Allarme burnout tra i docenti, ANIEF: “Basta lavorare fino a 67 anni, vogliamo la pensione a 60”


Non è solo stanchezza. Non è solo la mole di carta burocratica o le classi sempre più difficili da gestire.

Il malessere che attanaglia insegnanti e personale ATA è stato ufficialmente riconosciuto come un problema di salute pubblica anche dall’Agenzia europea per la sicurezza e il lavoro. E ora il sindacato autonomo Anief alza il tiro: “Basta rinvii, chiediamo una ricognizione nazionale e il diritto al pensionamento anticipato a 60 anni”.

Parola di Marcello Pacifico, presidente nazionale ANIEF, che da tempo porta avanti una battaglia solitaria ma sempre più sostenuta da firme e consensi politici: quasi 120mila le adesioni alla petizione per il riscatto agevolato della laurea e l’uscita anticipata dal mondo della scuola.

Un lavoro usurante ma non riconosciuto

Secondo ANIEF, la professione docente riunisce tutte le caratteristiche per essere definita usurante. Lo stress non deriva solo dall’attività in aula: si sommano carichi burocratici crescenti, responsabilità sempre più pesanti, un’età media del personale che si avvicina ai 55 anni e un gap generazionale con gli studenti che si allarga di anno in anno.

Il sindacato punta il dito contro il paradosso italiano: militari e forze di polizia possono andare in pensione a 60 anni, gli insegnanti no. Eppure, secondo i dati raccolti dall’Ufficio studi Anief, l’80% delle malattie professionali che portano all’inidoneità tra i docenti è di natura psichiatrica: ansia, depressione, disturbi del sonno, fino a patologie fisiche gravi come malattie cardiache e fibromialgia.

“La scuola italiana ha una delle classi docenti più anziane d’Europa – sottolinea la senatrice M5S Vincenza Aloisio, che ha abbracciato la causa – e costringere chi ha superato i 60 anni a gestire dinamiche educative sempre più complesse mette a rischio sia la salute dei lavoratori sia la qualità dell’offerta formativa”.

I sintomi di un sistema che scricchiola

Il burnout tra i banchi di scuola non è un’emergenza invisibile. Ansia cronica, emicranie ricorrenti, esaurimento emotivo, irritabilità: sono solo alcuni dei campanelli d’allarme che sempre più docenti e personale ATA riferiscono ai medici dei servizi di prevenzione. Eppure, il riconoscimento formale dello stress lavoro-correlato come malattia professionale tarda ad arrivare. “L’amministrazione e i governi continuano ad alzare la soglia dell’età pensionabile – denuncia Pacifico – mentre il malessere psico-fisico del personale cresce in modo esponenziale”.

Il sindacato chiede che l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza nelle scuole realizzi una ricognizione approfondita sull’intero territorio e che durante i corsi di aggiornamento obbligatori vengano somministrati test specifici per rilevare i livelli di stress del personale. “Non è più rinviabile uno studio accurato – insiste Pacifico – ora che anche l’Europa ha messo nero su bianco la particolarità e la gravità degli ambienti di lavoro degli insegnanti”.

La proposta: test, monitoraggio e pensione a 60 anni

La ricetta di ANIEF si articola in tre punti chiave. Primo: una ricognizione nazionale attraverso l’Osservatorio per verificare l’effettiva incidenza dello stress lavoro-correlato tra docenti e personale ATA. Secondo: l’introduzione di test obbligatori durante i corsi di sicurezza. Terzo: una norma che consenta al personale a rischio di uscire dal lavoro a 60 anni, senza decurtazioni dell’assegno pensionistico.

Sul fronte delle coperture economiche, il sindacato ha già fatto i conti. “Per finanziare la pensione anticipata del personale scolastico – spiega Pacifico – si potrebbe utilizzare una parte del tesoretto dell’INAIL, che ammonta a 47 miliardi. Ne basterebbero 10, poco più di un quinto. Inoltre, si potrebbe separare la spesa sociale dal bilancio INPS per il pagamento degli assegni, perché lo stress da lavoro correlato è una patologia professionale che va riconosciuta”.

Il fronte politico si allarga

La battaglia di ANIEF sta raccogliendo adesioni trasversali in Parlamento. La senatrice di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo ha presentato una proposta di legge (n. 1413) che prevede il riscatto agevolato degli anni di studio universitari per il personale scolastico, ricalcando quanto già previsto per gli ufficiali delle forze armate.

Ma il cammino è ancora in salita. Nel recente rinnovo del contratto scuola 2025-2027, il sindacato ha denunciato di aver trovato “ostacoli sul piano normativo e prima ancora su quello delle coperture economiche”. “Chi non vuole inserire il burnout come materia di contrattazione – attacca Pacifico – di fatto disconosce il lavoro del personale della scuola e i suoi rischi sulla salute”.

Le resistenze e il nodo terminologico

Non mancano le voci contrarie o caute. Alcuni esperti, come Vittorio Lodolo D’Oria, sottolineano che il termine “burnout” andrebbe riservato solo alle cosiddette helping professions, le professioni d’aiuto di cui fanno parte i docenti, ma sarebbe tecnicamente improprio estenderlo a dirigenti scolastici e personale ATA. Una precisazione che aggiunge un ulteriore livello di complessità a un dibattito già articolato.

Il sindacato, tuttavia, non arretra. La proposta prevede un modello graduale: il pensionamento a 60 anni sarebbe volontario, e chi scegliesse di restare potrebbe proseguire fino a 67 anni con compiti di tutoraggio e supporto ai nuovi docenti, riducendo l’esposizione allo stress della didattica frontale.

L’autunno caldo della scuola

La partita si gioca ora sul tavolo del confronto autunnale tra governo e parti sociali in vista della prossima Manovra economica. ANIEF chiede che il riconoscimento del burnout e il pensionamento anticipato a 60 anni diventino finalmente una realtà, mettendo fine a quella che Pacifico definisce “una contraddizione logica: riconoscere la qualifica di lavoro gravoso solo ai docenti dell’infanzia, ignorando che lo stress da lavoro correlato riguarda l’intero corpo docente e il personale ATA”.

Intanto, il sindacato continua a mobilitarsi su tutti i fronti: contrattazione collettiva, Osservatorio nazionale, coinvolgimento delle università per studi sul benessere del personale. Con una certezza: il malessere della scuola non è più un problema da rinviare. È una questione di salute pubblica, prima ancora che di diritti sindacali.


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Andrea Carlino

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