Cuba è la base cinese più vicina agli Stati Uniti


Cuba è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Del resto, non è la prima volta. Da oltre cinquant’anni, l’isola caraibica rappresenta un tassello fondamentale nella competizione tra le grandi potenze e Washington: durante la Guerra fredda era stata l’Unione Sovietica a sfruttarne la posizione geografica; oggi, quel ruolo è stato assunto dal regime comunista cinese.

Le differenze tra l’alleanza militare sovietico-cubana degli anni Sessanta e il rapporto odierno tra Pechino e L’Avana sono evidenti. Rimane, ovviamente, un elemento immutato: la logica che porta le grandi potenze comuniste a considerare Cuba un avamposto a poche decine di chilometri dalle coste americane. Situata a circa 144 chilometri dalla Florida, Cuba occupa una delle posizioni più vantaggiose dell’intero emisfero occidentale dal punto di vista dell’intelligence cinese. Per il Partito comunista cinese, impegnato da anni a scalzare gli Stati Uniti dal ruolo di prima potenza mondiale, coltivare un solido rapporto con L’Avana significa molto più che intrattenere normali relazioni diplomatiche o commerciali con una piccola nazione.

Pochi luoghi al mondo offrono infatti un punto di osservazione migliore sulle attività lungo la costa sud-orientale degli Stati Uniti. Cuba si trova lungo le principali rotte marittime che conducono al Golfo del Messico e in prossimità di numerose installazioni militari americane, comprese diverse strutture presenti in Florida e nel sud-est del Paese. Negli ultimi anni, diversi funzionari statunitensi hanno espresso preoccupazione per la presenza sull’isola di strutture cinesi e russe, utilizzabili per attività di raccolta di dati e intercettazione di comunicazioni militari americane.

Nel 2024, il Center for Strategic and International Studies ha pubblicato una serie di immagini satellitari che individuano diversi siti a Cuba con caratteristiche compatibili con installazioni dedicate all’intercettazione dei segnali. L’analisi conclude che tali attività meritano un attento monitoraggio. Una conclusione che si inserisce perfettamente nel modus operandi del regime cinese. A differenza degli Stati Uniti, la dittatura comunista ha generalmente evitato la creazione di grandi basi militari all’estero, preferendo investire in infrastrutture a duplice uso, porti commerciali, reti di telecomunicazione, strutture satellitari e collaborazioni con Paesi terzi.

Nonostante le ripetute smentite dei due regimi alleati, diversi esponenti dei Servizi americani sostengono pubblicamente che il Partito comunista cinese abbia già ampliando la capacità di raccolta dati ben oltre i confini nazionali, e Cuba rappresenterebbe solo uno dei tasselli più importanti. Del resto, sottolineano gli esperti, nella moderna guerra dell’informazione non è tanto importante chi gestisca formalmente una determinata struttura, quanto piuttosto quali capacità quest’ultima sia in grado di offrire.

Ma l’interesse cinese per Cuba non si limita alle operazioni di intelligence. Per il regime cinese, l’isola rappresenta anche un simbolo della propria crescente influenza nell’emisfero occidentale. Negli ultimi vent’anni, la Cina ha progressivamente ampliato la propria presenza in America Latina attraverso investimenti infrastrutturali, accordi commerciali, finanziamenti allo sviluppo ed esportazioni tecnologiche. Dimostrare di poter competere con gli Stati Uniti sul loro “cortile di casa” costituisce, per il Partito comunista cinese, un obiettivo politico di primaria importanza. Un elemento che assume un peso ancora maggiore alla luce dei recenti sviluppi, dalla cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro al drastico ridimensionamento dell’influenza cinese a Panama.

Come noto, per Washington contenere l’espansione del Partito comunista cinese nei Caraibi è una priorità. Il problema è se gli Stati Uniti sono davvero in grado di ridurre l’influenza cinese a Cuba. A questo proposito esistono diverse possibilità. Tra le più drastiche l’ipotesi di un’azione diretta contro i vertici dell’attuale dittatura cubana, ricalcando un iter simile al caso Maduro. Oppure, Washington potrebbe scegliere di inasprire le sanzioni e i controlli sulle esportazioni nei confronti dei soggetti cubani coinvolte nella repressione interna o nella cooperazione militare con potenze avversarie. Oppure ancora, gli Stati Uniti potrebbero adottare il classico approccio del “bastone e della carota”, alleggerendo le sanzioni per Cuba in cambio di una riduzione della dipendenza dai finanziamenti cinesi.

Una simile apertura consentirebbe a Cuba di sfruttare finalmente la propria vicinanza geografica agli Stati Uniti, seguendo un percorso che, seppur in forme diverse, ha già favorito la crescita economica di Paesi come Messico e Canada. I potenziali benefici sarebbero significativi: sollievo economico nel breve periodo, maggiori investimenti infrastrutturali, una più stretta cooperazione in materia di sicurezza e nuove opportunità di sviluppo per la popolazione cubana.

Durante la Guerra fredda, i tentativi americani di isolare Cuba avevano contribuito ad intensificare i rapporti tra L’Avana e Mosca. Ma oggi la situazione è diversa, soprattutto dopo la cattura di Maduro: è improbabile che il regime cinese scelga di sfidare apertamente l’egemonia statunitense nei Caraibi. Ciò non significa, però, che il Pcc resterà a guardare. La Cina continua a fornire aiuti economici all’isola e sta contribuendo alla realizzazione di infrastrutture energetiche, compresi impianti alimentati da pannelli solari destinati a compensare, almeno in parte, il progressivo venir meno delle forniture petrolifere venezuelane.

Ma nella geopolitica, come nella Storia, spesso certe scelte comportano determinate conseguenze. Consentire al primo nemico degli Stati Uniti di sviluppare sistemi di raccolta dati a poche decine di chilometri dal continente americano è una decisione destinata a provocare una reazione da parte di Washington. Almeno, da parte dell’attuale amministrazione.



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 Redazione ETI/James Gorrie

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