L’uomo ricco di astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia…
……..
Anche a noi dì qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus.
(Odissea, Libro Primo – Traduzione di R. Calzecchi Onesti)
Dopo tremila anni, la Musa di Omero continua a parlare al nostro tempo, ancora narra le avventure di Odisseo.
La prima parola del poema è «uomo». Non a caso.
Odisseo, eroe di guerra che Omero descrive subito come polìtropo (in greco πολύτροπος) «uomo di ingegno multiforme», non è un uomo qualunque. È un uomo saggio e astuto.
In un episodio memorabile, Odisseo affronta il ciclope che vanta il nome di Polifemo (Πολύφημος, ossia di molta fama), che a sua volta chiede a Ulisse quale sia il suo. Con sottile ironia, l’astuto eroe risponde di chiamarsi “Nessuno”. Dopo, la sua lungimiranza ci stupisce: Polifemo, accecato da Odisseo e dai suoi uomini per sfuggire alla voracità del gigante, grida chiedendo aiuto e dicendo che Nessuno lo sta assalendo. Naturalmente, i vicini ciclopi non accorrono: l’uomo dalle molte astuzie ha sconfitto il mostro orgoglioso e miope con la saggia prudenza.
Pensiamo probabilmente di sapere esattamente cosa sia L’Odissea, di conoscerla bene. E il regista premio Oscar Christopher Nolan, nel film omonimo uscito in questi giorni, rispecchia l’opinione comune definendola «la storia d’avventura per eccellenza».
E se, tuttavia, avessimo frainteso il poema? Se l’idea di Omero non fosse mai stata quella di narrare la più straordinaria delle storie? Se il suo intento non fosse semplicemente stato quello di intrattenerci? È Platone a guidarci verso una comprensione più profonda: in Repubblica, Socrate osserva che i suoi contemporanei chiamano Omero «l’educatore dell’Ellade», e Aristotele nelle sue opere lo definisce «maestro». Era un giudizio condiviso dagli antichi greci.
Oggi può apparire strano, perché pensiamo che l’istruzione passi attraverso i libri di testo, la scuola o l’università. L’istruzione è diventata un’industria e le storie servono soprattutto all’intrattenimento. I greci, invece, consideravano l’istruzione non tanto una diffusione (o produzione) di conoscenze quanto un processo di formazione alla saggezza e alla virtù.
Le grandi storie come quella di Omero formano il carattere, sono esempi di saggezza e virtù:
i bambini imparano a imitare il coraggio osservando Achille;
imparano la saggezza da Mentore;
la prudenza e il discernimento da Odisseo;
la fedeltà da Penelope;
l’ospitalità da Eumeo.
Molto prima che la filosofia analizzasse la virtù, Omero ne aveva dato le personificazioni. E poiché, come ha osservato Aristotele, gli esseri umani sono le creature più inclini all’imitazione, imparano, dal nascere, attraverso l’imitazione e provano un piacere innato nel contemplare le imitazioni. Appare logico, quindi, che un grande poeta come Omero sia il migliore dei maestri. Ci dà diletto ascoltarlo.
Considerare Omero come maestro cambia completamente il modo di leggere l’Odissea, rendendoci possibile sentire ancora la sua musa cantare: non solo ci delizia, ma ci insegna cosa significhi essere umani. Se Omero è un maestro e Odisseo il suo esempio di saggezza, dobbiamo vederlo come un educatore alla saggezza.
OMERO EDUCA IL DESIDERIO
Il desiderio è un filo rosso che percorre tutta l’epica di Omero.
Il desiderio illecito di Paride per Elena provocò una guerra che distrusse Troia. Omero non si limita a mettere in guardia dall’influenza maligna di Afrodite, dea dell’amore, è Paride che antepone la lussuria alla saggezza. Gli uomini che non controllano la propria brama seguono la via della distruzione. Bisogna imparare ad amare la saggezza, come Odisseo.
I mostri che Ulisse affronta non sono semplici creature, sono tentazioni.
Calipso lo tenta con un piacere eterno senza doveri. I Mangiatori di Loto invitano i suoi uomini a dimenticare il passato doloroso. Circe gli prospetta un asservimento sconsiderato al desiderio. Scilla e Cariddi tentano di mostrargli la vita come scelta del male minore. Le Sirene promettono l’arroganza di una fama immortale, trascurando le cose che rendono completa una vita umana: famiglia, casa, patria e l’eredità di un nome di cui andare fieri.
Ogni “avventura” pone la stessa domanda: chi o cosa governa l’anima? Ridurre l’Odissea a una mera storia di avventure significa vedere Nessuno come protagonista. Ma l’Opera di Omero non è una semplice narrazione di avventure: è una psicagogia, un “viaggio dell’anima”.
OMERO ISPIRA PLATONE
«La caratterizzazione più corretta della tradizione filosofica europea è che consiste in una serie di note a piè di pagina su Platone», ha scritto Alfred North Whitehead.
Platone descrive l’anima, psyché (in greco, ψυχή) come composta da tre parti, ognuna spinta da un impulso che la pone in conflitto con le altre. In Repubblica, per rappresentare l’anima tripartita – ragione, spirito, desiderio – immagina una città con le relative funzioni civiche: governante, guardiano, consumatore. Sebbene ogni parte svolga la propria funzione e debba ricevere il giusto riconoscimento, Platone sostiene che per avere un’anima ben ordinata e vivere una vita giusta e armoniosa la Ragione deve governare le altre due.
Da dove ha tratto questa idea? Certamente da Omero, «maestro della Grecia». Odisseo è un uomo straordinariamente calcolatore, eppure ha successo solo quando è governato dalla ragione, mentre i suoi compagni soccombono perché dominati dai desideri.
Se la tradizione filosofica occidentale è una serie di note a piè di pagina su Platone, il suo maestro non riconosciuto è Omero. Il viaggio dell’anima – centro dell’analisi filosofica di Platone – è stato tracciato per la prima volta nella grande avventura di Odisseo.
Perché l’Odissea conserva intatto il suo valore? Non per l’avventura in sé, ma perché canta la natura umana in una sinfonia di immagini ricche di significati, contempla Dèi e Inferi, e la natura umana non è cambiata. L’Odissea affascina oggi come affascinava il pubblico di Omero perché non abbiamo fatto alcun progresso rispetto a chi siamo.
Incontriamo ancora i Mangiatori di Loto: i traumi della vita ci spingono a voler dimenticare quanto accade piuttosto che trarne saggezza. Quanti ricorrono a droghe o cedono all’autodistruzione per non confrontarsi con esperienze terribili?
Esistono sempre le Sirene: individui e social inducono l’ossessione verso la propria immagine pubblica, trascurando chi abbiamo vicino; vite legate a un albero maestro in un mare scuro come vino.
Affrontiamo ancora Circe: una vita di sperperi senza chiederci se vizio o virtù contino ancora.
E incontriamo ancora Ciclopi: cinici che invitano a vivere al di fuori dell’ordine civile, descrivendolo solo come male. I Ciclopi odierni vorrebbero una vita senza tecnologia, ignorando il Bene e il Male e irridendo agli dèi. Gridano «hey, la civiltà occidentale deve sparire», come nella canzone di John Lennon Imagine: atei che «immaginano che non ci sia il Paradiso», «nessun Inferno sotto di noi, / sopra di noi solo cielo»…
In questo senso, il mondo narrato da Omero è ancora il nostro mondo, cambiano solo i nomi. I nostri “mostri” sono distrazioni, ossessioni: consumismo, pornografia, potere, ideologia, comodità. Le domande che Omero pone non sono superate né inutili, anzi: servono a farci riconoscere gli attuali mostri indicandoci come combatterli.
L’Odissea non è straordinaria perché racconta come un uomo eccezionale sia riuscito a tornare a casa, ma perché continua a narrarci come trovare la strada di casa, come Ulisse. Non verso Itaca, ma verso un’anima rettamente ordinata.
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Scott Masson per ET USA
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