di ATTILIO PIATTELLI
Presidente Coordinamento FREE
La crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina prima e, più recentemente, la guerra tra USA e Israele con l’Iran, con le conseguenti forti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, hanno riportato il prezzo dei combustibili fossili al centro delle preoccupazioni di governi e imprese. Ogni nuova crisi internazionale si traduce ormai in un’immediata impennata delle quotazioni del greggio e del metano e, di riflesso, in un forte incremento dei prezzi dell’energia elettrica in tutti quei Paesi che continuano ad avere una rilevante dipendenza dalle centrali a gas per soddisfare la domanda elettrica. In questo scenario sta emergendo con sempre maggiore evidenza un aspetto che fino a pochi anni fa era spesso sottovalutato: le politiche energetiche in favore dello sviluppo delle rinnovabili non producono effetti nell’immediato, ma costruiscono la competitività di un Paese nel medio e lungo periodo. Gli Stati che hanno investito con continuità nello sviluppo delle fonti rinnovabili, accompagnando gli investimenti con regole stabili, autorizzazioni rapide e adeguamenti delle reti, stanno oggi raccogliendo i frutti di quelle scelte sotto forma di prezzi dell’elettricità più bassi e minore esposizione agli shock del mercato del gas.
Negli ultimi sei-sette anni la Spagna ha perseguito con continuità una politica di forte espansione di eolico e fotovoltaico, modificando progressivamente le dinamiche del proprio mercato elettrico. Nello stesso periodo l’Italia, pur disponendo di un ingente potenziale rinnovabile, ha accumulato ritardi normativi e autorizzativi che hanno frenato gli investimenti e rallentato la penetrazione delle rinnovabili. Oggi questa diversa velocità di sviluppo delle FER si traduce in un divario crescente nei prezzi dell’energia elettrica, che si riflette sulla competitività del sistema produttivo e sulla diversa pressione che le famiglie devono sostenere per far fronte ai costi energetici. Il confronto tra Italia e Spagna rappresenta probabilmente l’esempio più significativo di quanto politiche energetiche più o meno lungimiranti possano aver fatto la differenza in soli 6-7 anni. Negli ultimi anni, infatti, Italia e Spagna hanno affrontato la transizione energetica seguendo strategie profondamente diverse. Mentre Madrid costruiva un quadro normativo stabile per favorire lo sviluppo delle FER e soprattutto di eolico e fotovoltaico, semplificando le autorizzazioni, introducendo una mappatura delle aree ambientalmente più idonee a FV ed eolico, programmando aste abbastanza regolari e dando quindi certezza agli investitori, l’Italia ha impiegato anni per completare gli strumenti indispensabili alla realizzazione degli impianti.
Il ritardo nel recepimento della direttiva RED II, la lunga attesa dei provvedimenti attuativi e in particolare del Decreto Aree Idonee e del FERX, quest’ultimo necessario per la definizione delle aste, il travagliato percorso del Testo Unico sulle rinnovabili, le limitazioni introdotte dal Decreto Agricoltura all’uso dei terreni agricoli, senza una loro caratterizzazione e/o mappatura, e la lentezza di intervento sul problema della congestione delle reti, hanno rallentato la crescita delle FER proprio negli anni in cui la Spagna accelerava. Oggi questa diversa velocità si riflette pesantemente non soltanto sul numero di gigawatt complessivi installati ma anche sui prezzi dell’energia elettrica pagati da famiglie e imprese.
Il confronto con l’Italia è impietoso. Nel 2024 il prezzo medio dell’energia elettrica all’ingrosso è stato di circa 65 €/MWh in Spagna, contro i circa 116 €/MWh in Italia, un differenziale di circa il 44% in meno per la Spagna. Dal 2019 in poi si è assistito a una progressiva divaricazione dei prezzi dell’energia elettrica che si è andata ampliando proprio negli anni in cui la Spagna ha accelerato la crescita delle fonti rinnovabili. La coincidenza temporale, tuttavia, non basta a dimostrare un rapporto di causa-effetto.
Ed è qui che assume particolare importanza il recente studio pubblicato dal Banco de España, dal titolo “The impact of renewable energies on wholesale electricity prices” (2024), che quantifica per la prima volta con un’analisi statistica quanto della riduzione dei prezzi sia effettivamente attribuibile all’espansione delle rinnovabili e in particolare ad eolico e fotovoltaico. Il meccanismo di riduzione del prezzo dell’energia elettrica indotto dalle FER riguarda il modo in cui funziona il mercato elettrico europeo. Ogni giorno gli impianti vengono chiamati a produrre seguendo il cosiddetto ordine di merito (merit order): entrano per primi quelli con il costo marginale più basso (in genere fotovoltaico ed eolico) e, solo quando la domanda aumenta, vengono progressivamente attivati quelli con prezzo di generazione più alto (in generale la generazione a gas quando il gas sale di prezzo). Gli impianti eolici e fotovoltaici, una volta costruiti, hanno un costo marginale molto basso poiché non devono acquistare combustibile e produrre MWh in più comporta costi aggiuntivi minimi. Le centrali a gas, invece, devono acquistare combustibile e quote di emissione della CO₂ e quindi il loro costo marginale è molto più elevato.
Nelle logiche della borsa elettrica del mercato spot europeo il prezzo pagato a tutti gli impianti è determinato dall’ultima centrale necessaria per soddisfare la domanda, cioè dalla tecnologia marginale più costosa. Nella maggior parte dei casi oggi, visti i forti rincari del gas, la tecnologia più costosa è rappresentata dai cicli combinati a gas. Più aumenta la produzione rinnovabile, meno frequentemente diventa necessario ricorrere agli impianti a gas e per meno ore il gas riesce a determinare il prezzo del mercato elettrico. È questo il vero meccanismo con cui le rinnovabili riducono strutturalmente il costo dell’energia.
Le evidenze dello studio del Banco de España
Lo studio commissionato dal Banco de España rappresenta probabilmente la dimostrazione quantitativa più convincente di questo fenomeno. Attraverso un modello statistico, gli economisti hanno ricostruito quale sarebbe stato il prezzo dell’elettricità se, dopo il 2019, la Spagna non avesse aumentato la capacità eolica e fotovoltaica. Il risultato è sorprendente: nella prima metà del 2024 il prezzo all’ingrosso è risultato di oltre il 40% inferiore rispetto allo scenario senza l’espansione delle rinnovabili. Lo studio mostra inoltre che questo effetto non è lineare: all’aumentare della quota di rinnovabili il beneficio tende ad amplificarsi, perché diminuiscono sempre di più le ore in cui gli impianti a gas sono chiamati a partecipare alla generazione elettrica. Il diverso andamento dei prezzi tra Italia e Spagna negli ultimi anni riflette quindi due differenti strategie industriali. Dal 2019 al 2024 la Spagna ha aggiunto oltre 50 GW di nuova capacità eolica e fotovoltaica, portando le rinnovabili a coprire circa il 57% della produzione elettrica, contro una nuova capacità istallata italiana di meno della metà con un peso delle FER sulla generazione elettrica di poco superiore al 40%. Il risultato è evidente osservando il mercato. Secondo i dati diffusi da Ember, nel 2019 il gas in Spagna determinava il prezzo dell’energia nel 75% delle ore. Oggi, nei primi mesi del 2026 la quota è scesa intorno al 15%. In Italia, invece, sempre nei primi mesi del 2026, il gas ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per l’89% delle ore. Non stupisce quindi che il sistema italiano rimanga molto più vulnerabile a ogni oscillazione delle quotazioni internazionali del gas.
Nucleare in Spagna: vantaggio temporaneo non la ragione del successo
Nel confronto tra Spagna e Italia viene spesso avanzata un’obiezione: i prezzi dell’elettricità sarebbero più bassi in Spagna semplicemente perché il Paese dispone ancora di una consistente quota di energia nucleare. Si tratta di una spiegazione solo parzialmente corretta avanzata dai fautori del nucleare, ma che non analizza la questione nel suo complesso. Le sette unità nucleari ancora operative coprono infatti circa il 20% della produzione elettrica spagnola e rappresentano un elemento di competitività del sistema. Tuttavia, il loro contributo deriva soprattutto dal fatto che si tratta di impianti costruiti tra gli anni Settanta e Ottanta, ormai completamente ammortizzati. In queste condizioni il costo di produzione è costituito essenzialmente dai costi di esercizio, del combustibile, della manutenzione e della gestione della sicurezza, mentre il grande investimento iniziale è stato ammortizzato da tempo. Questa produzione stabile e a basso costo variabile contribuisce a ridurre il ricorso alle centrali alimentate a gas nelle ore in cui le rinnovabili non sono sufficienti e, quindi, aiuta il sistema elettrico a contenere i prezzi. Ma sarebbe un errore attribuire principalmente al nucleare il vantaggio competitivo della Spagna. La dimostrazione arriva dalla stessa politica energetica spagnola.
Il Governo di Madrid ha confermato la chiusura progressiva di tutte le centrali nucleari tra il 2027 e il 2035 e non prevede la costruzione di nuovi reattori. La strategia nazionale punta invece ad accompagnare l’uscita dal nucleare con un’ulteriore espansione dell’eolico e del fotovoltaico, affiancata da accumuli elettrochimici, impianti idroelettrici di pompaggio, reti più robuste e maggiore flessibilità del sistema. Se il nucleare fosse davvero il principale fattore della competitività elettrica spagnola, sarebbe difficile spiegare una scelta di questo tipo. La realtà è che il prezzo basso dell’elettricità spagnola nasce soprattutto dalla forte penetrazione delle fonti rinnovabili, che hanno influenzato il funzionamento del mercato elettrico riducendo drasticamente il numero di ore in cui il gas determina il prezzo dell’energia. Il nucleare svolge oggi esclusivamente un ruolo di supporto in questa fase di transizione, ma solo perché si tratta di impianti già ammortizzati. Se la Spagna dovesse oggi sostituirli con nuove centrali nucleari, dovrebbe sostenere investimenti dell’ordine di molti miliardi di euro per reattore, con costi di produzione nettamente superiori a quelli delle nuove installazioni eoliche e fotovoltaiche, come dimostrano ampiamente molti studi internazionali sui costi di generazione da nucleare che risultano sempre come minimo dalle due alle tre volte superiori ai prezzi di generazione di eolico e fotovoltaico. In altre parole, il contributo positivo che il nucleare offre oggi ai prezzi non è automaticamente trasferibile a un nuovo programma nucleare.
Anche il confronto con la Germania aiuta a leggere correttamente questi dati. Berlino ha rinunciato completamente al nucleare e questo rende il suo sistema più esposto rispetto a quello spagnolo nelle ore in cui le rinnovabili non sono sufficienti. Tuttavia, grazie a una quota di eolico e fotovoltaico comunque superiore a quella italiana, la Germania mantiene una competitività elettrica migliore di quella dell’Italia. Ciò conferma che il fattore decisivo non è la presenza o meno del nucleare, ma la rapidità con cui un Paese riesce a sostituire la generazione fossile con fonti rinnovabili. Il nucleare storico può rappresentare un vantaggio temporaneo quando gli impianti sono già stati ammortizzati; la leva strutturale della competitività futura resta invece l’espansione delle rinnovabili, insieme agli accumuli, alle reti e alla flessibilità del sistema.
La competitività nasce dalla riduzione della dipendenza dal gas
L’esperienza spagnola e tedesca mette in evidenza che, quando la maggior parte della domanda viene soddisfatta da tecnologie a costo marginale quasi nullo, il gas smette progressivamente di determinare il prezzo dell’intero sistema. È questo il vero contributo delle rinnovabili alla competitività: non solo minori emissioni di CO₂, ma anche una crescente indipendenza dalle oscillazioni del mercato internazionale del gas. La Spagna è riuscita a costruire questo risultato grazie a una strategia coerente durata diversi anni, nella quale politiche industriali, semplificazione amministrativa, aste, investimenti nelle reti e sviluppo delle FER hanno proceduto insieme. L’Italia dispone di risorse solari ed eoliche almeno comparabili, ma continua a installare nuova capacità a un ritmo insufficiente rispetto agli obiettivi del PNIEC e mantiene una dipendenza molto elevata dalla generazione a gas. Il divario di prezzo che oggi separa i due Paesi non appare quindi come una condizione inevitabile, bensì come la conseguenza di scelte di politica energetica differenti. La lezione che arriva da Madrid è che la competitività elettrica non nasce da una singola tecnologia, ma dalla capacità di costruire un sistema nel quale le fonti rinnovabili a costo marginale basso diventino progressivamente dominanti. Il nucleare può contribuire, in questa fase, a contenere i prezzi solo in quei Paesi che lo hanno già, ma è la crescita delle rinnovabili che sta modificando in profondità le dinamiche di prezzo del mercato elettrico nei vari Paesi europei. E sarà solo la progressiva penetrazione delle rinnovabili la leva principale della competitività energetica nei prossimi decenni.
Articolo pubblicato sul bimestrale QualEnergia 3-2026
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