Tra le 5960 segnalazioni che Uncem (Unione Nazionale Comunità Montane) ha ricevuto negli ultimi due anni, per mappare le aree del Paese dove manca il segnale telefonico (per i nostri cellulari), ovvero dove uno o più operatori non hanno segnale, una ventina sono di zone del Comune di Monterosso Grana. Altre dodici sono di ulteriori pezzi di Valle Grana. È evidente: la situazione è critica e anche i Sindaci hanno trasmesso negli ultimi mesi sul form di Uncem delle segnalazioni (per tutte e tutti qui il link: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSffSF7AfoeehyhuRU0CswBgofADsJHp4W-9K2feULSbnTv9Qg/viewform?usp=header).
Hanno ragione a essere arrabbiati – pensiamo alla Sindaca di Briga Alta, durissima, giustamente -: le mappature dal basso (non sono questionarietti, sondaggini o perdite di tempo) servono per generare soluzioni, investimenti, opportunità. Servono a risolvere i problemi. Servono come atto, azione politica.
Semplice e comunitaria
Ripartiamo dai fondamentali. Comunità che indaga, studia, mappa, sceglie le geografie, spinge alla decisione, si mobilita. Belle cose, utili! Il nostro “questionario”, se così si può definire, è l’unico nel suo genere in Italia. Alla prima mappatura nel 2019 avevamo ricevuto 1500 segnalazioni. Ora il report, che Uncem presenterà a fine settembre, arriva a quasi 6000 segnalazioni da tutt’Italia. Nessuno aveva mai fatto una operazione simile.
Infratel, società del MEF, dello Stato, ha chiesto agli Operatori di telefonia di dire dove non investiranno nel prossimo futuro. Noi facciamo una cosa diversa: la mappatura è per tutti: Operatori, Regioni, Parlamento, Governo, Dipartimenti ministeriali. Tutti gli interlocutori. A tutti diciamo: cambiamo paradigma. Già oggi, due Regioni hanno scelto di guardare alla mappatura Uncem fin qui realizzata per investire risorse sui tralicci.
Per capire dove. Piemonte ed Emilia Romagna
Piemonte (con 4 milioni di euro di Fondo Montagna nazionale, trasferito alle Regioni) ed Emilia-Romagna (in accordo con l’in house Lepida e Uncem stessa). Altre Regioni dovranno procedere di conseguenza. E non è semplice il percorso, chiariamolo: non possono essere i Comuni o le Regioni stesse a fare i tralicci e i ripetitori dove vogliono. Non a caso la Regione Piemonte – e ringraziamo l’Assessore Gallo, con il Dirigente del Settore Montagna Caon – ha chiesto supporto a Infratel. Perché sono loro, lo Stato, a dire dove si può o meno destinare un finanziamento pubblico per fare un traliccio. Saranno poi gli Operatori, non sempre convinti, a dover mettere il ripetitore, 4,5 o 5G.
Per chiarire ulteriormente. Il segnale mobile è un diritto di cittadinanza
Nell’analisi “dal basso” Uncem sono aumentate le segnalazioni (tutti possono contribuire, anche i Sindaci più arrabbiati), è peggiorato il segnale. Anche nelle aree urbane, in città. Il segnale per la telefonia mobile in montagna è un diritto di cittadinanza, ovvero sicurezza, garanzia, opportunità. Vale per territori abitati, come per aree dense di foreste e pascoli. Per questo abbiamo detto ad AGCOM che negli ampliamenti della rete che gli operatori dovranno fare nel 2029 paralleli alla riassegnazione delle frequenze, anche premialità per questo, non basta coprire i Comuni turistici. Definirli, come erroneamente hanno fatto alcuni Ministeri, è pure ridicolo per un Paese policentrico come l’Italia. Il segnale telefonico oggi manca in troppe aree. Gli operatori non hanno più investito. Dicono che i margini per fare nuovi investimenti sono troppo bassi. Una cosa è certa. Le coperture ci devono essere. Dove non ci sono, il “neopopolamento”, la migrazione che tutti vogliamo incoraggiare verso le aree montane, per non lasciare pezzi di territorio in abbandono, non ci saranno. Almeno telefonare, mandare un messaggio, avere accesso a internet. Non ci sembrano richieste difficili…
No copertura a macchia di leopardo
Se si investirà con nuovi ripetitori e trasmettitori di segnale 5G o 6G solo nei Comuni turistici, anche fossero della montagna cuneese, rischiamo un Paese o delle valli a macchia di leopardo. A te si, a te no. Anche tra vicini, si alimenterebbero sperequazioni. Verrebbe meno la logica sussidiaria orizzontale, peraltro molto spesso con bandi statali e regionali tralasciata e tradita. Che invece ha fatto la storia della montagna italiana con le Comunità montane, con il lavoro insieme dei Comuni dagli anni ’50. Una valle completa, orografica, geograficamente insieme. Si investe da fondovalle alla cima. Anche per dare segnali, infrastrutture di rete, come per dare strade ed energia elettrica negli anni ’60. Il principio è il medesimo. Non Comuni da soli destinatari di qualche palo o traliccio. Bensì programmazione territoriale sovracomunale, come non è stato per la banda ultralarga.
Coperture delle valli siano omogenee
Sui segnali mobili, le infrastrutture di rete, i tralicci e i pali, si mettono sui versanti. Che per 4,5G, 5G o 6G, devono garantire coperture omogenee delle valli intere. Non guardiamo poi solo ai turisti. L’intenzione di fare investimenti nei Comuni solo turistici è errata anche culturalmente. Ma davvero prevalgono i flussi turistici rispetto alle comunità che lì vivono tutto l’anno? Davvero guardiamo a chi arriva dalle aree urbane e pure negli investimenti sulle reti proviamo a dargli gli stessi servizi che ha in piazza San Carlo o in piazza San Babila? Cambiamo paradigma, non sbagliamoci: partiamo dalle comunità presenti, chi ci vive, chi ci lavora, e pure i turisti, coloro che arrivano per periodi più o meno lunghi dell’anno. Le comunità della montagna sono melting pot, articolate, vissute. Ma non sono solo turisti ai quali rivolgere attenzioni e, giusto perché ci sono, degli investimenti per farli star bene. Usciamo da questa logica fordista e illusoria. I territori non sono questo. Le comunità e i loro destini sono molto più articolati. Evitiamo pure ingiustizie sociali e nuove disuguaglianze. Non per farla troppo alta o complessa, bensì per essere realisti, antropologicamente ben orientati.
Ripetiamo come Uncem, con i Sindaci:
1. I Comuni non possono fare da soli, tantomeno per affrontare compiutamente il digital divide, delle reti mobili. edi quelle fisse.
2. La “concretezza” che tanto viene chiesta va declinata con tutti i livelli istituzionali, compresi quelli europei. Piaccia o no. La questione è complessa e serve analisi della complessità. Il digitale non è semplificabile.
3. Gli Operatori privati della telefonia, delle reti, devono indubbiamente fare la loro parte. Siamo ancora più chiari, e pure arrabbiati: perché nella legge nazionale sulla montagna, la 131 del 2025, gli Operatori si sono fatti togliere un articolo che era chiarissimo: I contratti di programma relativi alle concessioni della rete stradale e ferroviaria nazionale prevedono interventi sulle infrastrutture di riserva competenza atti a garantire la continuità dei servizi di telefonia mobile e delle connessioni digitali, in assenza di analoghi interventi già oggetto di finanziamento pubblico, fermo restando che i connessi oneri sono posti a carico dei gestori delle infrastrutture di telefonia mobile e di connessione digitale. Abbiamo perso. Perché a qualcuno piace che i Comuni siano divisi, che siano infragiliti nelle solitudini, nel pensare che da soli fanno tutto quello che serve. Follia.
La lobby degli Operatori privati, forte e chiara, ha fatto in modo venisse tolto. Gli Operatori di telefonia non hanno accettato un patto che, come Uncem ha sempre detto, prevede anche che il pubblico faccia una parte decisiva nelle aree “a domanda debole”. Così come è stato – nel principio politico – per la rete a banda ultralarga, nonostante gli errori nell’attuazione, che paghiamo ancora oggi. Ricordo che Emilia-Romagna e Piemonte hanno deciso di investire risorse economiche del fondo montagna e dei fondi UE per la coesione per realizzare nuovi tralicci nei Comuni senza segnale. Sui quali poi gli Operatori installano ripetitori – avendo però risparmiato costi per i pali e per le autorizzazioni.
Un buon modello
Così occorre fare con la Strategia “Right to Stay” che Foti e Fitto, con la Commissione UE, stanno impostando. Per dire che gli investimenti sulle reti, sui pali, non fanno danni a paesaggio e ambiente – superiamo anche questa assurda logica passatista – bensì diventano veicolo di comunità presenti e vive, neopopolamento, con nuovi servizi per i cittadini (pensiamo anche a telemedicina e teleassistenza) nonché per l’ambiente (pensiamo al monitoraggio e alla sensoristica). Senza reti, restiamo sconnessi. E senza connessioni, anche i rapporti tra sistemi rurali, montani e città, vengono meno.
Mappatura Uncem atto politico
Da ultimo, una cosa ancora: la mappatura Uncem non è un gioco o un diversivo. È un atto politico. E le tante segnalazioni delle valli cuneesi, saluzzesi, monregalesi, di tutte le Alpo, i messaggi dei Sindaci e dei Cittadini, delle Associazioni, richiedono forte mobilitazione. Alziamo l’asticella, in tutte le sedi. I 4 milioni di euro che il Piemonte andrà a investire sono un modello. Un primo strumento utile. Non fermiamoci. La mappatura dice che possiamo ottenere di più. Senza stare in silenzio, senza stare da soli, senza pensare che nelle solitudini possiamo agire meglio, con concretezza, con spesa e investimenti. Mai da soli. Come ci ha insegnato Lido Riba. Insieme. Nel NOI. Anche per “vederci nuovi”, oltre litigi, giudizi, fragilità. Politica alta con obiettivi precisi, visione e operosità. Ne abbiamo bisogno.
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Paolo Anastasio
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