Nei villaggi della Tanzania la crisi climatica si combatte con alveari, pollai e donne finalmente ammesse alle decisioni



Nei dieci villaggi del distretto di Tarime, nel nord della Tanzania, un progetto rivolto a 850 piccoli agricoltori sta affrontando piogge irregolari e terreni impoveriti con colture diverse, alberi piantati nei campi, alveari e pollai. Le donne, intanto, hanno acquisito maggiore spazio nei gruppi di risparmio e nelle decisioni su denaro, produzione e attività familiari. Il progetto è partito nel luglio 2022 lungo il bacino del fiume Mara, una risorsa condivisa da Tanzania e Kenya dalla quale dipendono oltre 1,2 milioni di persone.

La scena cambia nel giro di pochi villaggi. A Kitenga gli agricoltori raccontano raccolti di mais migliorati con rotazione e concime organico. A Kewamamba riferiscono che gli alberi hanno contribuito a ridurre l’erosione e a creare ombra per le colture. A Turugeti alcune donne guidano le VICOBA, piccole banche comunitarie alimentate dai risparmi dei membri. A Surubu, invece, gli intermediari continuano a rosicchiare i guadagni. Stesso clima, possibilità molto diverse di difendersi.

A raccogliere questi risultati è uno studio pubblicato su PLOS One da Edwin Estomii Ngowi e Angela M. Jesse, ricercatori della Sokoine University of Agriculture. La valutazione ha coinvolto 265 agricoltori, per il 48% donne, insieme a sei gruppi di discussione, interviste, documenti del progetto e visite sul campo.

Lo studio segue quanto accaduto a Tarime tra il 2022 e il 2024 attraverso dati, interviste e visite sul campo. Non permette di attribuire al progetto ogni miglioramento osservato: tra un villaggio e l’altro cambiano piogge, accesso ai mercati e risorse disponibili. Mostra però dove gli interventi hanno preso piede e dove si sono fermati davanti a strade, attrezzature e diritti ancora mancanti.

Un raccolto solo è una scommessa troppo grande

Prima del progetto molte famiglie dipendevano soprattutto da mais e manioca, affidando buona parte del reddito alla stessa stagione delle piogge. Gli interventi hanno introdotto rotazione, concime organico, varietà adatte alla siccità, legumi coltivati insieme ai cereali e agroforestazione: alberi dentro o ai margini dei campi per trattenere il terreno, limitare l’erosione e rendere meno ostile il microclima intorno alle colture.

Nei dati messi a disposizione dagli autori, 201 partecipanti su 265 dichiarano di aver adottato almeno una pratica di adattamento climatico. A Kewamamba gli agricoltori attribuiscono agli alberi una riduzione dell’erosione; a Kitenga collegano rotazione e concime organico a raccolti migliori. La raccolta dell’acqua piovana e l’irrigazione efficiente restano più difficili da diffondere, perché richiedono materiali e strutture che una lezione, da sola, non può far comparire.

Il terreno rimane comunque esposto alla pioggia che arriva tardi o decide di saltare la stagione. Così una parte del progetto è uscita dai campi ed è entrata nei cortili: apicoltura, allevamento di polli e capre, piscicoltura, produzione di sapone, sartoria, trasformazione degli alimenti e piccolo commercio.

Nei materiali qualitativi allegati allo studio, gli agricoltori di Kewamamba descrivono oltre 120 alveari, due vasche per i pesci e attività legate alla vendita di pollame, banane, arachidi e ortaggi. I guadagni, secondo le testimonianze raccolte, vengono utilizzati per comprare cibo, pagare la scuola o migliorare le abitazioni.

Un alveare lascia il cielo esattamente com’è e aggiunge miele da vendere quando il mais rende poco. Le galline possono pagare sementi, cibo o spese scolastiche mentre il campo aspetta la stagione successiva. Da queste parti “diversificare il reddito” significa evitare che una pioggia mancata entri in tutte le stanze della casa.

Le donne entrano nei conti

A Turugeti alcune donne hanno assunto la guida delle VICOBA, gruppi nei quali i partecipanti versano piccole somme e possono ottenere prestiti dal fondo comune. Quel denaro è servito a finanziare pollai, alveari e altre attività. Il credito, qui, può avere la forma di un quaderno scritto a mano e di una riunione nella quale qualcuno decide di fidarsi.

La formazione ha riguardato gestione finanziaria, attività produttive e partecipazione alle decisioni familiari. A Turugeti le donne hanno riferito una maggiore sicurezza nell’amministrare le risorse; a Kitenga partecipano alla gestione delle VICOBA e ai forum nei quali si stabilisce come utilizzare denaro e terreni. A Surubu alcune hanno avviato attività di sartoria e produzione di sapone. Questioni molto meno decorative di una sedia occupata durante una riunione.

La proprietà della terra procede con un passo decisamente più pigro. Una valutazione della Banca Mondiale rileva che la documentazione formale degli immobili è poco diffusa in Tanzania, ma gli uomini hanno una probabilità oltre tre volte maggiore delle donne di dichiararsene proprietari esclusivi. Una donna può quindi amministrare un prestito, scegliere i semi e contribuire al raccolto lavorando su una terra che continua ad avere il nome di qualcun altro.

Su scala nazionale, un’altra analisi della Banca Mondiale ha stimato che ridurre il divario di produttività agricola tra uomini e donne potrebbe aumentare del 2,7% la produzione agricola della Tanzania e far uscire dalla povertà circa 80 mila persone ogni anno. Il conto della disuguaglianza si paga anche in raccolti più scarsi e povertà: le donne lavorano la terra, mentre le decisioni restano più spesso agli uomini.

Gli alveari sono arrivati prima delle tute

Le api hanno accolto il progetto con il consueto spirito collaborativo: continuano a pungere. A Kewamamba, però, gli apicoltori hanno raccontato di non possedere abbastanza tute, guanti e attrezzature per raccogliere il miele in sicurezza. Alcuni utilizzano poco gli alveari per paura delle punture.

Subito dopo arrivano le strade. A Kitenga gli agricoltori spiegano di dover vendere le banane per poco agli intermediari perché trasportarle fino al mercato è difficile. Mancano anche magazzini e impianti per conservare o trasformare i prodotti deperibili; alcune famiglie raccontano di perdere metà delle banane. Un raccolto migliore può diventare soltanto una montagna più alta di frutta matura, quando dopo il campo manca tutto il resto.

Anche le indicazioni pubbliche riescono a complicare il lavoro. Il progetto insegna a ridurre la dipendenza dai fertilizzanti chimici, mentre i sussidi governativi li rendono più accessibili. Gli agricoltori ricevono una formazione e un incentivo economico che indicano due direzioni diverse. La rotazione delle colture funziona; quella delle indicazioni un po’ meno.

Gli autori propongono magazzini e celle frigorifere solari condivisi da gruppi di villaggi, il recupero delle strade secondarie verso il mercato di Tarime e piccoli fondi per comprare le protezioni degli apicoltori. Suggeriscono anche che ogni agricoltore formato affianchi altri due coltivatori durante la stagione successiva. Frigoriferi, strade, tute e persone che si parlano: la soluzione più avanzata, qualche volta, somiglia parecchio alle cose che mancano da anni.

A Turugeti una donna apre il quaderno dei risparmi; a Kitenga le banane aspettano ancora una strada. Gli alveari sono arrivati prima delle tute, i raccolti prima dei magazzini. La buona idea corre. L’infrastruttura si prende il suo tempo.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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