Quasi una casa italiana su due resta in classe F o G. L’ingresso pesa sul bilancio termico dell’abitazione più di quanto si creda ed è uno dei pochi componenti dell’edificio che, a fine vita, rientra quasi per intero nelle filiere del riciclo. L’azienda genovese ha messo online i propri numeri: dal fotovoltaico sul tetto dello stabilimento agli imballaggi recuperati
Quando si parla di riqualificare un’abitazione l’elenco è quasi sempre lo stesso: cappotto, serramenti, caldaia a condensazione, pompa di calore, fotovoltaico. La porta d’ingresso resta fuori.
Eppure è l’unico elemento dell’involucro che viene aperto e chiuso più volte al giorno e, in buona parte del patrimonio residenziale italiano, ha trent’anni o più.
I numeri aiutano a capire la scala: il Rapporto annuale sulla certificazione energetica degli edifici, curato da Enea insieme al Comitato Termotecnico Italiano su oltre 1,2 milioni di Attestati di Prestazione Energetica, colloca il 45,3% degli edifici residenziali nelle classi F e G. Se invece della singola annata si guarda l’intero archivio Siape, la quota delle abitazioni a uso continuativo nelle due classi peggiori sale al 51,8%.
Il segno è in miglioramento, però il punto di partenza resta pesante e la revisione della direttiva europea sulle prestazioni energetiche nell’edilizia chiede di intervenire proprio sulla parte più arretrata di questo patrimonio.
La consapevolezza c’è, ma si ferma alla classe energetica
Su questo scarto tra consapevolezza e comportamento d’acquisto lavora da tempo Ariete Porte Blindate, azienda genovese che produce e installa solo questo prodotto, e che ha raccolto in una pagina pubblica i propri indicatori ambientali.
Il ragionamento parte da un’osservazione di mercato: le indagini citate nel rapporto Enea dicono che nel 2024 il 69% degli acquirenti dichiara di considerare la qualità energetica di un immobile, in crescita di sette punti sull’anno prima, ma quella sensibilità si ferma quasi sempre alla classe dell’edificio e non scende ai singoli componenti.
“Il dato Enea racconta una consapevolezza che cresce e lo vediamo anche noi. Poi però in showroom la prima domanda riguarda il colore del pannello, la seconda la finitura. Il valore di trasmittanza arriva terzo, quando arriva“, spiega Mauro Semonella, fondatore e direttore tecnico di Ariete Porte Blindate.
“È un peccato, perché è l’unico numero che permette di confrontare due porte diverse in modo onesto. Tutto il resto è gusto personale“.
Dove finisce il calore
Le stime Enea indicano che oltre il 40% delle dispersioni di un edificio passa attraverso tetto, pareti e superfici vetrate. Le percentuali attribuite in particolare a porte e finestre variano parecchio a seconda della metodologia e del tipo di immobile e si collocano di norma fra il 15 e il 30%. Numeri diversi, stessa indicazione di fondo: le aperture contano, e l’ingresso è un’apertura come le altre.
Il parametro da leggere si chiama trasmittanza termica, si indica con U e si misura in W/m2K. Più il valore è basso, meno calore attraversa il componente.
Una porta blindata installata negli anni Novanta viaggia spesso intorno ai 3 W/m2K, mentre i modelli oggi più isolanti scendono fino a 0,8, il valore dichiarato per la gamma di punta Ariete.
A parità di superficie significa disperdere attraverso quel punto circa tre quarti di calore in meno, con effetti visibili sulla condensa, sugli spifferi e sul lavoro dell’impianto di riscaldamento.
Durare a lungo è già un dato ambientale
C’è poi la questione dei materiali, dove il ragionamento cambia. Una porta blindata resta al suo posto per decenni, il che sposta il peso dell’impronta ambientale sulla fase di produzione e su quella di fine vita. Sul primo fronte pesano energia, vernici ed emissioni di stabilimento. Sul secondo conta come è composto il prodotto.
L’acciaio, che in una porta blindata rappresenta la quota maggiore in peso (nel caso Ariete il 65%, seguito dal 18% di coibentazione e dal 15% di legno), ha una delle filiere di recupero più mature che esistano.
Il rapporto Il Riciclo in Italia del Circular Economy Network segnala che l’89% della produzione nazionale di acciaio deriva già da rottame ferroso e che il tasso di utilizzo circolare di materia nel Paese ha raggiunto il 21,6%, contro una media europea del 12,2%.
Sugli imballaggi in acciaio il consorzio Ricrea ha certificato per il 2025 un tasso di riciclo dell’82,2%, sopra il target europeo dell’80% fissato al 2030. Il legno, l’altro materiale ricorrente nei pannelli, ha una filiera altrettanto strutturata.
Tradotto sul singolo prodotto: fra acciaio e legno si arriva a circa l’80% del peso di una porta, materiali che a fine vita hanno già un percorso di recupero.
“Quei numeri del Circular Economy Network non sono un merito nostro, sono una caratteristica dell’acciaio e del legno. Il merito, semmai, è costruire una porta che resti al suo posto per trent’anni – osserva Mauro Semonella – Il calcolo più semplice sulla sostenibilità di un prodotto industriale è ancora quello: ogni anno di durata in più è una porta che non va fabbricata“.
Quello che succede prima della consegna
Sulla parte industriale i riferimenti verificabili sono le certificazioni di stabilimento. La Iso 14001 attesta che un ente terzo controlla il sistema di gestione ambientale dell’impianto, cioè come vengono monitorati consumi, emissioni e rifiuti.
L’Autorizzazione Unica Ambientale raccoglie in un solo titolo le autorizzazioni sulle emissioni in atmosfera. Sono strumenti amministrativi, non slogan, e permettono di distinguere fra chi dichiara e chi viene verificato. Lo stabilimento in cui nascono le porte Ariete lavora con entrambi.
Da lì in poi contano le scelte di processo. Un impianto fotovoltaico sul tetto copre circa il 20% del fabbisogno energetico dello stabilimento, con una quota destinata a salire. Le finiture usano vernici a base acqua al posto di quelle a solvente, con un calo netto delle emissioni legate ai diluenti.
Ogni porta viaggia dentro cartone e legno recuperati al 90%, e su ogni imballo un QrCode rimanda all’elenco dei materiali con le istruzioni di smaltimento già adattate alle regole di raccolta del Paese di destinazione.
“L’imballo è la parte che il cliente butta il giorno stesso, quindi è lì che si vede se una filiera funziona davvero. Il QrCode è nato da una domanda banale che ci facevano i montatori: dove lo metto adesso questo legno? Le regole di raccolta cambiano da comune a comune, e senza un’indicazione precisa finisce tutto nell’indifferenziata“.
Cosa chiedere, in pratica
Chi sta valutando la sostituzione dell’ingresso ha oggi pochi dati da pretendere e sono tutti disponibili: il valore di trasmittanza dichiarato, la classe antieffrazione certificata secondo la norma En 1627, la composizione in peso dei materiali, le certificazioni dello stabilimento.
Manca ancora, nella quasi totalità del settore, la dichiarazione ambientale di prodotto (Epd), che permetterebbe di confrontare le impronte di modelli diversi con un metodo comune. Finché non diventerà uno standard, la durata dichiarata e la qualità della posa restano gli indicatori più onesti a disposizione di chi compra.
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