La destra voleva cambiare la Costituzione, ora cambia le regole per timore di perdere


La maggioranza era partita per cambiare la Costituzione ed è finita a cambiare il pallottoliere. Voleva il premierato, cioè l’investitura popolare del capo del governo, il rafforzamento dell’esecutivo e l’indebolimento dei contrappesi parlamentari. Si accontenta ora dello Stabilicum – nome orrendo, ma involontariamente sincero – per ridurre il rischio di perdere le prossime elezioni. È la distanza che separa un’offensiva da una ritirata.

Il premierato apparteneva alla stagione orbaniana del governo Meloni: l’idea che la democrazia fosse soprattutto la consacrazione elettorale di un capo, al quale garantire cinque anni di potere riducendo il Parlamento, il presidente della Repubblica, magari la magistratura sul modello polacco e ungherese di allora, a funzioni complementari.

Era un progetto autocratico che esprimeva forza e arroganza: abbiamo vinto, governiamo noi e vogliamo costruire istituzioni che rendano il nostro potere più stabile e meno contendibile.

Nel frattempo la realtà ha bussato alla porta. La maggioranza ha scoperto di essere divisa su questioni essenziali, a cominciare dall’Ucraina, dalla Russia e dal futuro dell’Europa. Ha scoperto che l’elezione diretta del presidente del Consiglio avrebbe potuto consegnare a una sola persona – Meloni – un potere tale da trasformare gli alleati da contraenti politici in vassalli elettorali, aggravandone i conflitti. E Meloni ha nel frattempo scoperto che poteva puntare a un ruolo importante nell’Unione Europea legandosi alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen a patto di scostarsi dal più antieuropeo e filorusso dei suoi alleati.

Ed ecco il ripiegamento: il Rosatellum, grazie ai collegi uninominali, avrebbe premiato un centrosinistra finalmente riunito dopo la divisione fra Partito democratico e Cinquestelle che nel 2022 regalò molti seggi alla destra. Occorreva comunque cambiare la legge elettorale. Niente rivoluzione costituzionale: serve una nuova legge elettorale che renda più incerto ciò che con la legge attuale viene considerato possibile, la sconfitta.

Lo Stabilicum non manifesta la forza della maggioranza. Ne denuncia la paura.

Il meccanismo è semplice: una coalizione che superi il quarantadue per cento ottiene un premio capace di assicurarle la maggioranza assoluta dei seggi. Il ballottaggio è stato abbandonato. Dunque può bastare una vittoria minima – magari pochi decimali di differenza fra due coalizioni – per trasformare una minoranza elettorale in una solida maggioranza parlamentare. Ma senza troppi rischi per chi venisse sconfitto: la crescita dei consensi del generale Roberto Vannacci incombe sul futuro della destra.

La propaganda la chiama governabilità. Ma la legge può garantire i numeri, non la capacità di governare. Stabilità e governabilità non sono sinonimi. La stabilità indica la durata di un governo; la governabilità è la sua capacità di compiere scelte coerenti sulle questioni decisive. Si può rimanere a Palazzo Chigi per cinque anni senza sapere che cosa fare sulla difesa europea, sull’Ucraina, sui rapporti con la Russia, sul debito pubblico o sulla politica energetica.

È precisamente la situazione delle due coalizioni. Nel centrodestra Giorgia Meloni sostiene l’Ucraina e rivendica la collocazione atlantica dell’Italia; Matteo Salvini coltiva invece l’”ansia antirussa”, gli amici di Mosca e l’avversione per le sanzioni. Nel centrosinistra il Partito democratico, pur fra molte esitazioni, mantiene una posizione favorevole a Kyiv, mentre Giuseppe Conte contesta gli aiuti militari e ripropone continuamente una “pace” della quale evita di precisare condizioni e garanzie.

Il premio può costringere queste forze a presentarsi insieme. Non può costringerle a governare insieme quando la storia presenta il conto.

Una coalizione può quindi conquistare una comoda maggioranza grazie al quarantadue per cento dei voti e paralizzarsi il giorno dopo sulla questione più importante per la sicurezza nazionale. Avremo la stabilità dei seggi e l’ingovernabilità delle decisioni. Un governo inamovibile ma incapace di scegliere: la forma più perfetta dell’impotenza.

C’è poi una seconda obiezione a questa legge, per i liberali ancora più profonda. La riforma viene costruita intorno all’indicazione, da parte di ciascuna coalizione, di un candidato alla presidenza del Consiglio. Non sarebbe formalmente eletto dagli elettori ma il premio verrebbe politicamente presentato come la maggioranza personale assegnata al candidato vincente. Ma in una democrazia parlamentare occidentale gli elettori eleggono il Parlamento, dal quale nasce il governo. Se invece si vuole eleggere direttamente il capo dell’esecutivo, il modello coerente è quello presidenziale: il presidente riceve un proprio mandato, mentre il Parlamento viene eletto separatamente e conserva una legittimazione autonoma con la quale controllarlo, limitarlo e, quando necessario, contrastarlo.

Qui da noi si tenta di sommare i vantaggi di entrambi i sistemi per chi governa e gli svantaggi per chi deve controllarlo. Il candidato presidente viene presentato come eletto dal popolo, ma si porta dietro una maggioranza parlamentare fabbricata dal premio. Il Parlamento non rappresenta più autonomamente gli elettori: diventa la dote parlamentare assegnata al capo del governo.

Non si eleggono davvero né l’uno né l’altro. Si vota il capo e, nello stesso gesto, gli si consegnano i parlamentari.

Il premio di maggioranza altera inoltre il principio elementare secondo cui ogni voto dovrebbe concorrere nello stesso modo alla rappresentanza in un sistema proporzionale. Il quarantadue per cento arrivato primo riceve artificialmente la maggioranza assoluta; il 41,9 per cento arrivato secondo rimane minoranza con meno eletti di quanti decisi dal voto. Una differenza infinitesimale nei voti produce una differenza enorme nel potere. Non è la volontà degli elettori che determina la maggioranza: è la legge che corregge la volontà degli elettori finché non produce la maggioranza desiderata.

La riforma del premierato diceva: siamo abbastanza forti da cambiare la Repubblica. Lo Stabilicum dice: non siamo abbastanza sicuri di vincere con le regole esistenti.

È certamente meno pericoloso del premierato. Ma non meno rivelatore. La maggioranza non cerca più di costruire l’uomo, o la donna, forte. Cerca una legge abbastanza forte da proteggerla dalla propria debolezza.

C’è di più: continua l’ammuina sulle preferenze per tutti i candidati, con l’opposizione che semina zizzania fra Fratelli d’Italia, che sarebbe d’accordo, e Forza Italia che si impunta sul no. Sta a vedere che alla fine salta tutto il lavoro cominciato sulla “madre di tutte le riforme” come Meloni definì il premierato. Anche se con lo Stabilicum la riforma da madre ė diventata una trovatella.


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