Alle 3.36 del 24 agosto 2016 il terremoto ha cambiato per sempre la geografia e la vita di una parte dell’Italia centrale. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e molti altri comuni dell’Appennino hanno conosciuto in pochi secondi la distruzione di case, piazze, luoghi simbolici e punti di riferimento quotidiani. Nei mesi successivi altre scosse hanno continuato a colpire un territorio già fragile, tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, lasciando migliaia di persone fuori dalle proprie abitazioni e comunità costrette a confrontarsi con una ricostruzione lunga e complessa.
A dieci anni di distanza, però, raccontare queste terre significa andare oltre la fotografia delle macerie. Significa incontrare persone che hanno deciso di restare, realtà che hanno continuato a lavorare, giovani che provano a costruire qui il proprio futuro e comunità che continuano a presidiare territori dove il rischio più grande non è soltanto il ricordo del terremoto, ma lo spopolamento.
È da questa consapevolezza che nasce la Carovana nelle Terre Mutate 2026, il cammino collettivo al quale abbiamo partecipato, promosso dall’ODV Cammino nelle Terre Mutate con il sostegno di ActionAid Italia: quattordici tappe da Fabriano fino all’Aquila, attraversando l’Appennino centrale lungo quei territori segnati dai terremoti del 2016-2017 ma anche dalla capacità delle comunità di reagire e immaginare nuovi percorsi.
Non un viaggio della memoria, ma un’esperienza di ascolto. La Carovana nasce con l’obiettivo di incontrare chi vive questi luoghi ogni giorno, raccogliere storie, osservare cosa è cambiato dopo dieci anni e raccontare anche ciò che ancora manca. Un modo per spostare lo sguardo dal solo trauma alla vita quotidiana delle comunità.
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ActionAid: 10 accanto alle comunità
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In questo viaggio nelle Terre Mutate c’è anche il lavoro di ActionAid, presente nei territori colpiti dal sisma fin dai primi giorni dell’emergenza. Dieci anni di presenza sul campo durante i quali l’organizzazione ha modificato il proprio intervento seguendo l’evoluzione dei bisogni delle comunità: dalla fase immediatamente successiva al terremoto, quando la priorità era garantire informazione e partecipazione, fino alle attività attuali dedicate ai servizi di prossimità, ai giovani, alle donne e alla ricostruzione del tessuto sociale.
A raccontare questo percorso è Lucia Romagnoli Program Manager di ActionAid, che spiega come il lavoro dell’organizzazione non sia stato un intervento definito una volta per tutte, ma un processo costruito nel tempo insieme alle persone che abitano questi territori.
Anche la nostra attività lavorativa e d’impegno come ActionAid ha seguito i bisogni delle persone nelle varie fasi del post terremoto, quindi in dieci anni anche il nostro intervento si è trasformato.
Nella prima emergenza il bisogno principale era quello di avere informazioni e strumenti per orientarsi in una situazione completamente nuova.
I bisogni principali sono stati di informazione. Abbiamo organizzato e facilitato tantissime assemblee anche sotto le tende e abbiamo facilitato la costituzione di alcune di quelle associazioni che oggi nel decennale si impegnano e si sono impegnate.
Un lavoro che ha accompagnato anche la nascita di realtà associative locali, aiutando gruppi spontanei di cittadini a diventare soggetti organizzati.
Alcune le abbiamo accompagnate fisicamente a scrivere lo statuto, presentare lo statuto e diventare associazione e le abbiamo accompagnate nel processo di coordinamento.
Con il passare dei mesi e degli anni, però, i bisogni sono cambiati. Il ritorno nei territori dopo gli spostamenti dell’emergenza ha fatto emergere una nuova fragilità: quella di chi rientrava in luoghi ancora profondamente segnati dal terremoto.
Rientrare nel proprio luogo senza la propria casa, senza nessun punto di riferimento per persone giovani o anziane, è stato un trauma che si è aggiunto ovviamente al trauma del terremoto e al trauma di essere stato spostato.
Per questo ActionAid ha lavorato anche sul sostegno psicologico e sulla ricostruzione delle relazioni sociali, attraverso percorsi di supporto psicosociale e di psicologia di comunità.
Abbiamo lavorato tantissimo insieme a un’associazione che si chiama Psiplus di Roma proprio sulla parte psicologica e sulla psicologia di comunità, organizzando momenti di incontro, di racconto e di narrazione.
Uno degli esempi più concreti del lavoro di prossimità è il servizio di trasporto sociale nato ad Accumoli, costruito per rispondere a un problema molto concreto: la distanza dai servizi essenziali per chi vive nelle aree interne.
Dopo il terremoto, infatti, molte persone si sono ritrovate in abitazioni provvisorie lontane da farmacie, negozi, ospedali e servizi quotidiani.
Mancava la parte di collegamento per bisogni più sociali, quindi con tanta pazienza, mettendo ciascuno un po’ di risorse, abbiamo creato un tavolo anche con le associazioni locali che hanno detto: ok, proviamo.
Il risultato è stato un servizio costruito attraverso la collaborazione tra Comune, associazioni e volontari.
Oggi c’è questo servizio che si regge sulle risorse di tanti pezzetti della comunità. Quindi è la comunità stessa che in qualche modo si prende cura della comunità, quindi è un welfare di comunità molto semplice ma che di fatto oggi ha assistito circa cento persone in un paese che ha quattrocento abitanti.
Accanto ai servizi di prossimità, negli ultimi anni ActionAid ha concentrato il proprio lavoro anche sulla riattivazione sociale dei giovani e delle giovani donne, una fascia particolarmente colpita dalle conseguenze del sisma e dell’isolamento successivo.
Quando è successo il terremoto qui lo vediamo in maniera molto specifica: erano bambini, ragazzini, la cui vita si è interrotta improvvisamente sia a livello scolastico sia a livello familiare sia a livello di reti di opportunità.
L’obiettivo è intercettare persone che spesso rimangono fuori dai servizi tradizionali e accompagnarle verso nuovi percorsi.
L’obiettivo non è mai sostituirsi, ma fare quel pezzetto di collegamento. La borsa serve a rimuovere quegli ostacoli che non consentono l’attivazione, sia lavorativa, formativa ma anche sociale proprio intesa relazionale.
La Carovana per ascoltare chi continua a vivere questi territori
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Accanto alla dimensione dei servizi c’è quella della presenza, dell’ascolto e della partecipazione. È il punto di vista di Patrizia Caruso Responsabile dell’Unità Resilienza di ActionAid, che racconta il significato della Carovana nelle Terre Mutate e il ruolo che può avere nel riportare attenzione su territori che rischiano di essere dimenticati.
La Carovana delle Terre Mutate è un cammino lento, un cammino consapevole, un cammino collettivo che si svolge lungo la faglia che ha attraversato l’Appennino centrale e i territori che sono stati colpiti dagli ultimi terremoti, partendo da Fabriano e arrivando all’Aquila.
Un percorso che non serve soltanto ad attraversare luoghi, ma soprattutto ad ascoltare le persone che in questi anni hanno scelto di restare.
È un cammino di quindici giorni, sceglie di attraversare questi territori per osservare con attenzione e con rispetto, per ascoltare le voci delle persone che si sono impegnate in questi ultimi dieci anni per stare qui, per resistere e per costruire il futuro delle proprie comunità.
ActionAid, racconta Caruso, è rimasta in questi territori dal 2016 seguendo il cambiamento dei bisogni.
Siamo in questi territori da subito dopo le prime scosse dell’agosto 2016, non siamo mai andati via. Abbiamo scelto di restare seguendo l’evoluzione dei bisogni delle persone e delle comunità che qui vivevano.
Il principio che ha guidato il lavoro è stato quello del protagonismo delle comunità.
Non è pensabile una risposta all’emergenza, non è pensabile una ricostruzione senza mettere al centro le persone che poi quei territori devono contribuire a farli tornare vivi.
Dopo dieci anni, secondo Caruso, il problema più urgente resta quello della ricostruzione delle abitazioni, ma non soltanto.
Il bisogno più pressante dopo dieci anni è fare in modo che le persone possano tornare ad abitare questi luoghi, ma questo non è composto solo dalle case. È composto anche dai servizi che permettono a una famiglia, a una persona anziana, a una persona di decidere di proseguire la propria vita in questo territorio.
Perché una comunità possa davvero rinascere servono case, servizi, ma anche relazioni.
Può dirsi ricostruita quando le persone sentono di essere a casa, di poter uscire di casa e trovare tutto quello che serve per la loro quotidianità, per la loro vita, per assicurare un futuro ai loro figli e figlie.
La lezione più importante arrivata dalle comunità, secondo Caruso, riguarda proprio la partecipazione.
Le comunità ci hanno insegnato tantissimo. Ci hanno confermato qualcosa che intuivamo e che sapevamo: non si può pensare a una ricostruzione che non abbia al centro le persone, il loro sguardo sul territorio, la loro memoria, il loro desiderio di futuro.
E il ruolo di chi arriva oggi in questi luoghi non è soltanto quello di visitare.
Attraversare questi luoghi con rispetto, con curiosità e con attenzione è un gesto che sembra banale ma è fondamentale. Ascoltare le persone, fare delle domande e soprattutto testimoniare, raccontare quello che si è visto.
Milena Bruni: costruire un lavoro partendo dalle proprie radici
A Ussita il futuro passa anche attraverso piccole imprese nate dal legame profondo con il territorio. Una di queste è quella di Milena Bruni, imprenditrice agricola che ha scelto di restare nel paese dove è nata e cresciuta e di trasformare una storia familiare in un progetto lavorativo.
Dopo il periodo del Covid, quando si trovava in cassa integrazione, Milena ha deciso di aprire un’azienda agricola con trenta capre e di realizzare prodotti cosmetici a base di latte di capra: creme per le mani, detergenti e altri prodotti legati alla sua terra.
La sua scelta non nasce dalla nostalgia, ma dalla volontà di continuare a vivere dove si sente a casa.
Sono nata a Ussita, cresciuta a Ussita e ho sempre abitato a Ussita. Io sono una di quelle che non si è mai voluta spostare, nel senso che magari anche quando sei ragazza tanti dicono voglio andare fuori, però io invece sono una di quelle proprio che non si è mai voluta spostare.
Milena racconta che anche quando ha provato ad allontanarsi, si è resa conto che la sua dimensione era quella dei piccoli paesi di montagna.
Non riesco proprio a vivere su città o posti più grandi. Anche se mi spostassi andrei comunque a finire in un altro paesino piccolo, perché non mi piace proprio la città.
Restare, però, significa anche inventarsi un lavoro.
Il lavoro me lo devo per forza creare lì. Ho sempre lavorato sui ristoranti, sull’alimentari, sempre sulle attività del posto. Dopo il Covid abbiamo pensato di fare anche questa piccola realtà.
Fare impresa in montagna non è semplice. I problemi riguardano soprattutto l’organizzazione, i servizi e un turismo diventato più difficile da prevedere.
È difficile fare impresa qui. Io penso a chiunque abbia un’attività, perché tanto da noi principalmente vivono del turismo. Prima avevi più o meno impostato le tempistiche: sapevi quando lavoravi tanto e quando meno. Adesso anche le realtà che ci stanno fanno fatica perché non sai se una domenica arrivano cento persone o se ne arrivano tre.
Ma il rapporto con la sua attività racconta anche un modo diverso di vivere il territorio. Le sue capre non sono soltanto animali da allevamento.
I miei prodotti hanno dei nomi e sono i nomi delle caprette. La crema mani si chiama Esmeralda, che è una capra particolare che ho cresciuto io, quella più tipo cane, perché ti segue dappertutto. Ognuna ha il nome suo, ognuna ha una caratteristica.
Patrizia Vita: restare dopo il terremoto, presidiare un territorio ferito
A Ussita vive anche Patrizia Vita, una delle persone che hanno vissuto direttamente il terremoto e che oggi è impegnata nell’organizzazione della Carovana nelle Terre Mutate. Prima del sisma aveva scelto di tornare nel suo paese dopo vent’anni trascorsi fuori, trasformando la casa di famiglia in una struttura ricettiva, un bed & breakfast chiamato “La casa dell’ortigiana”.
La sua nuova vita era appena iniziata quando sono arrivati i terremoti del 2016.
Dopo le scosse, mentre molti abitanti venivano trasferiti sulla costa, Patrizia insieme ad altre persone ha scelto di rimanere per continuare a presidiare il territorio.
Mi sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Ormai ero già tornata al mio paese dopo vent’anni di vita fuori, avevo trasformato la casa di famiglia in un B&B e avevo impostato la mia nuova vita. Quando sono avvenuti i sismi del 2016 è stato naturale per me e per un altro gruppo di persone auto-organizzarci e rimanere, con camper e roulotte, a presidiare il territorio.
Ussita in quei mesi era zona rossa e l’accesso era consentito solo con autorizzazione. Restare significava anche accompagnare simbolicamente un luogo che aveva subito una ferita profonda.
Era un po’ come fare compagnia a un malato, a qualcuno che aveva subito Ussita. Noi siamo stati al checkpoint fino al giugno del 2017.
Dieci anni dopo, però, il percorso della ricostruzione è ancora complesso. Patrizia racconta una fatica quotidiana fatta di attese, burocrazia e difficoltà nel tornare pienamente alla normalità.
La ricostruzione è molto complessa, molto faticosa, molto lenta. A un certo punto ho detto: vabbè, ma io sono da sola, perché devo stare a patire la vita mia? Posso andare ovunque perché ho questa fortuna. E me ne vado.
Poi qualcosa è cambiato e Patrizia ha deciso di restare.
Si è sbloccata la contrattualistica e quant’altro e quindi ho detto: ok, rimango. E sono rimasta.
La speranza, per chi continua ad abitare questi luoghi, è una scelta quotidiana. Ma non significa nascondere le difficoltà.
La speranza non la puoi perdere perché sennò te ne andresti. E quindi, diciamo che nonostante io sia una persona estremamente ottimista e positiva, se penso a quanto sto patendo per avere la ricostruzione della mia casa, la speranza un po’ vacilla.
La sua rabbia riguarda soprattutto l’assenza di risposte.
Quello che mi fa arrabbiare è che io ho un cantiere fermo di una casa che dovrebbe essere anche il mio lavoro e non so perché è fermo. Non ho risposte.
Eppure, proprio chi arriva da fuori può avere un ruolo importante. Per Patrizia i camminatori rappresentano un collegamento tra queste montagne e il resto del Paese.
I camminatori sono le nostre finestre sul mondo, ma sono anche i nostri altoparlanti perché camminando sulle nostre terre sono forse gli unici che hanno la consapevolezza di sapere a che punto è la ricostruzione per davvero.
Il rischio, secondo lei, è che dieci anni dopo il terremoto l’attenzione si concentri solo sulle cose positive realizzate, dimenticando ciò che ancora manca.
Quest’anno ci saranno una serie di celebrazioni dove appariranno un sacco di cose fighe che sono state fatte, però poi se dobbiamo fare i conti con quella che veramente è la ricostruzione purtroppo siamo ancora tanto indietro.
Andrea Izzo: il turismo lento può essere una strada per la rinascita?
Se la ricostruzione materiale resta una sfida aperta, il turismo lento può rappresentare uno degli strumenti per riportare persone, relazioni ed economia in questi territori.
A sostenerlo è Andrea Izzo, guida di trekking, originario di Arquata del Tronto e impegnato nel mondo dei cammini. Per lui chi arriva in questi luoghi attraverso un percorso a piedi non è semplicemente un visitatore, ma qualcuno che entra in relazione con un territorio.
Secondo Andrea, i camminatori arrivano soprattutto con il desiderio di capire cosa sia successo dopo il terremoto.
I camminatori principalmente passano in queste zone per rendersi conto di com’è lo stato della ricostruzione, sia da un punto di vista proprio reale che da un punto di vista sociale.
Il turismo lento, secondo lui, può adattarsi meglio alle caratteristiche delle aree interne rispetto a forme di turismo più concentrate e veloci.
Assolutamente sì, può contribuire perché va ad avvicinare delle persone che hanno una visione del territorio corretta.
La differenza sta nel modo in cui si attraversano questi luoghi.
Il turismo lento si inserisce bene perché è costante nel tempo, è dosato, i camminatori si adattano soprattutto alle situazioni.
Un modello che può generare ricadute economiche diffuse: pernottamenti, ristorazione, prodotti locali, manutenzione dei sentieri.
Mangiano al ristorante, pernottano. Il ristoratore prende il prodotto tipico locale, fa lavorare i produttori locali, quindi si crea un’economia a chilometro zero.
Andrea porta anche un esempio concreto, quello della fornace di Pretare, un’area di sosta che grazie al passaggio dei cammini ha visto aumentare le opportunità.
Questo è un circolo vizioso positivo. Se ci sono i camminatori la rete si automantiene.
Ma soprattutto il turismo lento può contribuire a cambiare lo sguardo esterno su questi territori.
Che cosa vorrei che chi arriva qui smettesse di pensare? Che questi luoghi sono spenti, che non c’è vita e che la gente si è rassegnata. Qui non c’è rassegnazione.
Non luoghi vuoti, ma territori da abitare
Il viaggio della Carovana nelle Terre Mutate restituisce un’immagine diversa dell’Appennino centrale. Non quella di territori immobili dopo il terremoto, ma quella di comunità che stanno cercando nuove forme per restare.
Le difficoltà sono evidenti: la ricostruzione delle case, la distanza dai servizi, il calo della popolazione e la necessità di creare opportunità economiche sostenibili. Ma accanto alle fragilità esiste una rete di persone, associazioni e realtà locali che continua a lavorare.
Per Andrea Izzo oggi la parola futuro non è tanto speranza astratta, ma consapevolezza delle sfide.
Prima ti avrei potuto dire incertezza, ma è più consapevolezza. Consapevolezza delle sfide che ci attendono, dure e complicate, ma si nota che qualcosa si sta muovendo.
E ciò che dà fiducia è soprattutto la capacità delle persone di fare rete.
Vedo tante belle persone che hanno una visione comune. Spesso basta uno sguardo, il linguaggio è lo stesso. Quando c’è questa sinergia di energie positive e di volontà di ripristino del territorio e delle comunità, svincolate dai personalismi, qui c’è davvero tanta roba.
Dieci anni dopo il sisma, le Terre Mutate chiedono quindi di essere attraversate non come luoghi del passato, ma come territori del presente.
La Carovana porta un messaggio semplice: ricostruire non significa soltanto rialzare muri, ma creare le condizioni perché qualcuno possa scegliere ancora di vivere qui. Perché una montagna torna davvero viva quando qualcuno continua a chiamarla casa.
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Redazione GreenMe
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