L’Italia è il quarto Paese europeo per numero di sperimentazioni cliniche attivate, con oltre 500 centri coinvolti e un portafoglio di studi che per più del 75% si sovrappone a quello spagnolo. Una posizione di tutto rispetto, che però nasconde una criticità seria: si accumulano ritardi nelle fasi operative che precedono l’arruolamento dei pazienti e quei ritardi si traducono in pazienti che non riescono a entrare nei trial in tempo. Il Rapporto 2025 del Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche di ALTEMS, realizzato in collaborazione con Farmindustria e sette grandi aziende farmaceutiche (AbbVie, Bristol Myers Squibb, Eli Lilly, Novartis, Novo Nordisk, Roche e Sanofi), ha quantificato per la prima volta questa perdita usando i dati pubblici del CTIS, la piattaforma europea sulle sperimentazioni cliniche, integrati con dati operativi forniti dalle aziende stesse.

Il risultato è netto: nel triennio 2022-2025, i ritardi nell’attivazione dei centri e nell’avvio dell’arruolamento avrebbero sottratto al sistema circa diecimila pazienti, pari a quasi un terzo del potenziale stimato. In termini economici, la perdita si traduce in circa 180 milioni di euro di mancato valore indiretto per il Servizio sanitario nazionale. I colli di bottiglia non sono normativi ma organizzativi: governance dei centri, integrazione tra assistenza e ricerca, figure professionali dedicate, obiettivi di performance per i direttori generali.
Ne parliamo a TrendSanità con uno dei ricercatori che ha lavorato al rapporto, l’ingegnere Emmanouil Tsiasiotis, Direttore Laboratorio MSC ALTEMS.
Ritardi nell’attivazione dei centri, tra burocrazia e organizzazione
Il rapporto mostra che l’Italia perde in media 36 giorni rispetto alla Spagna solo nella fase di attivazione dei centri, prima ancora che il primo paziente sia arruolato. Una questione di burocrazia?
«Credo che ridurre il problema alla sola burocrazia sarebbe una semplificazione», spiega Tsiasiotis. «Il Regolamento europeo ha armonizzato gran parte dei processi autorizzativi e oggi tutti i Paesi operano all’interno dello stesso quadro normativo. Le differenze riguardano soprattutto la capacità organizzativa dei sistemi sanitari. I nostri dati mostrano che il ritardo si concentra soprattutto nella fase successiva all’autorizzazione: l’attivazione dei centri, la predisposizione delle risorse, l’organizzazione dei gruppi di ricerca e l’avvio dell’arruolamento. È qui che si misura la preparedness del sistema.
«In Italia il ritardo si concentra soprattutto nella fase successiva all’autorizzazione»
Per questo riteniamo che oggi la priorità non sia introdurre nuove regole, ma sviluppare un modello di governance della ricerca clinica basato sull’armonizzazione dei standard organizzativi e la misurazione delle performance. Solo raccogliendo dati in modo sistematico, costruendo indicatori condivisi e confrontando i risultati tra organizzazioni e Paesi è possibile individuare i reali colli di bottiglia, orientare gli investimenti e promuovere un miglioramento continuo. In fondo, non si può governare ciò che non si misura».
Ricerca clinica fuori dalla governance ospedaliera
Uno dei dati più sorprendenti riguarda i direttori generali delle aziende sanitarie: solo l’11% ha ricevuto una formazione specifica in ricerca clinica e circa due terzi non hanno obiettivi di performance dedicati a questo ambito. «Credo che questo dato rifletta soprattutto un’evoluzione storica del nostro Servizio sanitario nazionale. Per molti anni la ricerca clinica è stata considerata un’attività prevalentemente scientifica, affidata all’iniziativa dei singoli ricercatori o delle unità operative, più che una funzione strategica dell’organizzazione sanitaria. Di conseguenza, raramente è entrata nei sistemi di programmazione, negli obiettivi della direzione aziendale o nei meccanismi di valutazione delle performance».
La ricerca clinica non è ancora pienamente integrata nella governance strategica delle organizzazioni
Questa riflessione nasce dai risultati dello studio sviluppato nel 2024 dal Laboratorio MSC ALTEMS in collaborazione con FIASO, che ha coinvolto 40 Direttori Generali di aziende sanitarie italiane. L’indagine evidenzia che la ricerca clinica non è ancora pienamente integrata nella governance strategica delle organizzazioni, nonostante rappresenti oggi una leva fondamentale per l’innovazione del sistema sanitario. «Oggi, infatti, la ricerca clinica non rappresenta soltanto un’opportunità scientifica, ma costituisce uno strumento di innovazione organizzativa, di attrattività per gli investimenti, di sviluppo professionale e, soprattutto, di accesso precoce dei pazienti a terapie innovative. Per questo motivo dovrebbe essere considerata una componente integrante della missione delle aziende sanitarie. La sfida dei prossimi anni sarà quindi passare da una ricerca clinica “gestita dai ricercatori” a una ricerca clinica “governata dall’organizzazione”, attraverso obiettivi misurabili, indicatori di performance e una responsabilizzazione sempre maggiore del management sanitario».
Dalla fase II alla fase III: dove il sistema italiano perde competitività
I dati mostrano che l’Italia se la cava relativamente bene negli studi di fase II, ma perde terreno in modo significativo negli studi di fase III, quelli più grandi e complessi. «Gli studi di fase III rappresentano il vero banco di prova di un sistema di ricerca clinica – continua Tsiasiotis – richiedono un numero molto più elevato di pazienti, coinvolgono un numero maggiore di centri e devono raggiungere gli obiettivi di arruolamento in tempi molto rapidi. È proprio quando aumenta la scala dello studio che emergono le differenze organizzative tra i diversi sistemi sanitari. Il nostro rapporto mostra che l’Italia mantiene una buona competitività negli studi di fase II, mentre negli studi di fase III la velocità di arruolamento si riduce fino a essere circa la metà di quella osservata in Spagna. Questo significa che il problema non riguarda la qualità scientifica dei nostri ricercatori, ma la capacità del sistema di sostenere studi di grandi dimensioni.
«La competitività non dipende soltanto dall’eccellenza clinica, che in Italia è ampiamente riconosciuta, ma dalla maturità organizzativa delle strutture»
L’arruolamento, infatti, è prima di tutto un indicatore dell’organizzazione aziendale. Abbiamo osservato che i centri dotati di un’unità di ricerca dedicata aumentano di 35% il numero dei pazienti arruolati, mentre la presenza di un strumento di gestione del portfolio di ricerca raddoppia la capacità di arruolamento. L’integrazione tra sistemi informativi della pratica clinica e della ricerca aumenta fino a sei volte il numero di pazienti reclutati. Gli study coordinator si confermano una risorsa strategica: ogni professionista dedicato incrementa di circa il 10% la capacità di arruolamento del centro. Questi dati, raccolti e analizzati nel 2024 con la partecipazione di 35 siti attraverso l’Italia (Rapporto MSC ALTEMS 2025) ci dicono che la competitività non dipende soltanto dall’eccellenza clinica, che in Italia è ampiamente riconosciuta, ma dalla maturità organizzativa delle strutture».
Il divario geografico: un paziente al Sud ha meno chance di accedere a una sperimentazione
La Lombardia da sola concentra oltre 100 centri attivi e più di 570 pazienti arruolati nel triennio, mentre intere regioni del Sud e delle aree interne sono quasi assenti dalla mappa della ricerca clinica. Ciò significa che un paziente con una malattia grave ha chance molto diverse di accedere a una sperimentazione a seconda di dove vive.
Un paziente ha chance molto diverse di accedere a una sperimentazione a seconda di dove vive
«I nostri dati mostrano una forte concentrazione territoriale della ricerca clinica, ma questo risultato va interpretato con attenzione. Il numero di centri attivi è certamente correlato all’attrattività di una regione e alla sua capacità complessiva di arruolamento, ma da solo non descrive la reale performance del sistema. I dati che abbiamo analizzato sono infatti aggregati sull’insieme degli studi e non consentono, da soli, di valutare l’efficienza dei singoli territori. Per questo riteniamo che il sistema abbia bisogno di strumenti in grado di misurare nelle aziende sanitarie la performance della ricerca clinica a livello regionale, attraverso indicatori condivisi di attrattività, tempi di attivazione, capacità di arruolamento e raggiungimento degli obiettivi. Naturalmente, questo non significa che un paziente non possa essere arruolato se vive in una regione con minore attività di ricerca. Tuttavia, è ragionevole affermare che oggi le opportunità di accesso all’innovazione non siano distribuite in modo uniforme sul territorio nazionale. La prossimità a un centro con una consolidata attività di ricerca rappresenta, di fatto, un fattore che può facilitare l’accesso a una sperimentazione clinica».
Diecimila pazienti non arruolati: quanto pesa il fattore umano nelle trattative istituzionali?
Il rapporto parla di diecimila pazienti potenzialmente non arruolati nel triennio a causa dei ritardi operativi. Si tratta spesso dell’unica possibilità di accedere a un farmaco non ancora disponibile. «Credo che il dato dei 10.000 pazienti sia il risultato più importante del nostro rapporto, perché ci ricorda che dietro ogni indicatore di performance ci sono persone. Non è soltanto una misura della competitività del sistema, ma anche una stima delle opportunità di accesso precoce all’innovazione che il Paese non è riuscito a offrire ai propri cittadini.
Misurando il fenomeno, possiamo finalmente discutere non solo di quanti studi arrivano in Italia, ma anche di quanto valore producono per i pazienti e per il SSN
Non possiamo affermare che per tutti questi pazienti la sperimentazione clinica rappresentasse l’unica opzione terapeutica. Possiamo però dire che, soprattutto in molte patologie oncologiche e nelle malattie rare, partecipare a uno studio clinico costituisce una concreta opportunità di accedere a trattamenti innovativi prima della loro disponibilità nella pratica clinica. Per questo credo che la competitività della ricerca clinica non debba essere letta esclusivamente come un tema di attrattività per gli investimenti o di interesse dell’industria farmaceutica. È, prima di tutto, una questione di politica sanitaria. Il contributo che abbiamo voluto dare con questo progetto è proprio quello di spostare il dibattito dalle percezioni alle evidenze».
Un sistema di KPI per la ricerca clinica: chi deve farsene carico e come
Il rapporto si chiude con la proposta di costruire un sistema di KPI istituzionali per la ricerca clinica, ispirato al modello spagnolo BEST. Dal punto di vista pratico, resta da capire cosa servirebbe e chi dovrebbe farsene carico. «Credo che oggi esistano tutte le condizioni per realizzare un sistema nazionale di monitoraggio della performance della ricerca clinica. Il Regolamento europeo ci ha finalmente messo a disposizione una base dati comune attraverso il CTIS; il passo successivo consiste nel trasformare questi dati in indicatori utili alla governance del sistema.
La competitività della ricerca clinica non è un obiettivo di una singola istituzione, ma un patrimonio collettivo che produce valore per l’intera società
Per riuscirci, però, è necessario fare un salto culturale. La ricerca clinica non può essere governata attraverso politiche sviluppate in silos o sulla base di interessi separati. Servono una visione condivisa e una collaborazione stabile tra tutti gli attori dell’ecosistema – Ministero della Salute, AIFA, AGENAS, Regioni, IRCCS, aziende sanitarie, industria farmaceutica, associazioni dei pazienti e mondo accademico – con un obiettivo comune: rafforzare la competitività del Paese e garantire ai cittadini un accesso sempre più tempestivo ed equo all’innovazione.
L’ambizione del progetto “Missed Opportunities” svolto da ALTEMS va proprio in questa direzione: contribuire alla costruzione di un’infrastruttura nazionale di dati e di un sistema di KPI condivisi che permettano di misurare, confrontare e migliorare nel tempo la performance della ricerca clinica italiana».
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Ivana Barberini
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