Pascolo vagante, una difesa per la biodiversità


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Una pratica millenaria affidata ai pastori che continua a modellare prati, biodiversità e territori. Eppure, il pascolo vagante sta rischiando di scomparire con tutto il suo valore ecologico

Quando si parla di biodiversità, tutela del paesaggio o lotta ai cambiamenti climatici, il pensiero corre spesso alle foreste. Eppure, uno degli ecosistemi più ricchi d’Europa è molto più fragile e meno considerato: il prato stabile.

È qui che entra in scena il pascolo vagante, un’antica forma di pastorizia nomade ancora presente soprattutto nelle regioni del Nord Italia, capace di mantenere vivi paesaggi, habitat e tradizioni che rischiano lentamente di scomparire.

Come racconta Pietro Meazza, dottorando del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari all’Università di Bologna, il paesaggio non è una fotografia immobile, ma il risultato di migliaia di anni di relazione tra uomo e natura.

Le montagne, i prati aperti, i sentieri e persino le visuali che oggi consideriamo “naturali” sono il frutto del lavoro di generazioni di agricoltori e pastori.

Negli ultimi decenni – fa però notare Meazzal’abbandono delle attività agricole ha trasformato profondamente questo equilibrio. Molti prati sono stati inghiottiti dall’espansione urbana oppure dalla naturale avanzata del bosco.

Tutto a discapito dei prati stabili che ospitano infatti una straordinaria ricchezza di piante erbacee, insetti impollinatori, uccelli e piccoli mammiferi, diventando uno degli habitat più preziosi e al tempo stesso più minacciati del continente“.

L’importanza del pascolo vagante

In questo scenario il pascolo vagante assume un ruolo fondamentale. Si tratta di una forma di allevamento nomade molto diversa dall’allevamento intensivo.

Così il ricercatore, riferendosi per lo più agli ovini, spiega: “dopo la stagione estiva trascorsa sugli alpeggi, i pastori scendono verso la pianura e per circa nove mesi conducono il gregge da un prato all’altro seguendo percorsi tramandati da generazioni, le cosiddette batide. Non esistono pascoli recintati permanenti: il gregge segue la disponibilità di erba fresca, attraversando territori agricoli, aree urbanizzate e campagne densamente popolate“.

Questa mobilità rappresenta un unicum europeo: “le pecore allevate, prevalentemente delle razze Bergamasca e Biellese, vivono praticamente sempre all’aperto, nutrendosi di erba fresca e spostandosi continuamente insieme ai pastori, che durante l’inverno abitano spesso in roulotte seguendo il ritmo del gregge“.

Non è carne da macello

Ma il vero valore del pascolo vagante non riguarda soltanto la produzione alimentare. “Ogni passaggio degli animali genera effetti positivi sugli ecosistemi – ribadisce Meazza -. Il brucamento mantiene sotto controllo la vegetazione invasiva, favorisce la crescita di specie vegetali differenti e aumenta la biodiversità.

Le deiezioni restituiscono sostanza organica al terreno, alimentando batteri e funghi utili alla fertilità del suolo. Anche il semplice calpestio contribuisce a migliorare la struttura del terreno, rendendolo più stabile e più capace di trattenere l’acqua“.

Si tratta di processi naturali che oggi la ricerca riconosce come autentici servizi ecosistemici. Un prato ben gestito diventa più resistente all’erosione, favorisce la ricarica delle falde acquifere, immagazzina più carbonio e riduce il rischio di incendi, grazie al contenimento della biomassa vegetale.

Inoltre, gli spostamenti continui delle greggi collegano habitat differenti, contribuendo alla formazione delle reti ecologiche che consentono a molte specie di muoversi e riprodursi.

E poi c’è chi ne fa un mestiere: l’importanza del pastore

Accanto alla funzione ambientale esiste poi un patrimonio culturale spesso invisibile. Il mestiere del pastore si fonda su una conoscenza ecologica tradizionale costruita attraverso secoli di osservazione diretta del territorio e trasmessa da una generazione all’altra.

Il bello di “saper leggere il comportamento degli animali, interpretare il clima, conoscere la crescita dell’erba, instaurare rapporti con agricoltori e comunità locali sono competenze che nessun manuale può sostituire“.

Eppure, questa forma di allevamento vive oggi una condizione di forte fragilità. Ed è questa la denuncia di Meazza: “la lana ha ormai perso quasi completamente il proprio valore economico, sostituita dai materiali sintetici e dalle importazioni a basso costo. La sostenibilità economica delle aziende pastorali dipende sempre più dalla produzione di carne e dai contributi legati al pascolo montano, mentre nuove difficoltà logistiche, normative e sociali mettono continuamente alla prova un’attività già marginale“.

La contraddizione è evidente – tiene a sottolineare ancora il ricercatore – : da una parte istituzioni internazionali, comunità scientifica e politiche europee riconoscono il ruolo della pastorizia nella conservazione degli ecosistemi e nella salute ambientale; dall’altra chi svolge questo lavoro continua spesso a essere escluso dalle principali strategie di gestione del territorio e dalle politiche di transizione ecologica“.

Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Le pecore che attraversano lentamente campagne e prati non sono il residuo di un mondo destinato a sparire, ma una possibile risposta a molte delle sfide contemporanee: tutela della biodiversità, prevenzione degli incendi, gestione sostenibile del territorio, qualità delle acque e resilienza climatica.

Il pascolo vagante non produce soltanto carne. Produce paesaggio, mantiene vivi i prati, conserva saperi antichi e continua a costruire quella relazione tra uomo e natura che, da migliaia di anni, definisce l’identità dei territori italiani.

Preservarlo significa riconoscere che la sostenibilità non passa solo attraverso le innovazioni tecnologiche, ma anche attraverso pratiche antiche che hanno dimostrato nei secoli di saper convivere con gli ecosistemi anziché impoverirli.

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 Camilla Galli Macricé

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