L’Europa è devastata dagli incendi. Oltre le foreste, brucia il futuro


Gli incendi sono la nuova normalità di un Mediterraneo che si riscalda più rapidamente della media globale. Ma a preoccupare non sono solo l’emergenza e il pericolo: le fiamme distruggono comunità biologiche e territori. Serve prevenzione

Ogni estate gli incendi tornano a occupare le cronache. Ma ciò che sta accadendo in queste settimane nel Mediterraneo occidentale va ben oltre la dimensione dell’emergenza. Tra Portogallo, Spagna, Francia e Italia i roghi hanno già causato vittime, centinaia di migliaia di sfollati e danni ingenti ad abitazioni, aziende agricole, infrastrutture e servizi essenziali. Intere comunità sono state evacuate, vaste aree di foreste e macchia mediterranea ridotte in cenere e numerosi edifici distrutti o gravemente danneggiati. Sebbene sia ancora presto per una stima complessiva, il costo economico è destinato ad ammontare a centinaia di milioni di euro, ai quali si aggiungono quelli, meno visibili ma altrettanto rilevanti, sostenuti per le operazioni di spegnimento, la ricostruzione, la perdita di servizi ecosistemici e gli effetti sulla salute pubblica, sul turismo e sulle attività agricole.

In Francia le autorità hanno parlato della peggiore stagione degli incendi mai registrata nel Paese, mentre in Spagna alcuni dei roghi più estesi sono già stati definiti i più gravi della storia recente. Anche l’Italia continua a pagare un prezzo elevato, con incendi di vaste proporzioni che hanno colpito il Gargano, la Sicilia, la Calabria e altre regioni del Mezzogiorno.

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Questi eventi non rappresentano più anomalie. Stanno diventando la nuova normalità di un Mediterraneo che si riscalda più rapidamente della media globale e nel quale ondate di calore, siccità prolungate e venti sempre più intensi trasformano il paesaggio in un immenso combustibile pronto a incendiarsi.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) considera gli incendi tra gli eventi climatici estremi (in gergo: climate extremes). Il cambiamento climatico non è quasi mai la causa diretta dell’innesco, che per circa la totalità dei casi è riconducibile ad attività umane, dolose o colpose. Tuttavia, è il clima a determinare le condizioni nelle quali un incendio può trasformarsi in poche ore in un evento incontrollabile. Temperature record, vegetazione disseccata, umidità estremamente bassa e stagioni secche sempre più lunghe aumentano enormemente la probabilità e il rischio che le fiamme si propaghino con velocità e intensità senza precedenti.

I numeri descrivono con chiarezza questa trasformazione. Secondo il sistema europeo EFFIS-Copernicus, al 22 luglio erano già andati distrutti nell’Unione europea oltre 254.000 ettari di territorio, una superficie superiore all’intero Lussemburgo e nettamente superiore alla media degli ultimi vent’anni. Nel frattempo, gli incendi hanno continuato a espandersi, soprattutto in Francia, Spagna e Italia, facendo aumentare ulteriormente il bilancio della stagione estiva. Non è soltanto l’estensione delle superfici percorse dal fuoco a destare preoccupazione, ma anche la frequenza dei grandi incendi e la loro capacità di svilupparsi contemporaneamente in più aree, mettendo a dura prova uomini, mezzi e sistemi di protezione civile.

Le fiamme distruggono le comunità

Eppure, limitarsi a contare gli ettari bruciati significa cogliere solo una parte del problema. Ogni incendio rappresenta una profonda ferita inferta agli ecosistemi. Il fuoco altera la fertilità dei suoli, modifica il ciclo dell’acqua, accelera l’erosione, libera nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica e riduce la capacità delle foreste di assorbirla negli anni successivi. Si alimenta così un circolo vizioso nel quale gli incendi contribuiscono ad aggravare proprio quella crisi climatica che ne favorisce la diffusione.

Ma la perdita più grave è forse quella meno visibile. In poche ore le fiamme possono distruggere comunità biologiche costruite nel corso di decenni o addirittura di secoli. Milioni di insetti impollinatori, decompositori e predatori vengono uccisi insieme a ragni, molluschi e altri invertebrati che costituiscono la base del funzionamento degli ecosistemi terrestri. Anfibi e rettili, incapaci di sfuggire rapidamente al fuoco, sono tra le vittime più vulnerabili. Gli incendi distruggono inoltre nidi, uova e pulcini di numerose specie di uccelli proprio nel periodo riproduttivo, mentre piccoli e grandi mammiferi (dai ricci alle lepri, dalle martore ai cervi, fino ai lupi e agli orsi nelle aree dove sono presenti) possono morire direttamente tra le fiamme oppure sopravvivere riportando gravi ustioni, intossicazioni da fumo e perdita degli habitat dai quali dipendono per alimentarsi e riprodursi. Anche quando gli animali riescono a sopravvivere, il loro futuro resta profondamente compromesso. La scomparsa della copertura vegetale significa perdita di rifugi, scarsità di cibo, maggiore esposizione ai predatori e frammentazione degli habitat. Per molte popolazioni già minacciate, un grande incendio può rappresentare il colpo definitivo. È per questo che gli incendi cancellano anche gli enormi investimenti destinati alla conservazione della biodiversità. Decenni di programmi di ripristino ecologico, di reintroduzione di specie rare, di tutela genetica, di monitoraggio scientifico e di gestione delle aree protette possono andare perduti nel giro di poche ore. Le risorse economiche e l’impegno di ricercatori, tecnici e amministrazioni pubbliche investiti per sottrarre specie e habitat al rischio di estinzione finiscono per essere vanificati da un singolo evento estremo. Nonostante tutto questo, nel dibattito pubblico italiano gli incendi continuano a essere raccontati quasi esclusivamente come episodi di cronaca. Si parla delle evacuazioni, degli elicotteri, dei Canadair, delle responsabilità immediate e della conta dei danni. Molto meno spazio viene dedicato alle cause profonde del fenomeno e, soprattutto, alla prevenzione. Una volta spente le fiamme, si spegne anche l’attenzione.

Servono gestione e prevenzione

Eppure, è proprio alla luce di questi eventi che dovrebbero essere valutate le scelte di politica ambientale. In un Paese sempre più esposto agli effetti della crisi climatica e al declino della biodiversità, la priorità dovrebbe essere quella di rafforzare la resilienza degli ecosistemi, migliorare la gestione forestale, investire nella manutenzione del territorio e nella prevenzione degli incendi, accelerare il ripristino degli ecosistemi degradati e consolidare le politiche di conservazione della natura. Appare quindi difficile comprendere scelte che rischiano invece di aumentare ulteriormente le pressioni sulla fauna selvatica e sugli ecosistemi naturali, già messi a dura prova dagli eventi estremi. La risposta agli incendi non può limitarsi allo spegnimento delle fiamme. Servono una gestione forestale più attiva e sostenibile, paesaggi meno vulnerabili alla propagazione del fuoco, sistemi di monitoraggio sempre più efficaci, ricerca scientifica, educazione ambientale e il coinvolgimento diretto delle comunità locali. Significa investire nella rinaturalizzazione degli ecosistemi, nella tutela della biodiversità e nell’adattamento ai cambiamenti climatici. Perché quando brucia una foresta non perdiamo soltanto alberi. Perdiamo suolo fertile, acqua, capacità di assorbire carbonio, paesaggio, economia locale e biodiversità. Perdiamo un patrimonio naturale costruito in secoli di evoluzione e, insieme ad esso, una parte della nostra sicurezza e del nostro futuro. In un clima che continua a riscaldarsi, imparare a prevenire gli incendi non è più soltanto una scelta di buona gestione del territorio: è una delle condizioni indispensabili per proteggere il capitale naturale da cui dipende il nostro benessere e quello delle generazioni future.

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Lorenzo Ciccarese

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