C’è una domanda che torna ostinatamente ogni volta che la comunità internazionale assiste inerme a una strage: quante volte deve ripetersi un genocidio prima che il mondo decida davvero di riconoscerlo e fermarlo?
Oggi quella domanda ha il volto di el-Obeid, città del martoriato Sudan centrale trasformata nell’ennesimo epicentro di una guerra che, in oltre tre anni, ha provocato una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. E che nemmeno è riuscita a conquistare l’attenzione globale che meriterebbe.
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L’allarme è stato lanciato poche settimane fa dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, che ha parlato apertamente di un “allarme rosso” per la città. Un’espressione che arriva mentre il conflitto tra l’esercito regolare sudanese e le Rapid Support Forces (le Forze di Supporto Rapido o RSF) continua a devastare l’intero Paese.
“The signs from #ElObeid are clear & unmistakable: another human rights catastrophe is unfolding in #Sudan,” @volker_turk told the @UN Human Rights Council.
“This is not a drill. It is a red alert that needs to land on the desks of Heads of State & Government around the world.” pic.twitter.com/zH3bVIpX34
— UN Human Rights Council (@UN_HRC) July 3, 2026
El-Obeid è un importante nodo commerciale e logistico del Sudan, ma ad oggi rappresenta un non luogo, in la popolazione civile è di fatto intrappolata tra guerra, fame e isolamento. Secondo l’ONU, il conflitto ha già costretto oltre 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, mentre più della metà dei circa 50 milioni di abitanti del Sudan dipende ormai dagli aiuti umanitari per sopravvivere.
Nel solo mese di giugno, le RSF (Forze di Supporto Rapido) hanno lanciato 27 attacchi con droni contro la città, il numero più alto dall’inizio della guerra. Gli obiettivi non sono stati soltanto militari: a essere colpite sono state infrastrutture essenziali come depositi di carburante, acquedotti, pompe idriche e rete elettrica e nel momento in cui l’acqua smette di arrivare e l’elettricità scompare, una città non viene resa praticamente invivibile. È questa la realtà e, come se non bastasse, molte delle vie di fuga sono state bloccate dalle stesse RSF e le piogge stagionali stanno trasformando le strade in fiumi di fango, rischiando di isolare completamente centinaia di migliaia di persone.
La tragedia di el-Obeid è il terzo atto di uno schema che si ripete da anni. Prima era toccato a el-Geneina, nel Darfur occidentale: all’inizio della guerra, le RSF avevano assediato la città, impedendo l’arrivo degli aiuti umanitari e bloccando la fuga dei civili. Le Nazioni Unite hanno definito quelle atrocità un genocidio e nel gennaio 2025 finanche l’allora Segretario di Stato USA, Antony Blinken, riconobbe ufficialmente quella definizione.
Poi è arrivata el-Fasher, nel Darfur settentrionale. Secondo una recente inchiesta ONU, in pochi giorni sono stati uccisi oltre 6.000 civili. Molti altri sarebbero stati torturati, violentati, ridotti in schiavitù o fatti sparire. Anche in questo caso gli investigatori parlano di genocidio. Eppure, nonostante il peso di questa parola nel diritto internazionale, le conseguenze concrete sono state quasi inesistenti e, ad oggi, il rischio è che la stessa storia si ripeta a el-Obeid.
La lezione mai imparata del Ruanda
Un vero e proprio fallimento quello della comunità internazionale, che ricorda da vicino quanto accadde nel Ruanda nel 1994. Anche allora gli Stati Uniti riconobbero che erano in corso “atti di genocidio“, evitando però di assumere gli obblighi politici e militari che quella parola avrebbe di fatto comportato.
Rimase celebre una domanda pronunciata dall’allora segretario di Stato Warren Christopher:
Quanti atti di genocidio servono per arrivare a un genocidio?
Fu una frase destinata a diventare il simbolo dell’ambiguità diplomatica di fronte ai massacri. Da quel gigantesco insuccesso, nacquero strumenti come il principio della Responsabilità di Proteggere (Responsibility to Protect) e venne rafforzata la Corte Penale Internazionale, con l’obiettivo di impedire che atrocità simili potessero ripetersi.
Ma a distanza di oltre vent’anni, il Sudan ci dimostra quanto quelle promesse siano rimaste incompiute.
Nel 2004 l’amministrazione di George W. Bush definì genocidio quanto stava accadendo nel Darfur. Termine che allora servì a mobilitare governi, organizzazioni umanitarie e opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, il termine sembra aver perso parte della sua forza politica. Nel frattempo, il principio dell’intervento internazionale è stato progressivamente svuotato da crisi e guerre successive: dall’intervento in Libia del 2011 alle esitazioni occidentali durante il conflitto siriano.
Secondo molti osservatori, il risultato è che il Sudan si ritrova oggi in una zona grigia: troppo importante dal punto di vista strategico per non essere conteso dalle potenze regionali, ma non abbastanza centrale negli interessi geopolitici di Stati Uniti ed Europa da giustificare un vero investimento diplomatico e politico.
Le grandi potenze osservano, la guerra continua
Mentre Washington continua a chiedere un cessate il fuoco, diversi attori regionali vengono accusati di sostenere, direttamente o indirettamente, le parti in conflitto attraverso forniture militari, supporto logistico o interessi economici legati alle risorse del Paese, come l’oro.
Anche il G7 ha recentemente condannato i bombardamenti contro el-Obeid e invitato le parti a negoziare. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali, chi vede sul serio i segnali di un cambiamento sostanziale nella risposta internazionale. Le condanne verbali, da sole, non fermano le bombe e c’è il rischio che il mondo si abitui all’orrore
La guerra in Sudan è oggi considerata una delle crisi umanitarie più gravi e meno raccontate del nostro tempo. Qui il genocidio non viene negato, semplicemente viene osservato da lontano. Così, mentre el-Obeid rischia di diventare l’ennesimo nome da aggiungere a una lunga lista di città martoriate, torna a imporsi una domanda che dovrebbe inquietarci: quanti genocidi dovranno ancora consumarsi?
Fonti: Al Jazeera / Amnesty International
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Germana Carillo
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