Nel suo intervento al Meeting di Rimini, Papa Leone XIV ha proposto una delle contrapposizioni culturali più profonde del nostro tempo: quella tra la cultura della potenza e la cultura cristiana della misericordia. Non si tratta semplicemente di una riflessione morale o religiosa, ma di due modi radicalmente diversi di concepire la realtà.
Il Papa parla di «un falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni». È un’espressione che merita di essere approfondita, perché oggi la parola realismo è diventata quasi sinonimo di cinismo: essere realisti significherebbe prendere atto che il mondo è governato esclusivamente dai rapporti di forza, dagli interessi economici, dagli equilibri geopolitici e dalla competizione tra individui e nazioni. Ma questo non è il realismo autentico. È, piuttosto, un materialismo travestito da realismo.
La cultura della potenza considera il reale come l’insieme delle sole interazioni umane. Nella sua prospettiva, la storia è determinata esclusivamente dall’economia, dalla tecnologia, dalla politica e dalla forza militare. Dio è semplicemente assente.
Per questo essa è, nella sua sostanza, una cultura atea, anche quando non si dichiara tale. Non perché neghi necessariamente l’esistenza di Dio sul piano teorico, ma perché costruisce tutta la propria interpretazione della realtà come se Dio non esistesse e come se la sua azione nella storia fosse irrilevante.
In questa prospettiva il bene coincide con ciò che è utile, il giusto con ciò che è conveniente, la pace con l’equilibrio delle forze. La politica diventa gestione del potere; l’economia ricerca del profitto; la tecnica strumento di dominio.
È precisamente questo il «falso realismo» denunciato dal Papa.
Il cristianesimo propone invece un realismo molto più profondo.
La realtà non è soltanto ciò che gli uomini fanno tra loro. La realtà è continuamente attraversata dall’azione di Dio.
Per questo Leone XIV afferma una frase straordinaria:
«La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio.»
I nostri calcoli politici, economici o strategici non esauriscono il reale. Anzi, quando pretendono di dominarlo completamente finiscono per soffocarlo.
Il reale continua invece a respirare grazie alla libertà dell’amore di Dio, che agisce nella storia attraverso la misericordia, il perdono, la conversione e la carità.
È questa la vera differenza tra una visione cristiana e una visione puramente materialista della storia.
Qui il pensiero cristiano incontra una delle intuizioni più alte della nostra tradizione culturale.
Dante conclude la Divina Commedia contemplando Dio come
«l’amor che move il sole e l’altre stelle».
Non è una semplice immagine poetica.
Per Dante, come per tutta la tradizione cristiana, l’amore non è un sentimento soggettivo, ma il principio oggettivo che sostiene l’intero universo.
La cultura della potenza ritiene invece che il motore della storia sia il potere.
Per il cristianesimo il motore ultimo della storia è l’amore creatore e redentore di Dio.
È qui che emerge la differenza decisiva tra le due culture.
Da questa concezione della realtà deriva anche una diversa idea dell’azione politica e sociale.
Il Papa ricorda che, dopo le tragedie del Novecento, la Chiesa ha imparato una verità fondamentale:
«Il male non si combatte col male.»
Questa non è una posizione ingenua né una rinuncia alla giustizia.
È il riconoscimento che il male possiede una dinamica contagiosa: la violenza genera altra violenza, l’odio produce altro odio, la logica della potenza alimenta continuamente nuova potenza.
Solo una forza diversa può interrompere questo circolo.
Questa forza è la misericordia.
Non una misericordia debole o sentimentale, ma la misericordia di Cristo, capace di trasformare il cuore dell’uomo e quindi anche la storia.
Per questo il Papa afferma che «non possono esistere nemici» nel senso ultimo del termine: anche gli avversari rimangono fratelli e sorelle, persone da incontrare nella verità e non da annientare.
Le conseguenze sono estremamente concrete.
Leone XIV invita a liberare:
* la convivenza dal sospetto;
* la cultura dalla prepotenza;
* l’educazione dall’ideologia;
* il lavoro dall’idolatria del profitto;
* la tecnologia e la finanza dai «business della morte».
Sono parole che mostrano come il problema non riguardi soltanto i comportamenti individuali, ma le strutture culturali, economiche e politiche che plasmano la società.
Il Papa arriva fino a chiedere di «disarmare lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo» e di smascherare i rapporti di potere che alimentano povertà, disuguaglianze, guerre e devastazioni ambientali.
La conversione cristiana non consiste dunque nell’abbandonare il mondo, ma nel trasformarlo dall’interno, lasciando che l’amore di Dio diventi principio ordinatore anche delle relazioni sociali.
Per questo assume particolare rilievo l’altra affermazione del Papa:
«È l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura.»
La fede cristiana non è mai stata soltanto un insieme di dottrine private. Essa ha generato una civiltà, un modo di guardare l’uomo, il lavoro, la politica, il diritto, l’arte e la convivenza.
Oggi questa tradizione è chiamata a misurarsi con una cultura mondiale che tende a identificare il realismo con la forza e il successo con il dominio.
La responsabilità dei cristiani consiste allora nel testimoniare che il vero realismo non è quello della potenza, ma quello dell’amore.
Il discorso di Leone XIV non oppone semplicemente credenti e non credenti.
Esso mette a confronto due antropologie e due concezioni della storia.
Da una parte vi è una cultura che considera il reale come il prodotto esclusivo delle forze materiali e dei rapporti di potere; dall’altra una cultura che riconosce nell’azione di Dio il fondamento ultimo della realtà e vede nella misericordia la forza capace di cambiare davvero il mondo.
In questa prospettiva, il «realismo della misericordia» non è un’utopia contrapposta alla realtà, ma il riconoscimento della dimensione più profonda del reale: quella nella quale opera continuamente il Dio che è amore.
Se il falso realismo guarda soltanto ai rapporti di forza, il realismo cristiano guarda anche a ciò che rende possibile la storia stessa: la libertà dell’uomo raggiunta dalla grazia e la presenza operante di Dio, quell’«amor che move il sole e l’altre stelle» che continua, spesso silenziosamente, a muovere anche il cuore degli uomini e il destino dei popoli.
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mons. Nazzareno Marconi
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