500 anni in evoluzione senza mai perdere le radici- Fortune Italia


Beretta celebra i suoi 500 anni di attività. Il presidente Franco Gussalli Beretta racconta la strategia del gruppo tra innovazione digitale, spinta internazionale e il passaggio generazionale.

Cinque secoli di storia, innovazione e continuità imprenditoriale. Beretta celebra i suoi 500 anni di attività, un traguardo che la rende una delle più antiche aziende manifatturiere al mondo ancora nelle mani della stessa famiglia. In un contesto globale in continua evoluzione, il presidente Franco Gussalli Beretta racconta come tradizione, strategia e capacità di innovare abbiano permesso al gruppo armiero di divenire punto di riferimento mondiale per la produzione di armi.

Oggi Beretta è insieme un marchio storico, un’azienda manifatturiera e un gruppo internazionale: qual è la priorità industriale?

Oggi è molto chiara: rafforzare la solidità dell’azienda, aumentando capacità produttiva, efficienza e qualità, senza perdere quella cultura manifatturiera che ci ha portati fin qui. Gli investimenti principali vanno in questa direzione: sostenibilità, aggiornamento degli asset produttivi, rafforzamento del controllo sui processi critici e, soprattutto, sviluppo tecnologico. Ricordo ancora quando, da ragazzo, entravo in fabbrica con mio padre, Ugo: vedevo un’azienda fatta di persone, intuizioni e mestiere. Oggi quel mondo è ancora lì, ma è affiancato da strumenti digitali che lo migliorano.

Quanto pesa oggi il mercato estero sul vostro business complessivo, e quali aree geografiche stanno offrendo le opportunità più interessanti?

Il nostro è da tempo un business profondamente internazionale: i mercati esteri pesano per il 90% del totale. Siamo presenti in oltre 90 Paesi e il Nord America rappresenta uno dei più importanti.  Le opportunità migliori sono dove si incontrano cultura di prodotto, riconoscimento della qualità e attenzione all’esperienza.

In un contesto segnato da volatilità dei costi, tensioni geopolitiche e incertezza regolatoria, come si costruisce una strategia industriale stabile?

La stabilità oggi non è rigidità, ma capacità di adattamento. Negli ultimi anni abbiamo capito che non basta essere efficienti: bisogna essere resilienti. Questo significa investire sulla flessibilità dei processi.

Quali sono, oggi, le principali voci di pressione sui conti dell’azienda: energia, materie prime, logistica, componentistica o conformità normativa?

Oggi la complessità nasce proprio dal fatto che tutti questi fattori agiscono insieme. La risposta è aumentare il controllo interno, rafforzare i processi e ridurre la vulnerabilità.

Beretta viene spesso raccontata come un’eccellenza del saper fare italiano: quanto di questo valore dipende ancora da competenze artigianali, e quanto da processi digitali?

Dipende da entrambe le cose, ed è proprio lì la nostra forza. Abbiamo un’industria avanzata, ma in molte lavorazioni, soprattutto nell’alto di gamma, la competenza artigianale resta decisiva. In Beretta la modernità non ha sostituito il mestiere, lo ha reso ancora più importante.

Come si trasmette oggi il know-how interno a nuove generazioni di tecnici e maestranze, in un settore in cui l’esperienza accumulata è parte essenziale della qualità finale?

Il sapere non si conserva se non viene trasmesso. Noi lavoriamo molto su questo: affiancamento, mentoring, formazione, dialogo tra generazioni. E devo dire che oggi vedo questo passaggio anche all’interno della mia famiglia: mio figlio Carlo è entrato in azienda nell’ambito Hr e poi ha lavorato sui progetti di innovazione e digitale e ha preso responsabilità sul segmento lusso. Porta uno sguardo diverso, ma lavora a contatto con persone che hanno esperienza molto più lunga.

Il territorio della Valtrompia è ancora un elemento centrale del vostro modello produttivo?

La Valtrompia resta il centro per Fabbrica d’armi Beretta. Non solo per ragioni storiche, ma per competenze, cultura industriale e identità. Mio padre ha iniziato la trasformazione di Beretta nella multinazionale che è oggi ma il cuore resta qui.

Qual è oggi il vostro equilibrio tra tradizione e innovazione: fino a che punto un marchio con una storia così lunga può innovare senza perdere identità?

Può innovare moltissimo, a una condizione: sapere chi è. La nostra esperienza ci dice che l’innovazione non è mai stata una rottura, ma una continuità. Se sai da dove vieni puoi evolvere senza snaturarti.

Quanto incidono automazione e digitalizzazione nei vostri processi produttivi, e in che misura queste tecnologie stanno cambiando l’operatività?

Profondamente. La digitalizzazione, che considero la spina dorsale dell’azienda, connette tutto. Oggi cambia il modo in cui lavoriamo e prendiamo decisioni. E cambia soprattutto il profilo delle competenze: ed è qui che il contributo delle nuove generazioni è fondamentale.

Il marchio Beretta è riconosciuto in tutto il mondo: quali sono oggi gli elementi che più contano nella percezione del marchio, la storia, la reputazione industriale, l’affidabilità o la capacità di innovare?

Alla fine, è una questione di fiducia. La storia è un elemento importante, ma non basta. Conta la coerenza industriale, l’affidabilità, la capacità di mantenere una promessa nel tempo.

Come si governa un marchio storico per farlo restare contemporaneo senza indebolirne il posizionamento e la coerenza dell’immagine?

Mantenendo saldo il nucleo identitario e adattando il resto. Beretta non deve inseguire le mode, ma interpretare il cambiamento. Prima nostro padre ci ha lasciato portare le nostre idee e ora è il momento che lo faccia la nuova generazione.

Quali obiettivi vi siete dati sul fronte della crescita e dell’espansione?

Non ci interessa crescere ‘a tutti i costi’. Ci interessa crescere bene. Gli indicatori giusti sono quelli che migliorano il sistema, non solo i volumi.

Il settore vive una forte sensibilità pubblica e politica: come affrontare il tema della responsabilità d’impresa, sia sul piano industriale sia su quello reputazionale?

Con coerenza. La responsabilità non è una narrazione: è il modo in cui produci, investi e ti comporti ogni giorno. La reputazione è una conseguenza di questo, non qualcosa che si costruisce sui social network.

Guardando ai prossimi cinque anni, quali saranno secondo lei le tre sfide decisive per Beretta?

Direi competitività industriale, innovazione e governance. Competitività perché il contesto resta complesso; innovazione perché digitale e sostenibilità stanno cambiando tutto; governance perché guidare un’azienda familiare globale significa trovare equilibrio tra visione e continuità.

Se dovesse sintetizzare in una sola frase la direzione in cui vuole portare l’azienda, quale sarebbe il messaggio chiave?

Vorrei che Beretta restasse un’azienda capace di evolvere senza perdere di vista le sue radici.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)


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Daniele Bonetti

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