Eleonora Della Penna: «Torno in politica a modo mio, da moderata di centro»


 Il suo mandato provinciale si è svolto nel periodo di trasformazione delle Province introdotto dalla riforma Delrio e guidando le dinamiche di una provincia complessa ma con poteri limitati, alla luce della sua esperienza ritiene che la Provincia debba allargare le sue funzioni per avere più agibilità sui territori?

«Credo che le province italiane debbano ritrovare la loro storica dignità istituzionale di Enti locali di primo grado con piena rappresentanza politica diretta, recuperare funzioni e competenze amministrative e soprattutto avere un Presidente e un Consiglio provinciale eletto dai cittadini. Governare oggi una provincia come la nostra, complessa e variegata, richiede più che mai un Ente Provinciale snello ma efficace, capace di intervenire dove i Comuni fanno fatica e le Regioni non arrivano. La Provincia di Latina è una Ferrari parcheggiata in garage: se ci ridanno le chiavi, ripartiamo in 10 secondi netti!».

A suo avviso, cosa manca oggi alla provincia di Latina per superare la logica dell’emergenza e degli interventi frammentari e per dotarsi finalmente di una visione strategica condivisa, capace di orientare le scelte dei prossimi anni?
«Manca innanzitutto la capacità di ragionare davvero come territorio provinciale e non come la somma di trentatré Comuni che troppo spesso procedono ciascuno per conto proprio. Le esigenze di Latina, dei Lepini, del nord della provincia e del sud pontino sono diverse, ma il futuro di questi territori è inevitabilmente legato. E anche i risultati lo sono: se pensiamo alle città del sud della provincia Formia, Gaeta, Fondi,Sperlonga hanno trovato una chiave per emergere in alcuni settori strategici e fanno sistema tra loro. Al Nord dovremmo fare altrettanto. Basterebbe iniziare con Aprilia, Cisterna e Latina e poi tutti i comuni limitrofi più piccoli avrebbero un modello a cui aggregarsi. La verità è che servirebbe una vera programmazione globale capace di mettere intorno allo stesso tavolo Comuni, Provincia, Regione, imprese, associazioni di categoria, università e parti sociali e stabilire poche priorità sulle quali concentrare risorse e progettualità, valorizzando anche nuove energie, penso ai giovani e alle donne. Non possiamo affrontare i problemi solo quando diventano emergenze. Serve una programmazione decennale su infrastrutture, sviluppo, servizi, ambiente e turismo. Dobbiamo smettere di pensare che fare programmazione significhi produrre documenti da mettere in un cassetto. La politica deve scegliere poche priorità chiare e sostenibili e avere la capacità di portarle fino in fondo».
Le parole della politica in questa provincia da sempre sono identità, territorio e valorizzazione delle radici, quanto rischiano di diventare parole vuote se non vengono tradotte in un vero progetto di sviluppo futuro per la provincia?
«Il rischio esiste eccome. Identità e radici hanno valore se diventano strumenti per costruire il futuro, altrimenti rimangono parole bellissime da utilizzare nei convegni e nelle campagne elettorali. Questa provincia ha una straordinaria ricchezza di risorse e una posizione strategica tra Roma e il Mezzogiorno: agricoltura, mare, borghi, patrimonio storico, imprese e cultura vanno messi a sistema in un unico progetto di sviluppo. Io partirei da tre parole: rigenerazione urbana, turismo e agricoltura sostenibile. Rigenerare i nostri centri senza snaturarli, costruire un’offerta turistica capace di collegare costa, borghi, Appia, patrimonio archeologico ed enogastronomia e accompagnare l’agricoltura verso innovazione e sostenibilità. Le nostre radici non devono diventare una fotografia in bianco e nero da contemplare con nostalgia ma il punto di partenza per creare lavoro, impresa e opportunità, soprattutto per i giovani. Altrimenti rischiamo di celebrare il passato mentre i nostri ragazzi costruiscono il futuro altrove».
Se domani avesse la possibilità di incidere sulle principali scelte strategiche della provincia di Latina, quali sono le tre priorità sulle quali investirebbe?
«Non ho dubbi: la Bretella Cisterna – Valmontone, l’autostrada Roma-Latina e il bypass di Formia oltre che il ripristino della linea ferroviaria Priverno – Terracina per la vitalità economica, agricola e turistica di tutti i territori di questa provincia. Una viabilità più veloce e sicura, darebbe un grande slancio non solo ai settori produttivi ma alla stessa qualità della vita dei residenti».
Lei è nel comitato tecnico scientifico della Fondazione per il centenario Latina 2032, ha avuto modo di capire come lavorerete e che impronta va data a questo organismo perché sia efficace?
«Purtroppo no, i lavori non sono ancora iniziati ma auspico che la cosa accadrà presto. Di certo, essendo un organismo collegiale con professionalità e competenze diverse sarà fondamentale creare un gruppo di lavoro coeso, operativo e collaborativo nella formulazione di proposte concrete, realizzabili e soprattutto finanziabili nel solco della storia di Latina, ma con uno sguardo al futuro. Io sono onorata di far parte del Comitato Scientifico e sono pronta a dare il mio contributo quando avremmo l’occasione di farlo. Poi credo che la Città di Latina tramite la Fondazione, debba auspicare a ricoprire fattivamente il ruolo di capoluogo, fare da traino e coinvolgere tutti quei Comuni della provincia che vorranno far parte di questo grande laboratorio di idee».
 Lei ha formalmente aderito a Forza Italia, cosa l’ha portata a fare questa scelta?
«Eh si! Chi l’avrebbe mai detto! (ride ndr) Su alcune cose sono molto istintiva e sentivo di essere di nuovo pronta a far rientrare l’impegno politico nella mia vita di mamma, avvocato e moglie… sì, rigorosamente in quest’ordine! (ride di nuovo! ndr) e un giorno, durante un confronto con un’amica appassionata di politica ed impegnata in prima linea, oggi più di me, abbiamo iniziato un ragionamento di identità ed appartenenza. Io sono stata sempre una moderata di centro che fa del dialogo e della moderazione la mia matrice e mi è venuto naturale contattare qualche vecchio amico di Forza Italia e sondare il terreno su una eventuale adesione da parte mia. Sono stata accolta con entusiasmo ed affetto da tutti e spero di poter ricambiare presto la fiducia ricevuta. Sono legata a molti amministratori storici di Forza Italia da un rapporto di stima che si è consolidato quando eravamo su schieramenti opposti. E’ lì che capisci veramente il valore delle persone».
Dopo anni di divisioni, il centrodestra in provincia di Latina viaggia unito attorno alla figura di Federico Carnevale. Secondo lei questa ritrovata compattezza nasce da una reale convergenza sui temi oppure è soprattutto una necessità politica in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?
«Io credo che ad oggi in Provincia esista una reale e naturale convergenza sui temi in seno al centro destra ed il Presidente Carnevale merita il sostegno di tutti a prescindere dalle strategie o ordini di scuderia. E’ un uomo moderato, istituzionale, che sa ascoltare e conosce benissimo le dinamiche e i tranelli della politica e soprattutto è sindaco da tanti anni, che è un merito indiscusso, e questa valutazione l’avranno fatta pure i referenti provinciali dei partiti che lo sostengono. Non posso essere io l’interprete di accordi a cui non ho partecipato, ma credo che mantenere unito il centrodestra sia un’opportunità da non sprecare per mere velleità personali del personaggio di turno come è capitato in passato. La differenza la fanno le persone che siedono ai tavoli delle trattative e la loro capacità di trattare, discutere o cedere per il bene di tutti. Bisogna allontanarsi dall’idea malsana che in politica è più forte chi riscuote sempre e subito. A volte avanzare dei crediti dall’alleato è un grande vantaggio strategico».
C’è molto interesse e forza attrattiva almeno sulla carta per la proposta di Vannacci. Quale è il suo pensiero su questa realtà e sulle derive della destra.
«Esiste una regola non scritta: parlare degli altri rischia di fare propaganda per loro. Non condivido né contenuti né modi, ma è evidente che parlare alla pancia delle persone, facendo leva sulle paure, porti facilmente consensi. La vera domanda, però, è: perché i partiti di governo non hanno saputo intercettare per tempo i sentimenti del Paese ed evitare certe derive populiste? La politica deve tornare tra le persone, ascoltare, raccogliere le istanze e farsene carico. Per farlo deve uscire dai palazzi e avere il coraggio di superare le liste bloccate. Serve autocritica, soprattutto davanti a fenomeni che ciclicamente si ripetono, ora a destra ora a sinistra. La buona politica rassicura, non spaventa. E chi oggi sale su quel treno andrebbe distinto tra chi lo fa per sincera condivisione e chi per puro opportunismo, alla ricerca di uno scranno. In entrambi i casi, faccio fatica a considerarli nostri alleati».
E’ stata eletta sindaca di Cisterna di Latina a 31 anni, diventando la prima donna e, all’epoca, la più giovane sindaca nella storia della città. Consiglierebbe a una donna di entrare in politica?
«Diventare sindaco della propria città è il più grande onore a cui chi ama la politica possa aspirare, e di questo sono ancora grata ai tanti elettori che allora scelsero di sostenermi. Allo stesso modo, essere sindaco è l’ambizione, spesso neanche troppo celata, di molti di coloro che ricoprono un ruolo nella vita politica della propria città. Se lo negano, nell’ 80% dei casi, stanno mentendo! (Ride di nuovo!ndr) Consiglierei certamente ad una donna di impegnarsi in politica e di battersi per le proprie idee, ma le consiglierei di pensarci mille volte prima di candidarsi alla carica di Sindaco. E’ il ruolo più affascinante, formativo e riconosciuto nel panorama degli Enti Locali, ma è anche il più insidioso e, a tratti, frustrante, soprattutto per una donna. Conosce una donna, intellettualmente onesta, che se si mette in testa di fare una cosa e non ci riesce, e in un’amministrazione potrebbero essere mille le cause per non fare centro, accetta il mancato raggiungimento dell’obiettivo senza un profondo e logorante “senso di colpa”? Io, no».
Lei ha vissuto la politica da donna in una fase in cui la presenza femminile nei ruoli di vertice era ancora tutt’altro che scontata. Oggi i tempi sono cambiati, ma pregiudizi e stereotipi sembrano non essere del tutto superati: secondo lei, il problema è ancora una cultura politica costruita prevalentemente dagli uomini oppure anche le donne devono fare un passo in più per conquistare e rivendicare pienamente questi spazi?
«Ancora oggi la presenza femminile nei ruoli di vertice è molto meno frequente di quanto dovrebbe e sarebbe sbagliato sostenere che il problema sia ormai superato. Le quote di genere sono state uno strumento necessario e importante perché hanno obbligato un sistema, costruito per decenni prevalentemente dagli uomini, ad aprire spazi che probabilmente da solo avrebbe aperto molto più lentamente. Ma dopo aver aperto la porta bisogna anche attraversarla! E qui credo che una parte della responsabilità sia anche nostra. Le donne devono avere più coraggio nel rivendicare ruoli, nel proporsi, nel costruire reti e soprattutto nel non aspettare che qualcuno decida che sia arrivato il loro turno. Un uomo spesso si sente pronto per un incarico prima ancora che glielo abbiano proposto; una donna, invece, riesce a chiedersi fino all’ultimo momento se sia abbastanza preparata. È il problema dell’ ambizione femminile silenziosa: una donna può essere ambiziosa ma non deve peccare di protagonismo. Il concetto è che se vuoi essere ambiziosa devi farlo in silenzio e restare umile… Invece l’ambizione è un valore ti spinge al miglioramento di te stesso, al raggiungimento degli obiettivi alla soddisfazione personale. Resta però un problema culturale: ad una donna che esercita leadership vengono ancora attribuiti aggettivi e sfumature che difficilmente vengono utilizzati per un uomo con la stessa attitudine. E soprattutto sulle donne continua a pesare molto più fortemente il tentativo di conciliare famiglia, lavoro e impegno pubblico. La vera parità arriverà quando una donna al vertice non farà più notizia semplicemente perché è una donna».
Le domande supplementari
A proposito di donne, come valuta l’operato di Matilde Celentano?
«Matilde sta svolgendo uno dei mestieri più difficili che esistano fare il sindaco, per di più di un capoluogo complesso come Latina. E credo che questo vada riconosciuto prima ancora di entrare nel merito delle singole scelte. Le riconosco serietà, determinazione e una grande capacità di lavoro ed equilibrio. Naturalmente amministrare significa anche esporsi alle critiche e non credo nelle amministrazioni perfette. Ci sono questioni sulle quali Latina deve accelerare e altre sulle quali probabilmente farei scelte diverse, perché è normale che sia così. Vivendo Latina quotidianamente penso alla gestione dei rifiuti, al decoro urbano, alla Marina: è necessario agire ora. Ma vedere una donna guidare Latina non è soltanto simbolico, è particolarmente significativo perchè contribuisce a rendere normale, soprattutto agli occhi delle ragazze più giovani, l’idea che una donna possa occupare il massimo ruolo politico della città senza dover chiedere il permesso a nessuno. Poi, come per qualsiasi sindaco, alla fine saranno i risultati a parlare ed il corpo elettorale rimane sovrano solo che vorrei che le donne sindaco fossero giudicate con lo stesso metro degli uomini, senza sconti ma anche senza pregiudizi».
Quanto si è sentita cambiata dalla politica e c’è una scelta in quegli anni che non rifarebbe, e cosa invece rifarebbe allo stesso identico modo?
«La politica mi ha forgiata: nei successi e nelle delusioni ed è proprio vero quello che non uccide, fortifica. Oggi sarei molto più convinta del mio ruolo e dell’autorevolezza che si portava dietro. Risceglierei i miei collaboratori, politici ed amministrativi, e i dirigenti sia in Comune che in Provincia. Farei certamente scelte diverse per la giunta e seguirei il mio istinto bypassando la regole delle liste».


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