intervista al fotografo Matteo de Mayda. “Sono le idee a fare la differenza”


All’esterno della corte del suo studio veneziano, “Senza Studio”, uno spazio condiviso con amici e colleghi, c’è un continuo via vai di turisti e di barchini che attraversano calli e canali. Matteo de Mayda lo definisce sorridendo un luogo “un po’ punk”: niente di costruito o patinato, ma un ambiente vissuto, informale, dove ognuno trova il proprio spazio. Eppure, appena si supera il cancello e ci si siede tra gli alberi e i tavolini del cortile, il rumore della città sembra dissolversi. Per qualche istante non sembra nemmeno di essere a Venezia, ma in una piccola oasi di tranquillità, lontana dal turismo di massa con gli schiamazzi e le urla che lasciano il posto al rilassante canto delle cicale sugli alberi.

Nato nel quartiere trevigiano di Santa Bona, de Mayda da cinque anni vive a Venezia dopo essersi spostato tra Roma e Palermo. Sua la firma di molte fotografie del New York Times (tra le ultime quelle sulla pesca urbana tra i canali di Treviso e dei siti UNESCO del Veneto) e di alcune delle più importanti riviste italiane e internazionali a cui affianca progetti personali che possono durare anche diversi anni.

Nei suoi progetti convivono ricerca, memoria e impegno civile. Dalla laguna veneziana al libro dedicato alla madre scomparsa – nato fotografando i palazzi e i condomini di Treviso dove lei lavorava come addetta alle pulizie e nei quali, da bambino, lo portava con sé – fino ai lavori commissionati in tutto il mondo, per de Mayda la fotografia diventa uno strumento per comprendere la realtà più che limitarsi a descriverla. Diversi i suoi ritratti “illustri”, da quello di Mario Draghi per il Times a Bobo Vieri, passando per le foto della nazionale di Basket per SportWeek o di Andrea Crisanti scattate durante il periodo del Covid.

Foto Matteo de Mayda

Da Treviso al New York Times passando per numerose riviste nazionali e internazionali. Qual è stato il suo percorso?

Provando a sintetizzare un po’, ho una formazione da grafico. Ho studiato grafica, un percorso che comprendeva anche una componente fotografica. Per sei anni ho lavorato in un’agenzia come grafico e, anche se non mi occupavo direttamente di fotografia, in realtà avevo continuamente a che fare con le immagini: le selezionavo, costruivo la grafica attorno a loro. Questo mi ha aiutato a sviluppare un gusto personale e ad acquisire una certa professionalità. La fotografia, però, è sempre stata alla base di tutto. L’ho imparata da autodidatta e nei miei viaggi sperimentavo, scattavo e cercavo il mio linguaggio. Nel 2011 ho deciso di lasciare l’agenzia per dedicarmi alla fotografia, in particolare a quella sociale. Per qualche anno ho alternato grafica, video e fotografia, fino al 2017, quando ho scelto di vivere esclusivamente di fotografia. Oggi il mio lavoro si divide principalmente in due parti. Da una parte ci sono i lavori commissionati, quindi le riviste che mi chiamano per realizzare un ritratto, un paesaggio o un servizio di architettura. Dall’altra ci sono i miei progetti personali, iniziative che possono durare anche diversi anni e nelle quali decido tutto io. Qui c’è un’autorialità maggiore rispetto ai lavori su commissione, dove invece devo seguire delle indicazioni. Queste due dimensioni viaggiano in parallelo e mi piacciono entrambe. Nei lavori commissionati devo portare a casa il risultato in poche ore e questo mi tiene allenato anche nel gesto stesso del fotografare, che è una cosa che amo molto. Nei progetti personali, invece, posso fermarmi a riflettere, sperimentare e prendermi il tempo necessario. Inoltre, non utilizzo soltanto le mie fotografie, ma anche immagini d’archivio, fotografie scientifiche e testi: mi piace mescolare linguaggi diversi.

Foto Matteo de Mayda

Come definirebbe il suo approccio fotografico, più tecnico o più culturale?

Io non mi considero un fotografo tecnico. In realtà so veramente poco di tecnica e, per esempio, non so neanche usare le luci. Scatto tutto con la luce naturale. Negli anni, però, ho coltivato un gusto personale che si rifà alla scuola di Düsseldorf, quella tedesca, dove tutto è molto equilibrato e non c’è una luce predominante. Cerco quindi di fotografare con una luce piatta, che in Veneto si trova spesso e che per me è perfetta: la nebbia o il cielo coperto sono condizioni che ricerco. Cerco anche di mantenere una certa distanza dai miei soggetti. Non mi piace spettacolarizzare una storia o una persona. Preferisco conservare una certa oggettività, anche se in fotografia l’oggettività assoluta non esiste. Non voglio che emerga troppo il mio intervento o il mio giudizio, perché quello arriva dopo, attraverso la riflessione e l’insieme delle immagini. Per questo direi che il mio approccio è più culturale che tecnico, anche se forse non è la definizione perfetta.

C’è un progetto fotografico a cui è più legato?

Sicuramente. È il lavoro che ho realizzato su mia madre. È mancata tre anni fa e per tutta la vita ha fatto le pulizie a Treviso, nei condomini, nei piazzali e nelle scale della città. Dopo la sua scomparsa ho deciso di fotografare proprio quei palazzi e quei luoghi dove lei lavorava e dove, da bambino, mi portava con sé. Da quel progetto è nato anche un libro. Per me è stato un modo per elaborare il lutto. Mi ha avvicinato molto a lei e il libro, uscito lo scorso novembre, mi ha permesso di continuare questo percorso anche attraverso le presentazioni che ho fatto in diversi contesti. In realtà anche il mio modo di fotografare è cambiato dopo quel lavoro. Mi considero una persona molto razionale e schematica, ma la perdita di mia madre e quel progetto hanno abbattuto alcuni muri dentro di me. Credo che oggi questo cambiamento si veda anche nella mia fotografia.

Foto Matteo de Mayda

In un mondo in cui tutti possono scattare immagini, anche solo con un cellulare, cosa possono fare i giovani fotografi per distinguersi?

Per me il mezzo non è così importante. Anche un telefono va benissimo per fotografare, qualsiasi strumento può andare bene. Sono le idee a fare davvero la differenza. Per quello che ho visto, tutto ciò che nasce dal cuore, da una passione sincera e da una dedizione autentica, funziona. Si crea quasi un flusso che apre mille porte. Al contrario, quando si costruisce un progetto pensando che un determinato tema sia di moda o possa portare un premio o un riconoscimento, quella costruzione a tavolino si percepisce. Almeno questa è la mia idea. Quando invece le idee sono sincere e funzionano davvero, si mette in moto un processo quasi naturale, un flusso che sembra aprirsi da solo.

Foto Matteo de Mayda

La fotografia ha anche un ruolo di attivismo in quello che fa?

Certamente, penso, per esempio, al mio impegno sulla laguna e all’ultimo lavoro, Laguna Minore, che è stato esposto a Cortona. Per me Venezia soffre di un’iperrappresentazione che ha finito per renderne l’immagine stereotipata, alimentando anche la speculazione economica degli ultimi decenni. In quel progetto non ho fotografato neppure una volta Venezia città: ho scelto di fotografare la laguna, perché è il sistema che sostiene Venezia ed è anche la parte meno rappresentata, pur essendo fondamentale. Ho cercato di raccontare sia le isole che la comunità è riuscita a sottrarre alla privatizzazione, e questo per me rappresenta una forma di attivismo, ma anche i volatili, la flora e l’intero ecosistema. Per come intendo io la fotografia ha sicuramente anche un importante ruolo di attivismo.

(Autore: Simone Masetto)
(Foto e video: Simone Masetto)
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