Il diario di Anthony Fauci è il Vaso di Pandora della pandemia


Sono trascorsi sei anni dal Covid. Durante la pandemia, niente visite agli amici, niente chiesa, niente scuola. Attività commerciali chiuse, matrimoni e funerali rinviati o celebrati in forma ridotta. Le relazioni umane erano confinate dietro uno schermo, con mascherine, distanziamento sociale e restrizioni draconiane. Persino gli ascensori avevano un numero limitato di posti e i supermercati avevano percorsi obbligatori.

Quello del 2020 è stato un esperimento sociale (e politico) senza precedenti in tempo di pace. La risposta iniziale del Partito comunista cinese al virus, caratterizzata da rigidi lockdown, è stato il modello adottato dalla maggior parte dei governi occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione europea. Poche le eccezioni: Svezia, Tanzania e Nicaragua hanno deciso di seguire una strada diversa. Per tutti gli altri Paesi, le indicazioni dell’Oms erano il diktat da seguire.

A differenza di quanto era avvenuto in passato con le epidemie respiratorie, la risposta al Covid si è fondata sulla convinzione che fosse possibile controllare la diffusione di un virus attraverso misure amministrative straordinarie. A guidare molte decisioni è stata la paura: la paura di un patogeno sconosciuto, che alcuni sospettavano potesse avere avuto origine dal laboratorio di Wuhan. Ma la questione era più complicata di così. Il problema era infatti fondamentalmente epistemologico: eccessiva fiducia nella capacità dei governi di gestire fenomeni complessi, l’incapacità di analizzare costi/benefici, la politicizzazione della scienza e la scarsa disponibilità ad ammettere i limiti delle conoscenze attuali.

Eppure, nel febbraio del 2020, molte cose si sapevano già. E il clima generale, almeno inizialmente, è stato relativamente prudente. Numerosi analisti sostenevano che il virus avrebbe avuto un impatto paragonabile a quello di una stagione influenzale particolarmente severa, ma concentrato soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione. I dati disponibili indicavano poi una caratteristica atipica: il rischio riguardava soprattutto anziani e soggetti fragili. I bambini, invece, risultavano praticamente immuni, mentre la maggior parte degli adulti poteva superare l’infezione senza gravi conseguenze. Nel giro di poche settimane, però, il quadro comunicativo è cambiato radicalmente. Non perché fossero emersi dati completamente nuovi e contrapposti, ma perché il livello di allarme ha raggiunto proporzioni mai viste. E, giova ricordarlo, già nei primi giorni di marzo, inoltre, si manifestavano i primi episodi di censura nei confronti delle opinioni considerate “divergenti”.

Negli Stati Uniti, in quel periodo il volto della risposta alla pandemia è diventato quello di Anthony Fauci, il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Pur non ricoprendo formalmente il ruolo di coordinatore della pandemia, Fauci si è saputo imporre come principale riferimento mediatico, conquistando (solo inizialmente) anche la fiducia di Donald Trump. Per milioni di americani, insomma, Fauci incarnava ormai la voce della scienza. Eppure, al di fuori degli schermi televisivi, l’America del 2020 era irriconoscibile: centri storici deserti, negozi sbarrati, cinema chiusi e lunghe file all’esterno dei supermercati. Molte di quelle norme erano difficili da conciliare con la realtà di ampie aree del continente americano. Al di fuori dei grandi centri urbani, diversi ospedali risultavano infatti semivuoti, anche perché le autorità sanitarie raccomandavano di limitare le prestazioni mediche ai casi urgenti e ai pazienti affetti dal virus. La paura di esporsi al contagio contribuiva poi a rinviare visite, esami e diagnosi di routine.

Tornando a Fauci, il dottore era ovunque: in televisione, sulle prime pagine dei giornali, nei talk show. Veniva presentato come l’uomo della scienza, la figura che sapeva esattamente cosa fare, almeno in teoria. “Seguire la scienza” era il mantra ripetuto giorno e notte. Chiunque osasse chiedersi se quella fosse davvero la strada giusta, o esprimesse dubbi sugli effetti delle normative più estreme, sulle conseguenze sulle famiglie e sui bambini, veniva subito etichettato come un irresponsabile o, peggio, come un pericoloso dissidente.

Il resto è storia è. Le elezioni americane del 2020 si sono svolte in un clima di confusione, alimentato anche dalla decisione dei Centers for Disease Control and Prevention di incoraggiare gli Stati ad ampliare il voto per corrispondenza, sostenuto finanziariamente dal Parlamento. Quella che inizialmente appariva come una netta vittoria di Donald Trump si è trasformata nel giro di poche ore in una vittoria per Joe Biden alimentando, ancora oggi, un clima di forte incredulità.

E subito dopo le elezioni, è arrivata la promessa dei vaccini. Le principali aziende farmaceutiche li hanno presentati come la soluzione definitiva alla pandemia e la nuova amministrazione Biden ha fatto della campagna vaccinale il pilastro della propria politica. L’obiettivo dichiarato era raggiungere un tasso di adesione compreso tra il 70 e il 90 per cento della popolazione, nonostante i tempi palesemente troppo brevi delle sperimentazioni (che nessun investimento plurimiliardario può comprare) e il fatto che molti esperti ritenessero (a ragione) inevitabile l’evoluzione del virus attraverso mutazioni in grado di ridurre l’efficacia della vaccinazione nel tempo. E quando l’adesione si è rivelata inferiore alle aspettative, le normative imposte sono diventate, agli occhi di molti, tanto drastiche quanto quelle introdotte nel 2020. Le città si sono quindi divise tra vaccinati e non vaccinati. Sono poi seguiti gli obblighi vaccinali per le grandi aziende, per i dipendenti pubblici e per il personale sanitario. Milioni di persone si sono trovate di fronte a una scelta difficile: sottoporsi al vaccino o rischiare di perdere il proprio posto di lavoro.

La pandemia si è poi progressivamente ridotta e l’attenzione dei giornali si è spostata altrove, fino ad arrivare all’entusiasmo odierno per l’intelligenza artificiale. Per molti, la tentazione è stata semplicemente quella di dimenticare; di lasciarsi alle spalle il passato. Ed è qui che che è entrato in gioco il dottor Fauci. Prima di lasciare la Casa Bianca, Biden ha concesso a Fauci una grazia preventiva durante e prima della pandemia, nonostante non fosse stato formalmente accusato di alcun reato. Per anni, Fauci ha sostenuto davanti al Senato che né lui né i National Institutes of Health avessero finanziato ricerche in grado di aumentare il rischio di una fuga del virus dal laboratorio. Il senatore Rand Paul, medico e tra i più convinti oppositori dei lockdown, non ha però mai abbandonato la questione.

Paul ha recentemente emesso un mandato di comparizione nei confronti di Fauci. Sebbene eventuali accuse di spergiuro risultino ormai prescritte e il perdono presidenziale abbia in alcuni casi coperto le spalle a Fauci, rimane la possibilità che emergano nuove contestazioni qualora la sua testimonianza dovesse risultare incompleta, fuorviante o in contrasto con i documenti attualmente disponibili.

In vista dell’audizione, Paul ha reso pubblica una vasta raccolta di documenti, tra cui email, messaggi e soprattutto le oltre mille pagine di diario personale tenuto da Fauci durante gli anni della pandemia.

Ciò che è emerso dal diario è l’attenzione quasi ossessiva di Fauci per la propria immagine pubblica, per le apparizioni televisive e per i rapporti con il potere politico. La scienza, paradossalmente, occupa invece uno spazio relativamente limitato.

Nelle prossime settimane, i dettagli contenuti nei suoi diari continueranno probabilmente ad alimentare il dibattito pubblico. Per chi ancora cerca di comprendere perché quegli anni si siano svolti in un determinato modo, la cronologia degli eventi e ciò che Fauci sapeva (e soprattuto quando lo sapeva) rappresentano elementi di indubbio interesse. L’uomo che per molti ha incarnato la scienza durante uno dei periodi più drammatici della storia recente rischia ora di trasformarsi nel capro espiatorio di un periodo che ha sconvolto governi, istituzioni, giornali e opinione pubblica.



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 Jeffrey A. Tucker per ET USA

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