Europa, partecipazione, comunità locali, aree interne e nuove forme di cittadinanza sono stati al centro di “Costruiamo l’Europa di domani”, evento finale del progetto Erasmus+ YES I AM, che si è svolto sabato scorso a Roma presso Esperienza Europa – David Sassoli. L’incontro, organizzato dal Think Tank Give Back Giovani Aree Interne in collaborazione con la cattedra Jean Monnet Com4T.EU (Communicating for Transitions in Europe) dell’Università di Torino, ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e locali, università, associazioni, studiosi e giovani impegnati nei territori, con l’obiettivo di approfondire il rapporto tra Europa e comunità locali e discutere delle prospettive di partecipazione, sviluppo e rigenerazione delle aree interne.
Nel corso dell’appuntamento è stato presentato l’Handbook “YES WE ARE! Teorie e pratiche dalle aree interne”, e tra i contributi presenti nella pubblicazione anche quello della sannita Maria Beatrice Fucci, Responsabile Ricerca di Futuridea, con il testo “Semi di futuro nei solchi dell’abbandono”.
Nel suo intervento a Roma, Fucci ha sottolineato la necessità di superare una lettura delle aree interne fondata esclusivamente su indicatori demografici e sulla contrapposizione tra centro e periferia, per riconoscere invece il valore produttivo, sociale e trasformativo di questi territori.
“Il mio contributo all’Handbook nasce proprio dall’intreccio tra i miei due ambiti di lavoro: la ricerca e il contatto quotidiano con il territorio e con le persone che in quel territorio vogliono restare. Il punto di partenza è semplice: è necessario sostenere nuove attività produttive, tante e fortemente connesse alle risorse, alle potenzialità e ai bisogni delle comunità. Attività capaci di rivitalizzare il tessuto socio-economico delle aree interne con un effetto moltiplicatore superiore alla loro semplice somma. Quando parliamo di aree interne – ha proseguito Fucci – troppo spesso parliamo soprattutto di numeri: percentuali di territorio, popolazione che diminuisce, distanza dai servizi essenziali. Ma dietro quei numeri ci sono territori che attraversano tutta la penisola, dall’Arco alpino alla dorsale appenninica fino ai rilievi delle isole. Territori che uniscono l’Italia e che non possono essere considerati semplicemente marginali. Se continuiamo a definirli tali, il rischio è che su di essi non si investa, alimentando una spinta migratoria che appare sempre più come una scelta obbligata anziché come un’opportunità”.
Per la Responsabile Ricerca di Futuridea, la sfida passa soprattutto dalla capacità trasformativa delle comunità e dei giovani. “Sono soprattutto i giovani ad avere il vero potere trasformativo e dobbiamo creare le condizioni perché possano scegliere di restare o di rientrare. Servono strategie di sviluppo locale capaci di produrre cambiamenti duraturi, reali e misurabili. E per farlo bisogna partire dall’ascolto dei bisogni specifici delle comunità e dei territori, migliorando anche la collaborazione tra attori pubblici e privati. Oggi, nella maggior parte dei casi, le politiche rivolte alle aree interne non sono sufficientemente conosciute e condivise dalle comunità che dovrebbero beneficiarne”.
Da qui la domanda centrale: come trasformare un territorio da luogo di partenza a luogo di possibilità?
“Restare e rientrare diventano scelte realmente possibili – ha spiegato Fucci – solo quando un territorio riesce a valorizzare tutte le proprie risorse: quelle evidenti e quelle nascoste, quelle già attive e quelle che attendono di essere valorizzate. E per valorizzare le risorse servono idee. Il centro, allora, non è necessariamente geografico: è generativo. È il luogo in cui le persone si connettono, dialogano, fanno nascere idee e hanno la possibilità di trasformarle in iniziative, anche imprenditoriali”. In questa prospettiva, assume un ruolo decisivo il capitale produttivo. “Quando un territorio perde il proprio capitale produttivo, perde anche la possibilità di trattenere le persone, di farle rientrare e di costruire futuro. È il capitale produttivo che permette a un giovane di immaginare un futuro, a una famiglia di costruire un progetto di vita, a una comunità di mantenere i servizi essenziali. Nelle aree interne, quindi, il capitale produttivo ha un valore sociale altissimo”. Fucci ha richiamato anche l’esperienza di “Resto al Sud” come esempio di politica pubblica capace di produrre effetti concreti sulla permanenza e sul rientro delle persone nei territori. Per il futuro, però, serve un ulteriore salto di qualità. “La direzione è buona, ma bisogna aumentare il passo. Non si deve semplicemente restare o rientrare in un indistinto Sud: bisogna poter scegliere di restare o rientrare nelle aree interne del Sud. E chi rientra non porta con sé soltanto una persona in più. Porta competenze, reti, visioni maturate altrove. Porta un capitale produttivo che può contribuire a rigenerare territori fragili. Questo capitale va riconosciuto, sostenuto e accompagnato”. Da qui la proposta di strumenti realmente calibrati sulle specificità territoriali, attraverso una fiscalità capace di compensare i maggiori costi derivanti dalla marginalità.
“Chi decide di vivere, lavorare o investire nelle aree interne – ha sottolineato Fucci – dovrebbe ricevere un compenso fiscale per i maggiori costi derivanti dallo svantaggio territoriale. Non un privilegio, ma una compensazione equa. Penso a una pressione fiscale ridotta per le nuove attività che si insediano nei comuni delle aree interne, a crediti d’imposta per gli investimenti produttivi, ad agevolazioni contributive per le nuove assunzioni, a incentivi abitativi per il recupero delle abitazioni abbandonate e per i servizi di prossimità e a una fiscalità giovanile particolarmente favorevole per le imprese fondate da under 35”.
La conclusione guarda quindi a un nuovo paradigma per le politiche territoriali: non politiche calate dall’alto, ma strumenti capaci di liberare energie già presenti nelle comunità.
“Le aree interne non chiedono scorciatoie: chiedono condizioni per esprimere ciò che già sono. Chiedono infrastrutture immateriali, reti di collaborazione, percorsi di empowerment che permettano alle persone di restare, tornare e costruire. Chiedono strumenti capaci di trasformare risorse e capitale sociale in valore economico. È da qui che dobbiamo ripartire per costruire territori che non siano più percepiti come luoghi da cui partire, ma come luoghi in cui è possibile immaginare e realizzare il proprio futuro”.
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