Il Lago d’Aral prosciugato non è solo un incubo ecologico, ma una vera e propria bomba di carbonio


Il Lago d’Aral ha lasciato navi arrugginite sulla sabbia, polveri cariche di sale e un fondale vasto quasi quanto l’Irlanda. Dal 1960 al 2022, quella distesa asciutta ha liberato nell’atmosfera circa 748 milioni di tonnellate di CO₂. Al conto di uno dei più grandi disastri ambientali provocati dall’uomo mancava il carbonio. Ora c’è anche quello.

La stima arriva da uno studio pubblicato su Science e coordinato dal Centro di studi avanzati di Blanes del Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo, il CEAB-CSIC. Il lavoro riguarda soprattutto l’immenso fondale asciutto lasciato dal bacino. La tiepida ripresa osservata negli ultimi anni resta una buona notizia, concentrata però nel Piccolo Lago d’Aral, la sezione settentrionale in territorio kazako. Più a sud, l’acqua sopravvive soprattutto sulle vecchie carte geografiche.

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Il lago svuotato ha cominciato a restituire carbonio

@NASA

Quando un lago è pieno, alghe, piante e altri organismi depositano sul fondo materia organica. L’acqua rallenta la decomposizione e una parte del carbonio può restare intrappolata nei sedimenti per secoli. Il prosciugamento toglie quella copertura: entra l’ossigeno, riprende l’attività microbica e la CO₂ torna nell’atmosfera.

Nel caso dell’Aral, la stima centrale è di 204 milioni di tonnellate di carbonio liberate dal 1960, con un margine d’incertezza di 53 milioni. Convertite in anidride carbonica, corrispondono a circa 748 milioni di tonnellate. La vegetazione cresciuta sul nuovo fondale ha compensato meno dell’1% delle perdite. Troppo poco persino per fingere un pareggio.

Il calcolo nasce da una spedizione condotta nel 2022. Il gruppo ha raccolto sedimenti in zone rimaste senz’acqua in periodi differenti: alcune esposte da pochi anni, altre asciutte da decenni. Ha poi combinato i campioni con misurazioni dirette degli scambi di CO₂, immagini satellitari e rilievi effettuati con i droni. Il fondale ha offerto così una cronologia naturale del prosciugamento, utile a ricostruire oltre sessant’anni di perdite.

I carotaggi raggiungevano però una profondità massima di 50 centimetri. Gli strati inferiori restano ancora da studiare e il totale potrebbe risultare più alto, qualora la degradazione del carbonio si estendesse più in basso.

L’effetto è già abbastanza grande da riscrivere il bilancio del carbonio dell’area. Inserendo le emissioni del vecchio fondale nei calcoli legati all’uso del suolo, la regione passa da presunto assorbitore netto a fonte di carbonio. Il lago era scomparso dalle mappe dell’acqua. Le sue emissioni erano sparite anche dai conti climatici.

La rinascita dell’Aral riguarda soprattutto il Nord

Negli anni Sessanta l’Unione Sovietica deviò gran parte delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya verso le coltivazioni irrigue, soprattutto di cotone. Il Lago d’Aral, allora il quarto bacino lacustre più grande del mondo, iniziò a ritirarsi, aumentò la propria salinità e finì per separarsi in più corpi d’acqua.

Nel 2005 il Kazakistan ha completato la diga Kok-Aral, trattenendo le acque del Syr Darya nella sezione settentrionale. Il livello del Piccolo Aral è risalito, la salinità è diminuita e la pesca ha mostrato segnali di ripresa. È una rinascita concreta, con confini molto precisi.

Le immagini satellitari raccontano una traiettoria molto diversa più a sud. Il Grande Aral si è spezzato in due lobi e la sua sezione orientale è scomparsa completamente nel 2014, salvo riempirsi parzialmente durante alcune annate più favorevoli.

Lo stesso nome raccoglie ormai realtà differenti. La superficie recuperata nel Piccolo Aral convive con un’enorme pianura salina tra Kazakistan e Uzbekistan. Parlare del lago come di un unico corpo d’acqua serve ormai soprattutto alla grammatica.

Il fondale esposto continua a generare polveri trasportate dal vento sui terreni agricoli e verso i centri abitati. La scomparsa dell’acqua ha colpito la pesca, alterato il clima locale e lasciato esposte sostanze accumulate durante decenni di agricoltura intensiva. Lo studio aggiunge una conseguenza meno visibile: la perdita del carbonio custodito nei sedimenti.

Nel fondale restano altre 605 milioni di tonnellate di CO₂

Il carbonio già liberato è enorme. Quello ancora sepolto offre un margine d’intervento. Secondo gli autori, riportare l’acqua su una parte consistente del vecchio fondale potrebbe evitare l’emissione di altre 605 milioni di tonnellate di CO₂, una quantità paragonabile a quasi tre anni delle attuali emissioni antropiche di gas serra della Spagna.

Ricoprire nuovamente i sedimenti ridurrebbe il contatto con l’ossigeno e rallenterebbe la degradazione della materia organica. Gli autori hanno provato anche a stimare il valore economico di questo carbonio: usando come riferimento i prezzi del 2024 nei mercati volontari, le emissioni evitabili potrebbero corrispondere a crediti compresi tra 3,6 e 18 miliardi di dollari.

La forchetta dipende dai prezzi, dalle regole di certificazione, dalla durata dello stoccaggio e dalla capacità di dimostrare che le emissioni sarebbero avvenute senza il progetto. I crediti di carbonio rappresentano una possibile fonte di finanziamento. L’acqua deve comunque arrivare davvero.

Lo studio riprende scenari elaborati da ricercatori dell’Asia centrale. Canali meno dispersivi, sistemi irrigui più efficienti e una gestione coordinata tra i Paesi attraversati dai fiumi potrebbero aumentare l’afflusso verso il lago. Un investimento stimato in circa 9,7 miliardi di dollari consentirebbe, secondo uno degli scenari, di recuperare approssimativamente metà della superficie occupata dall’Aral nel 1960 e generare crediti stimati in 323 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Sono proiezioni legate a lavori idrici, finanziamenti e accordi politici ancora da costruire.

Il problema riguarda anche altri bacini in ritirata, dal Gran Lago Salato negli Stati Uniti al Lago Urmia in Iran, fino al Lago Ciad e al Mar Caspio. Quando l’acqua scompare, il fondale entra nel ciclo del carbonio con un ruolo diverso da quello avuto per secoli. Un passaggio rimasto ai margini di molti inventari climatici. L’acqua deviata per irrigare il deserto ha finito per crearne uno nuovo. Ora sappiamo che quel deserto emette anche CO₂. Le 605 milioni di tonnellate rimaste nei sedimenti dipendono da quanta acqua si riuscirà a restituire al Lago d’Aral, e da quanta se ne continuerà a prendere.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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