riletti come un avvertimento e come un invito a non lasciare che accada mai più. Alle nuove generazioni che tornano in piazza, per il clima come per la pace, dobbiamo almeno questo: la memoria di cosa è costato a chi le ha precedute e la consapevolezza che il silenzio, anche quando sembra l’unica scelta possibile, è sempre la vittoria di chi quel giorno impugnava il manganello.
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Simona Falasca
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