Scuola primaria, 22 ore di insegnamento più 2 di programmazione: un modello ancora attuale?


Gentile Redazione, scrivo per sottoporvi un quesito legato alle recenti novità sulle attività collegiali a distanza e, al tempo stesso, per proporre una riflessione su un tema che riguarda da vicino l’organizzazione del lavoro nella scuola primaria. Le recenti indicazioni ministeriali e la firma dell’intesa sui criteri tecnici hanno aperto alla possibilità di svolgere online anche i collegi docenti e i consigli di classe deliberativi, previo adeguamento dei Regolamenti d’Istituto. Si tratta di una novità importante, che può favorire una migliore conciliazione tra vita lavorativa e personale e una più efficiente organizzazione delle attività collegiali. Mi chiedo se questa possibilità possa essere estesa anche alle due ore settimanali di programmazione didattica collegiale previste per la scuola primaria. In molte realtà scolastiche la loro organizzazione risulta complessa e poterle svolgere a distanza potrebbe rappresentare una soluzione utile, senza pregiudicare il valore del confronto professionale. Da questo quesito nasce una riflessione più ampia. L’attuale articolazione dell’orario di servizio della scuola primaria, basata su 22 ore di insegnamento e 2 ore di programmazione, è ancora oggi il modello più funzionale? Oppure potrebbe essere arrivato il momento di aprire un confronto su un’organizzazione diversa? Una possibile ipotesi potrebbe essere quella di prevedere 24 ore di insegnamento, ricomprendendo la programmazione tra le attività funzionali all’insegnamento, come già avviene nella scuola secondaria (le classiche 40+40 ore). Non vuole essere una proposta ma uno spunto di riflessione che potrebbe semplificare l’organizzazione delle scuole e favorire una gestione più lineare degli orari e degli organici. Mi farebbe piacere conoscere il parere degli esperti della redazione sia sulla possibilità di svolgere la programmazione in modalità telematica, sia sull’opportunità di aprire un dibattito su un eventuale ripensamento dell’attuale modello organizzativo della scuola primaria. Ritengo possa essere un tema di interesse per molti docenti. Vi ringrazio per il prezioso lavoro di informazione e approfondimento che svolgete ogni giorno.”

Le ore di programmazione didattica collegiale nella scuola primaria: le principali tappe a livello normativo e contrattuale

Prima di affrontare il dibattito che rappresenterebbe una radicale rivoluzione dell’orario tipico dei docenti della scuola primaria, è necessario inquadrare in modo corretto le 2 ore di programmazione didattica.

A livello storico-normativo, già con il DPR n. 417 del 31 maggio 1974 (facente parte dei c.d. “decreti delegati”) la funzione docente non era più circoscritta strettamente alla didattica. Secondo l’art. 2, la funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura, di contributo alla elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità. I docenti delle scuole di ogni ordine e grado, oltre a svolgere il loro normale orario di insegnamento, espletano le altre attività connesse con la funzione docente, tenuto conto dei rapporti inerenti alla natura dell’attività didattica e della partecipazione al governo della comunità scolastica. Dunque, già più di 50 anni fa, emergeva in modo chiaro l’importanza delle attività connesse all’insegnamento, progenitrici di quelle che oggi vengono definite attività funzionali.

Successivamente, con il DPR n. 399 del 23 agosto 1988, è sancito in modo esplicito che la funzione dell’insegnante è articolata in attività di insegnamento ed in attività connesse con il funzionamento della scuola (art. 14 c. 1). Per la primaria (all’epoca elementare), le ore di insegnamento previste erano pari a 24 ore settimanali pure. Un primo assaggio distintivo fu però previsto per le scuole in cui si svolgeva la sperimentazione dei moduli didattici previsti dai nuovi programmi o si attuavano esperienze di tempo pieno. In questi casi, lo stesso art. 14 c. 6 prevedeva la destinazione di n. 2 ore settimanali alle attività di programmazione.

Seguirà poco dopo la formalizzazione normativa per tutte le scuole primarie con la legge 148/1990. L’art. 9 stabilisce che l’orario di insegnamento per gli insegnanti elementari è costituito di ventiquattro ore settimanali di attività didattica, di cui ventidue ore di insegnamento e due ore dedicate alla programmazione didattica da attuarsi in incontri collegiali dei docenti di ciascun modulo, in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni.

A livello contrattuale, è con il CCNL 1994-1997 che si arriva alle ore di programmazione per come sono riconosciute anche oggi. L’attività di insegnamento si svolge in 22 ore settimanali, a cui vanno aggiunte 2 ore da dedicare, anche in modo flessibile e su base plurisettimanale, alla programmazione didattica da attuarsi in incontri collegiali dei docenti di ciascun modulo, in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni (art. 41 c. 2). Con il CCNL 2003, al posto di “ciascun modulo” si parla di docenti “interessati”, ma a livello concettuale le ore di programmazione sono rimaste sostanzialmente inalterate.

Le caratteristiche della programmazione didattica

Come si evince dal testo del contratto collettivo, le ore di programmazione didattica presentano alcuni requisiti distintivi:

  • flessibilità: la loro collocazione temporale non è predeterminata, ma può essere organizzata dalla scuola in funzione delle esigenze didattiche e organizzative;
  • base plurisettimanale: possono essere programmate su una scansione temporale non necessariamente settimanale, purché sia rispettato il monte ore complessivo previsto dal contratto;
  • incontri collegiali dei docenti interessati: sono destinate allo svolgimento di attività collegiali di programmazione, cui partecipano i docenti coinvolti nell’attività educativa e didattica delle classi interessate;
  • tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni: devono svolgersi al di fuori dell’attività di insegnamento frontale, in quanto finalizzate alla progettazione, al coordinamento e alla verifica dell’azione didattica. Questo è l’aspetto maggiormente importante: in nessun caso queste ore possono sostituire le ore di insegnamento.

La programmazione rientra nelle attività funzionali all’insegnamento?

L’attività funzionale all’insegnamento è costituita da ogni impegno inerente alla funzione docente previsto dai diversi ordinamenti scolastici. Essa comprende tutte le attività, anche a carattere collegiale, di programmazione, progettazione, ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento e formazione, compresa la preparazione dei lavori degli organi collegiali, la partecipazione alle riunioni e l’attuazione delle delibere adottate dai predetti organi (art. 44 c. 1 CCNL 2019-2021).

Questa definizione contiene un primo nodo critico: perché le ore di programmazione della scuola primaria non rientrano in tali attività se lo stesso CCNL parla, esplicitamente, anche di attività a carattere collegiale e di programmazione? La questione richiede un’attenta distinzione.

A parere di chi scrive, le due ore settimanali di programmazione didattica della scuola primaria sono, per contenuto e finalità, sostanzialmente assimilabili alle attività funzionali all’insegnamento: si tratta infatti di un’attività professionale connessa alla funzione docente, svolta collegialmente, finalizzata alla progettazione, al coordinamento e alla verifica dell’azione didattica. C’è però un aspetto di vitale importanza da considerare: il contratto collettivo attribuisce loro una disciplina autonoma, collocandole all’interno dell’orario obbligatorio di servizio dei docenti della scuola primaria e sottraendole dal computo delle ore destinate alle attività funzionali. La peculiarità dell’istituto risiede proprio in questo doppio profilo: da un lato, per natura e funzione, le due ore presentano caratteristiche proprie delle attività funzionali all’insegnamento; dall’altro, sotto il profilo dell’imputazione oraria e soprattutto sotto l’aspetto retributivo, esse costituiscono una componente ordinaria dell’orario di servizio del docente della scuola primaria, aggiuntiva rispetto alle 22 ore di insegnamento frontale ma non riconducibile al monte delle 40 ore.

In altri termini, allo stato attuale, non si tratta di attività da assolvere nell’ambito delle ore destinate alle attività funzionali, bensì di un obbligo contrattuale specifico che trova autonoma collocazione nell’organizzazione dell’orario di lavoro e che viene ricompreso nel trattamento economico ordinario del docente. Tale scelta contrattuale risponde alla particolare organizzazione della scuola primaria, storicamente fondata sulla progettazione condivisa tra docenti e sul coordinamento dell’attività educativa.

Lo svolgimento in modalità telematica

Chiarito ciò, veniamo al primo quesito proposto dal lettore, che riguarda la possibilità di svolgere in modalità telematica la programmazione didattica. In realtà, già con il CCNL 2019-2021 tale possibilità è stata espressamente riconosciuta. L’articolo 44, comma 6, prevede infatti che, con apposita modifica al Regolamento d’Istituto, sia possibile disciplinare lo svolgimento a distanza delle due ore di programmazione didattica collegiale della scuola primaria.

Pertanto, la recente evoluzione normativa relativa allo svolgimento in modalità telematica delle sedute degli organi collegiali anche con funzione deliberativa non introduce una novità con riferimento alla programmazione didattica dei docenti della primaria. Si tratta, infatti, di due ambiti distinti: da un lato gli organi collegiali (quali Collegio dei docenti e consigli di classe o di interclasse), dall’altro la programmazione didattica, che costituisce un’attività professionale collegiale dei docenti già disciplinata autonomamente dal contratto collettivo e con la possibilità di svolgerla telematicamente già prevista.

La scuola può quindi prevedere che le due ore di programmazione si svolgano in presenza oppure a distanza, individuando criteri organizzativi coerenti con le esigenze didattiche e con il principio di effettività del confronto professionale tra i docenti. Il punto principale è infatti proprio l’impatto a livello pratico: se la modalità telematica non interferisce con l’utilità della programmazione didattica, questa è sicuramente una concreta possibilità per venire incontro alle diverse esigenze dei docenti. Al contrario, se il collegamento a distanza dovesse risultare difficoltoso, chiaramente ciò comporterebbe una seria riflessione. L’obiettivo principale deve restare quello di garantire la miglior condizione possibile per espletare le attività di programmazione.

Il modello organizzativo della primaria: alcune riflessioni

La riflessione proposta dal lettore è indubbiamente interessante e pone un elemento su cui è pienamente legittimo dibattere.

Ricondurre le 2 ore di programmazione nelle attività funzionali, a primo impatto, appare una soluzione perfettamente idonea a semplificare l’organizzazione del lavoro nella scuola primaria, uniformandola, almeno per quel che concerne questo aspetto, alla scuola secondaria. Non solo: come esposto in precedenza, le ore di programmazione didattica rientrerebbero a pieno titolo tra le attività funzionali essendone, di fatto, appartenenti a livello sostanziale. Vi sono però, sempre a titolo personale di chi scrive, almeno tre criticità che renderebbero difficoltoso un passaggio verso il modello proposto:

  • aumento dell’orario di insegnamento frontale. Secondo l’ipotesi indicata, i docenti dovrebbero passare da 22 a 24 ore di insegnamento frontale. Osserviamo questo scenario da più prospettive: dal punto di vista dei dirigenti scolastici e, più in generale, degli uffici scolastici territoriali e ministeriali, questa possibilità potrebbe presentare molteplici vantaggi, tra cui senz’altro la conseguente riduzione del ricorso alle supplenze, essendo le ore di insegnamento coperte per un numero maggiore dai medesimi insegnanti. Dall’altra parte, però, per i docenti si tratterebbe di un sovraccarico non di poco conto: l’aumento delle ore di insegnamento frontale, a fronte di una retribuzione identica, presenterebbero delle ricadute negative sul carico di lavoro in classe, che sarebbe incrementato a parità di stipendio. A livello economico, infatti, non muterebbe nulla, anzi, si avrebbe un aggravio: più ore in classe e mantenimento delle ore di programmazione all’interno delle attività funzionali. Passare da 22 a 24 ore di insegnamento significa aumentare di circa il 9% il tempo trascorso in classe con gli alunni, senza modificare il trattamento economico. Tra l’altro, dal punto di vista giuridico non si tratterebbe di una semplice “razionalizzazione”: sarebbe una modifica dell’orario di insegnamento prevista dal contratto e inciderebbe direttamente sulla prestazione lavorativa. Tradotto: occorrerebbe una modifica contrattuale a livello nazionale per poter procedere in questa direzione;
  • l’insufficienza delle 40+40 ore. Convenzionalmente, le settimane di lezione sono pari a 33. Banalmente, in un anno scolastico si renderebbero necessarie 66 ore di programmazione didattica, per come è impostato attualmente il sistema. Appare abbastanza evidente che una situazione del genere, avendo a disposizione “solamente” 80 ore complessivamente, sarebbe ingestibile. Per rendere praticabile la proposta bisognerebbe aumentare il monte ore delle attività funzionali (e anche qui servirebbe un passaggio contrattuale) oppure prevedere una riduzione delle ore di programmazione didattica durante l’anno per inserirsi in modo coerente all’interno delle attività. Oggettivamente, entrambe le soluzioni appaiono abbastanza complesse da mettere in atto;
  • la garanzia contrattuale della programmazione. Con l’attuale impostazione, il contratto garantisce ai docenti della primaria un tempo certo e stabile destinato alla progettazione comune. Entrando nel computo delle 40+40 ore, la programmazione verrebbe ad essere inserita nello stesso gruppo delle sedute del collegio docenti, dei consigli di classe e di interclasse, della formazione ecc. Il rischio è evidente: la programmazione finirebbe per diventare una delle tante attività funzionali, perdendo quella continuità e quella autonomia che oggi il contratto tutela e che giustifica la presenza delle 2 ore.

Dunque, cosa si potrebbe fare?

Allo stato attuale, sempre a parere del sottoscritto, il modello delle 22 ore di insegnamento + 2 ore di programmazione risulta ancora oggi quello più funzionale. Più che intervenire sull’impianto orario, si potrebbe ragionare su una maggiore flessibilità nella gestione delle due ore di programmazione didattica, valorizzando pienamente gli strumenti già messi a disposizione dal contratto collettivo.

Da quanto emerge dal quesito del lettore, appare evidente che tali possibilità non siano ancora state sfruttate appieno, soprattutto pensando allo svolgimento a distanza delle sedute di programmazione, già consentito attraverso la regolamentazione interna dell’istituto. Anche la gestione plurisettimanale, opportunamente calibrata e coerente con le esigenze organizzative della scuola, potrebbe rappresentare una soluzione in grado di rendere più equilibrata l’organizzazione del lavoro dei docenti della primaria, senza sacrificare un momento fondamentale della funzione docente o disperderlo all’interno del più ampio contenitore delle attività funzionali all’insegnamento.

Va infatti ribadito che le due ore di programmazione non rappresentano soltanto un adempimento orario, ma costituiscono uno spazio destinato al confronto tra docenti, alla progettazione condivisa e alla costruzione di un percorso didattico unitario. L’obiettivo, pertanto, deve essere quello sì di gestirle in modo flessibile e, se vogliamo, “moderno”, ma bisogna preservare il valore della collegialità che questa specifica attività porta in dote in modo autonomo e già abbastanza strutturato.


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Rino Cimella

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