Anche dalla propaganda.
Mi ha alquanto colpito (ma non stupito) un grafico pubblicato da BiDiMedia sul voto alle elezioni europee del 2024 in base al titolo di studio. Trattasi di una elaborazione di dati CISE-Luiss ricavati dal sondaggio pre-elettorale CISE Telescope e successivamente riponderati per riflettere i risultati effettivi del voto.

In sintesi: quelli che hanno studiato meno votano molto più a destra (56% contro 37%), mentre quelli che hanno studiato di più votano molto più a sinistra (62% contro 27%).
Fratelli d’Italia ottiene i consensi maggiori tra gli elettori che si sono fermati prima nel percorso di studi (32%, contro il 20% tra i laureati); il Partito Democratico mostra invece la tendenza opposta, con il 35% tra i laureati e il 18% tra chi ha interrotto prima gli studi.
Certo, è ovvio che stiamo parlando dei risultati di un sondaggio, non del censimento degli elettori italiani. Ma il dato non nasce dal nulla: sono gli stessi istituti di ricerca a rilevare una sostanziale continuità con analisi precedenti, e una tendenza degli elettori più istruiti verso sinistra e centro e di quelli meno istruiti verso destra.
A questo punto la tentazione della battuta è forte. Ho sempre pensato che per votare una destra come quella che governa oggi l’Italia servisse una certa dose di incoscienza; adesso qualcuno potrebbe concludere che basti aver studiato poco.
Non sto certo affermando che aver studiato meno significhi essere ignoranti o stupidi, così come essere laureati non dice assolutamente nulla sull’intelligenza, la professionalità o l’onestà intellettuale! Sarebbe tuttavia sciocco fare finta che quei numeri non dicano nulla.
La spiegazione più comoda, che si sente ripetere spesso a destra, è che scuola e università sarebbero «di sinistra»: professori progressisti, egemonia culturale, studenti sottoposti per anni a una sorta di indottrinamento. Francamente, mi pare una spiegazione piuttosto debole.
Se chi studia (e si informa) di più tende a “non votare a destra” non vuol dire affatto che la scuola «converta» gli studenti. Significa invece acquisire conoscenze e strumenti linguistici, avere maggiore dimestichezza con testi e ragionamenti complessi, confrontarsi con fonti diverse, imparare a distinguere un dato da un’opinione, un singolo caso da un fenomeno generale, una correlazione da una causa. Vuol dire anche entrare in contatto con ambienti sociali differenti, conoscere persone con storie, provenienze e idee diverse, confrontarsi con interpretazioni differenti della realtà.
È evidente che la scuola e l’università possano cambiare (a parer mio: migliorare) una persona. Trascorrere anni studiando, leggendo, discutendo, verificando ipotesi e confrontandosi con idee diverse lascia inevitabilmente un segno o avvia una evoluzione. E questo è esattamente il significato e il senso di “educare, istruire”.
Studiare significa anche prendere maggiore confidenza con la complessità: comprendere che molti fenomeni non hanno una sola causa, che una statistica senza contesto può essere fuorviante, che una fonte non vale l’altra, che avere dubbi o riconoscere un margine di incertezza non significa essere incapaci di comprendere.
Una persona molto istruita può tranquillamente essere (rimanere o diventare) conservatrice, nazionalista, liberale, autoritaria. Può credere a informazioni false come chiunque altro. Può perfino utilizzare le proprie capacità argomentative per difendere meglio convinzioni che possedeva già. È uno dei fenomeni che la psicologia politica studia attraverso il cosiddetto motivated reasoning: non sempre ragioniamo per verificare se ciò che crediamo sia vero; a volte ragioniamo per trovare argomenti che ci consentano di continuare a credere ciò che vogliamo credere. E questo, naturalmente, riguarda tanto la destra quanto la sinistra.
Resta però un fatto: il divario educativo nel voto alla destra radicale è ben documentato. In Europa si osserva una relazione piuttosto solida tra un percorso di studi più breve e un maggiore sostegno alla destra radicale populista; relazione che non si presenta nello stesso modo nel populismo di sinistra. Una parte importante della spiegazione sembra riguardare soprattutto la componente nativista della destra radicale: identità nazionale, immigrazione, confini, opposizione al cosmopolitismo (Rooduijn, 2024).
La differenza, quindi, non è banalmente tra «persone colte» e «persone ignoranti». È anche una differenza nel modo di rapportarsi ai cambiamenti sociali e culturali del nostro tempo.
Ed è interessante non solo tener conto di “quanto si studia”, ma anche di “che cosa si studia”. Una recente ricerca condotta in 15 Paesi europei (Hooghe, Marks e Kamphorst, 2025) ha rilevato una relazione significativa tra il campo di studi e l’orientamento politico.
A mio avviso, c’è una cosa che emerge con sufficiente chiarezza: l’elettorato di destra è mediamente più manipolabile.
Il motivo è che una consistente parte di quell’elettorato si è fermata prima nel percorso di studi e ha avuto, mediamente, meno occasioni di acquisire ed esercitare alcuni strumenti culturali e critici utili a orientarsi nella complessità dell’informazione. Ciò spiega perché diverse ricerche mostrano, in determinati contesti, una maggiore vulnerabilità dell’elettorato conservatore alla disinformazione, alle credenze cospirazioniste e alle fake-news.
Naturalmente «manipolabile» è una parola molto ampia, ma possiamo tradurla in fenomeni concreti e misurabili: capacità di distinguere una notizia vera da una falsa, alfabetizzazione digitale e mediatica (media literacy), pensiero analitico, capacità di valutare una fonte, disponibilità ad accettare una correzione da parte altrui…
Una analisi del 2024 (Sultan et al.), basata su 31 esperimenti e oltre 11.000 partecipanti statunitensi, ha rilevato che chi possiede maggiori capacità di ragionamento analitico riesce mediamente a riconoscere meglio quali notizie sono vere e quali false. Nello stesso insieme di studi, anche gli elettori che si identificavano con il Partito Democratico americano distinguevano mediamente meglio le notizie vere da quelle false rispetto a quelli che si identificavano con il Partito Repubblicano.
Significa, senza dubbio, che determinati settori dell’elettorato conservatore sono più vulnerabili alla disinformazione. La stessa ricerca ci ribadisce, peraltro, che siamo tutti più vulnerabili quando un’informazione conferma ciò che già pensiamo. In sostanza, tendiamo a essere più severi con le notizie che mettono in discussione le nostre convinzioni e più indulgenti con quelle che le confermano. E questo vale anche a sinistra.
Un recentissimo esperimento condotto in Italia su 1.984 persone ha utilizzato false affermazioni provenienti da politici di Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle (Quaranta e Arrigoni, 2026). Quando l’affermazione falsa proveniva da un politico verso il quale il partecipante provava simpatia, aumentava la resistenza perfino alla successiva correzione da parte di fonti accademiche, ufficiali o di fact-checking. Conta quindi “chi lo dice”, e da che parte stiamo noi.
Sempre in Italia esistono altre ricerche che collegano voto populista e autoritarismo di destra. Anche qui occorre essere precisi: «populista» non significa automaticamente «di destra». In Italia il populismo “ne ha viste di tutti i colori” (vogliamo parlare di Renzi, di Grillo, di Craxi?).
Uno studio sulle elezioni del 2018 ha sfruttato la particolare situazione linguistica del Trentino-Alto Adige/Südtirol per confrontare gruppi diversamente esposti alle fake news. Gli elettori italofoni risultano maggiormente esposti rispetto a quelli germanofoni. E lo studio ha rilevato che una maggiore esposizione alla disinformazione favorisce il voto ai partiti populisti anche tra persone che prima non li sostenevano, pur precisando che le fake news, da sole, non spiegano la crescita del populismo (Cantarella, Fraccaroli e Volpe, 2023).
Quindi la disinformazione non è semplicemente “rumore sui social”. Può anzi incidere concretamente sul voto. La cultura e l’istruzione non ci rendono automaticamente migliori e non ci rendono immuni alla propaganda e ai pregiudizi. Ma ci danno strumenti indispensabili per verificare, confrontare, dubitare o cambiare idea.
Per questo difendere e valorizzare la Scuola pubblica e l’Università pubblica significa difendere l’accesso alla conoscenza; difendere e valorizzare la libertà di informazione significa garantire il confronto tra fonti e punti di vista diversi; difendere e valorizzare la Ricerca scientifica indipendente significa sottrarre dati, metodo e verifica alle convenienze politiche ed economiche. E oggi, a mio avviso, tutti questi presìdi sono sotto attacco da parte delle destre e, nello specifico caso italiano, del Governo Meloni. Difenderli significa quindi difendere gli strumenti che rendono una società, un Paese, meno esposto alla propaganda e al lobbismo, e i Cittadini più liberi di formarsi un’opinione propria.

Matteo Orlando
animatore culturale e tutor didattico

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FONTI: CISE-Luiss – Chi ha votato chi? Gruppi sociali e voto; Oxford Academic – The Education Divide and Support for Populists; Cambridge Core – Field of Education and Political Behavior; PubMed – Susceptibility to online misinformation; Cambridge Core – Politicians’ misinformation, its correction, and partisanship in Italy; PubMed – Conspirace y beliefs of Italian voters for populist parties; ScienceDirect – Does fake news affect voting behaviour?; Scientific Reports – Political orientation and political knowledge in 45 nations.
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