Dopo un’attenta revisione basata sulle nuove evidenze scientifiche, l’EFSA ha abbassato di circa 3,5 volte il livello sicuro di esposizione al TFA, una sostanza che può derivare dalla degradazione di alcuni PFAS
Dei PFAS, le cosiddette “sostanze chimiche eterne”, si parla sempre più spesso. Il motivo è la loro ampia diffusione nell’ambiente e la crescente attenzione della comunità scientifica e delle autorità europee nei confronti dei possibili rischi associati a queste sostanze e ai loro prodotti di degradazione.
In questi giorni è arrivata una nuova valutazione dell’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che riguarda in particolare il TFA (acido trifluoroacetico), una sostanza che può derivare dalla degradazione di alcune sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS), comprese quelle presenti in alcuni pesticidi.
Sulla base di nuove evidenze scientifiche, l’EFSA ha abbassato il livello di assunzione giornaliera considerato sicuro attraverso la dieta. Una novità che riguarda quindi la quantità di TFA a cui possiamo essere esposti attraverso ciò che mangiamo e beviamo.
Il nuovo limite di sicurezza del TFA
Gli esperti dell’Autorità hanno ridotto la dose giornaliera accettabile (ADI) del TFA a 0,014 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Il precedente valore era di 0,05 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. In altre parole, il nuovo livello di sicurezza è circa 3,5 volte più basso rispetto a quello precedente.
L’EFSA ha inoltre stabilito una nuova dose di riferimento acuta pari a 0,07 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo, un valore utilizzato per valutare i rischi legati a un’esposizione elevata nell’arco di un breve periodo.
La decisione arriva dopo una nuova valutazione scientifica e potrebbe avere conseguenze sulle future misure adottate a livello europeo. Come spiega l’EFSA, infatti:
La Commissione Europea e gli Stati membri dell’UE terranno conto dei nuovi livelli quando discuteranno misure per garantire la protezione dei consumatori.
Cos’è il TFA e perché preoccupa
Il TFA, o acido trifluoroacetico, è una sostanza chimica che può avere diverse origini e che può formarsi quando alcune sostanze appartenenti al gruppo dei PFAS si degradano. Tra queste ci sono anche alcune sostanze attive utilizzate nei pesticidi.
Il problema è che, attraverso questi processi di degradazione, il TFA può finire nell’ambiente, in particolare nelle acque sotterranee, nel suolo e nelle colture alimentari. È proprio questo uno degli aspetti che rende la questione particolarmente importante dal punto di vista della sicurezza alimentare: il TFA può infatti entrare nella catena alimentare e contribuire all’esposizione della popolazione attraverso la dieta.
Gli Stati membri dell’Unione europea sono già tenuti a monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile, mentre altri programmi di monitoraggio tengono sotto controllo la presenza di PFAS negli alimenti.
La recente valutazione dell’EFSA si basa su nuove evidenze scientifiche che hanno evidenziato, tra gli altri effetti, che il TFA può modificare i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla ghiandola tiroidea che svolge un ruolo importante nella regolazione dell’organismo. È proprio questa nuova evidenza ad aver contribuito alla revisione dei valori di sicurezza.
Ma non è tutto. L’EFSA sottolinea infatti che esistono ancora aree che necessitano di ulteriori ricerche, tra cui il possibile ruolo del TFA nella tossicità a lungo termine, nella cancerogenicità e nella immunotossicità dello sviluppo. Proprio a causa di queste incertezze, nel calcolo della nuova dose giornaliera accettabile è stato introdotto un ulteriore fattore di incertezza.
Questo non significa che l’EFSA abbia stabilito che il TFA provochi necessariamente questi effetti nell’uomo, ma che, alla luce delle conoscenze ancora incomplete, ha adottato un approccio più prudente nella definizione del livello di esposizione considerato sicuro.
Come è stata fatta la nuova valutazione
Per arrivare alla nuova valutazione, l’EFSA aveva lanciato una raccolta di dati che si è svolta dal 6 agosto al 7 ottobre 2024. Gli esperti hanno preso in considerazione diverse fonti di informazione, tra cui i dati provenienti dalle valutazioni effettuate dagli Stati membri dell’UE sui prodotti fitosanitari che possono formare TFA; le precedenti valutazioni dell’EFSA sulle sostanze attive contenute nei pesticidi che possono formare TFA; gli studi considerati dall’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche nell’ambito delle proposte di classificazione, e infine i dati forniti dall’industria.
L’EFSA ha inoltre lavorato insieme a esperti degli Stati membri, del mondo accademico e di altre organizzazioni, coinvolgendoli nel processo di valutazione. Durante la consultazione pubblica sono arrivati 177 commenti, che sono stati tutti presi in considerazione nella stesura del rapporto finale.
La vicenda del TFA si inserisce in un quadro più ampio di attenzione nei confronti dei PFAS, una grande famiglia di sostanze chimiche utilizzate in numerosi ambiti e note per la loro elevata persistenza nell’ambiente. In questo caso, però, è importante distinguere tra i PFAS in generale e il TFA: il TFA non è semplicemente “un PFAS” presente nei prodotti, ma può formarsi anche come prodotto della degradazione di alcune sostanze appartenenti a questa famiglia.
L’attenzione delle autorità europee riguarda quindi anche ciò che accade a queste sostanze una volta rilasciate nell’ambiente e ai composti che possono derivarne.
L’EFSA sta lavorando insieme all’ECHA proprio per approfondire come i PFAS presenti nei pesticidi si degradino in TFA e quale sia il destino e il comportamento di questa sostanza nel suolo e nell’acqua. Questo lavoro dovrebbe essere completato entro l’estate del 2027.
Cosa succede ora
Per il momento, la nuova valutazione dell’EFSA rappresenta soprattutto un aggiornamento della base scientifica su cui l’Unione europea può decidere come intervenire. Il passaggio successivo spetterà infatti alla Commissione europea e agli Stati membri, che dovranno tenere conto dei nuovi valori di riferimento quando discuteranno eventuali misure per proteggere meglio i consumatori.
Una revisione che conferma quanto sia importante continuare a studiare non solo i PFAS, ma anche le sostanze che possono derivare dalla loro degradazione e il loro possibile ingresso nell’ambiente e nella catena alimentare.
Fonte: EFSA
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Francesca Biagioli
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