Dall’intelligenza artificiale che studia la loro capacità di adattarsi al clima, alle oltre 450 nuove specie scoperte in Italia negli ultimi vent’anni: la ricerca scientifica conferma che il mondo vegetale è ancora un universo da esplorare. E forse, come suggerisce Guidalberto Bormolini nel suo ultimo libro Chiedilo agli alberi, è arrivato il momento di imparare ad ascoltarle
Per secoli abbiamo osservato le piante come semplice sfondo della nostra esistenza. Le abbiamo studiate soprattutto per quello che potevano offrirci: cibo, legno, medicine, ossigeno.
Oggi, invece, qualcosa sta cambiando. La botanica, l’ecologia e le nuove tecnologie stanno restituendo alle piante il ruolo che meritano: quello di protagoniste nella comprensione del futuro del Pianeta.
Lo dimostrano due ricerche appena presentate da altrettanti atenei italiani che, da prospettive diverse, raccontano quanto sia ancora enorme ciò che dobbiamo imparare dal mondo vegetale.
Piante e cambiamenti climatici
All’Università di Udine è stata inaugurata una delle piattaforme di ricerca più avanzate del Paese dedicate allo studio delle piante. Si chiama Pheno Lab & Pheno Space e rappresenta un piccolo laboratorio del futuro dove botanica, robotica, intelligenza artificiale, sensoristica e sistemi di imaging lavorano insieme per osservare come le piante reagiscono ai cambiamenti climatici.
Non si tratta semplicemente di serre sperimentali. I ricercatori possono riprodurre con estrema precisione gli scenari climatici che ci attendono nei prossimi decenni, simulando siccità, aumento della concentrazione di CO2, temperature elevate, carenze nutrizionali o eventi meteorologici estremi.
Telecamere iperspettrali e tridimensionali, sensori e algoritmi di intelligenza artificiale permettono di individuare segnali di sofferenza invisibili all’occhio umano, trasformando quella che finora era una ricerca prevalentemente descrittiva in una vera scienza predittiva.
L’obiettivo non è soltanto selezionare colture più resilienti. È comprendere il linguaggio delle piante prima che il danno diventi irreversibile, migliorando l’efficienza nell’uso di acqua, nutrienti ed energia. Una conoscenza che sarà fondamentale per un’agricoltura chiamata a produrre di più consumando meno risorse.
L’enorme ricchezza della biodiversità vegetale italiana
Mentre a Udine si guarda al futuro delle coltivazioni, dall’Università di Pisa arriva invece una sorprendente fotografia del patrimonio botanico italiano.
Uno studio coordinato dalla Società Botanica Italiana rivela che negli ultimi vent’anni sono state scoperte ben 453 nuove specie e sottospecie di piante spontanee, di cui ben 443 endemiche, cioè presenti esclusivamente nel nostro Paese. È un risultato che sorprende.
In un’epoca in cui pensiamo di conoscere ormai ogni angolo del territorio nazionale, emerge invece che la biodiversità italiana continua a riservare scoperte straordinarie.
Dal Lino di Katia che cresce esclusivamente sul Monte Manfriana in Calabria al recentissimo Dente di Leone di Montecristo, descritto appena nel 2025 sull’omonima isola dell’Arcipelago Toscano, ogni nuova specie racconta una storia evolutiva irripetibile.
La ricerca coordinata dai botanici evidenzia però anche un altro aspetto importante: esistono ancora molte aree d’Italia poco esplorate dal punto di vista floristico.
Alcune province della Toscana, così come vaste zone del Mezzogiorno, potrebbero custodire specie ancora sconosciute alla scienza. Conoscere questa biodiversità non è un esercizio accademico: significa costruire le basi scientifiche per proteggere habitat sempre più minacciati dai cambiamenti climatici e dall’espansione urbana.
La complessità del mondo vegetale
Queste due ricerche sembrano dialogare tra loro. Da una parte impariamo a prevedere il comportamento delle piante davanti ai nuovi scenari climatici; dall’altra scopriamo quanto sia ancora incompleta la nostra conoscenza della flora che ci circonda.
In entrambi i casi emerge un messaggio chiaro: il mondo vegetale è molto più complesso di quanto immaginiamo.
Ed è proprio qui che la scienza incontra la riflessione proposta da Guidalberto Bormolini nel suo libro Chiedilo agli alberi (Ponte alle Grazie, 18€ – 270 pp). L’autore invita a superare la tradizionale visione antropocentrica e a considerare gli alberi come maestri di resilienza, cooperazione e capacità di adattamento.
Non perché possiedano caratteristiche magiche, ma perché rappresentano organismi che hanno imparato, in milioni di anni di evoluzione, a convivere con il cambiamento senza distruggere gli ecosistemi di cui fanno parte.
Osservare un bosco significa infatti osservare una comunità dove collaborazione, scambio di risorse e interdipendenza prevalgono sulla competizione. Una lezione che oggi appare sorprendentemente attuale anche per le società umane, chiamate ad affrontare crisi climatiche, scarsità di risorse e perdita di biodiversità.
Forse è proprio questa la direzione verso cui ci stanno conducendo sia la ricerca scientifica sia la riflessione culturale. Le piante non sono soltanto organismi da proteggere perché producono ossigeno o assorbono anidride carbonica. Sono archivi viventi di informazioni, sistemi sofisticati di adattamento e indicatori preziosi dello stato di salute del Pianeta.
Capire come reagiscono agli stress ambientali, scoprire nuove specie o imparare semplicemente a osservare un albero con occhi diversi significa, in fondo, imparare qualcosa anche su noi stessi.
Perché il futuro dell’uomo continuerà a dipendere, molto più di quanto siamo abituati a pensare, dalla capacità di comprendere e custodire il mondo vegetale. E forse, prima di cercare tutte le risposte nelle macchine intelligenti, vale ancora la pena fare ciò che suggerisce Bormolini: “fermarsi e chiedere agli alberi“.
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M.Cristina Ceresa
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