Funerali di Stato per Mladić, lo scrittore Vidojković: “La Serbia non si è mai dissociata dai crimini di guerra”


Ratko Mladić è morto ma l’eredità che ha lasciato gode di ottima salute. Per questo la decisione del governo serbo di dedicare al boia di Srebrenica i funerali di Stato, ben lungi dall’essere una sorpresa di cattivo gusto, rappresenta piuttosto il frutto sano di anni di politica serba votata al nazionalismo e al vittimismo.

In realtà, è anche un annuncio perfettamente in linea con una rodata tradizione belgradese: trasformare i propri fallimenti in celebrazioni utili a forgiare il senso di appartenenza, un vessillo da sventolare in risposta alle ingiustizie subite. Fu così nel 1389, anno della sconfitta contro i turchi, poi diventata festa nazionale. Ed è così oggi, nella strenua opposizione della Serbia all’indipendenza del Kosovo. I conflitti degli anni Novanta non fanno eccezione a questa dinamica, ed è così che i crimini compiuti non sono nefandezze per cui pagare, ma atti eroici da celebrare. Si tratta di una narrazione che può restare perlopiù sullo sfondo, silente, e che, tuttavia, nel momento di inciampo con un evento storico di grande impatto emotivo, deflagra in tutta la sua concretezza. Si trasforma negli striscioni della curva della Stella Rossa inneggianti a Mladić, nelle vie della città bosniaca di Zvornik riempite dai tanti scesi in strada ad omaggiarlo.

Decidere di opporsi a questa lettura della storia può costare caro, come dimostra e racconta Marko Vidojković, scrittore, attivista e giornalista serbo, da tre anni in esilio dopo una lunga serie di minacce di morte e campagne di delegittimazione legate alle sue posizioni politiche apertamente critiche nei confronti del governo di Aleksandar Vučić. “L’annuncio dei funerali di Stato non mi stupisce. Il governo di Belgrado non ha mai preso le distanze dai crimini di guerra di Mladić. E Vučić, con la sua propaganda e i suoi media, sta facendo tutto il possibile per relativizzare le atrocità e gli orrori degli anni Novanta. Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a una propaganda mediatica di regime senza sosta, volta a instillare l’idea di una Grande Serbia. Questa propaganda ha portato a un cambiamento nell’opinione pubblica nei confronti del passato. Non voglio dire che un tempo i serbi fossero critici nei confronti di Mladić, ma ora addirittura lo amano più che mai – spiega Vidojković –. Mladić viene trattato come un eroe da praticamente l’80% degli attori politici nel Paese, che si tratti del regime, dei movimenti studenteschi o dei partiti di opposizione. Molto raramente c’è una voce che osa dire che è un criminale di guerra e che deve essere trattato come tale”.

Nonostante le tante spaccature che in tempi recenti hanno messo a dura prova la tenuta del potere di Vučić e del suo entourage, scavare nelle memorie del passato è apparsa come la panacea per curare le ferite e ritrovare la minacciata integrità. Secondo Vidojković, trovare voci che si oppongano a questa dinamica è complicato. La percezione dei criminali di guerra come eroi è un fenomeno trasversale, che non risparmia nemmeno i giovani perché il lavoro di propaganda passa anche attraverso il sistema scolastico. “Sono stato giovane anche io, mi ricordo di quanto fosse potente la propaganda messa in piedi da Slobodan Milošević (presidente della Serbia durante le guerre degli anni Novanta e sotto cui Aleksandar Vučić è stato ministro dell’Informazione, ndr). All’epoca, eravamo tutti convinti che i serbi in Croazia e in Bosnia-Erzegovina stessero combattendo per la loro libertà e la loro sopravvivenza. Ma bastarono pochi anni, nonostante la scarsa libertà di informazione, per renderci conto di quanto stava davvero accadendo, di quale fosse la realtà delle cose. A maggior ragione ora. Chi vuole sapere davvero cosa è successo negli anni della dissoluzione della Jugoslavia ha modo di farlo senza fatica. Si tratta semplicemente di scegliere da che parte stare. E in Serbia, molti hanno scelto di stare dalla parte sbagliata”.

Oggi nel Paese balcanico “c’è una minoranza di persone coraggiose che sono in grave pericolo perché dicono ciò che pensano e perché sostengono che Ratko Mladić fosse un criminale di guerra. Io mi sono trasferito con l’aiuto di PEN International nel 2023, dal mio esilio continuo a criticare il governo, ma tutto quello che dico viene ancora oggi estrapolato dal contesto e usato contro di me dalla propaganda del regime”.

Se si osserva la linea temporale della politica del Paese degli ultimi 40 anni, secondo Vidojković poco è cambiato, e poche sono le speranze per credere che qualcosa cambierà. Non fa eccezione la breve parentesi rappresentata da Zoran Đinđić, primo ministro democraticamente eletto nel 2001 dopo la caduta di Milošević, assassinato solo due anni dopo mentre portava avanti un difficile processo di riforme e di rottura con il precedente regime. “Vučić nel 2012 è salito al potere presentandosi come un politico pro-europeo, nonostante fosse chiaro a tutti che fosse un nazionalista, nonostante fosse lo stesso uomo che nel 1995 minacciò di uccidere 100 musulmani per ogni soldato serbo ucciso, che si vantò di essersi ubriacato per la prima volta in vita sua quando Đinđić fu ucciso, che attaccò un adesivo con la scritta ‘Bulevar Ratko Mladić’ sopra il cartello stradale ‘Bulevar Zoran Đinđić’, durante una protesta del Partito Radicale Serbo a Novi Beograd nel 2007. Il presidente ha sfruttato un nazionalismo che era già radicato nella società e l’ha rafforzato. Non so dove sia lo spazio per essere sorpresi, a questo punto”.

Putin e il Cremlino sono interessati a destabilizzare la regione e la Serbia è il loro principale agente di destabilizzazione. Vediamo questa dinamica in Montenegro, in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo e nella stessa Serbia – conclude Vidojković –. Anche se ci fosse un cambio di regime, non credo che la narrazione pubblica adottata da tutte le forze dello spettro politico cambierebbe: la narrazione nazionalista è ormai profondamente radicata e, in un certo senso, è come se avessimo ancora il regime di Milošević senza Milošević”.


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Linda Caglioni

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