La stretta sugli affitti brevi tutela il diritto alla casa o penalizza quello di proprietà?
Partiamo da un dato che non va negato: l’emergenza abitativa è un problema reale in molte città europee. Per troppe famiglie, giovani, lavoratori fuori sede, studenti, trovare una casa a prezzi sostenibili è diventato sempre più difficile e la politica ha il dovere di dare loro una risposta.
Ma il rischio è che, nel tentativo di tutelare il diritto alla casa, si finisca per comprimere un altro diritto fondamentale, quello di proprietà, senza peraltro risolvere il problema. Gli affitti brevi possono certamente incidere in alcune città e nelle aree ad altissima pressione turistica, ma considerarli la causa principale della crisi abitativa significa confondere una parte del problema con il problema nel suo complesso.
La questione strutturale è che in Europa abbiamo bisogno di più offerta abitativa: si costruisce troppo poco, i tempi autorizzativi sono lunghi, riconvertire gli immobili inutilizzati è complicato e burocrazia e costi frenano gli investimenti. Colpire indistintamente il piccolo proprietario che affitta un appartamento non farà comparire nuove case sul mercato.
Le eventuali limitazioni devono quindi essere circoscritte, proporzionate e soprattutto decise a livello nazionale e locale, nel rispetto del principio di sussidiarietà. L’Europa deve aiutare ad affrontare l’emergenza abitativa, non trasformarsi nel regolatore degli immobili dei cittadini.
2.Quale alternativa propone il centrodestra europeo per aumentare gli alloggi senza colpire i piccoli proprietari?
La nostra alternativa parte da un principio molto semplice: se mancano le case, bisogna aumentare le case disponibili, non moltiplicare i divieti.
Significa accelerare le autorizzazioni urbanistiche ed edilizie, ridurre la burocrazia, recuperare il patrimonio inutilizzato, favorire la costruzione di nuovi alloggi e la rigenerazione urbana e creare le condizioni perché pubblico e privato possano tornare a investire sulla casa.
È esattamente la direzione intrapresa in Italia dal Piano Casa del Governo Meloni, che non è più soltanto un annuncio: è diventato legge e punta a rendere disponibili circa 100 mila alloggi in dieci anni, con oltre 10 miliardi di euro di interventi, partendo dal recupero di circa 60 mila alloggi popolari oggi non utilizzabili. E lo fa attraverso recupero del patrimonio esistente, edilizia sociale, rigenerazione e semplificazione, con un’attenzione particolare a giovani, studenti, lavoratori fuori sede, giovani coppie e genitori separati.
E da fiorentino aggiungo che conosciamo bene la differenza tra annunciare un Piano Casa e affrontare strutturalmente il problema. A Firenze negli ultimi anni abbiamo sentito ripetutamente annunci e promesse sull’emergenza abitativa. Nel 2023 l’amministrazione Nardella annunciava un piano straordinario per recuperare 500 alloggi popolari vuoti e renderli disponibili alle famiglie in graduatoria. E ancora oggi la stessa amministrazione comunale riconosce che l’emergenza abitativa resta una delle grandi questioni irrisolte della città.
Non basta quindi indicare negli affitti brevi o nei proprietari il responsabile della difficoltà di trovare casa. Se per anni non si aumenta in misura sufficiente l’offerta, non si recuperano abbastanza rapidamente gli immobili pubblici inutilizzati e non si creano nuove soluzioni abitative, prima o poi quella carenza presenta il conto.
Il Governo Meloni sta cercando di cambiare paradigma: non una guerra ideologica alla proprietà privata, ma più case, recupero degli immobili vuoti, rigenerazione urbana, edilizia sociale e procedure più semplici. È questa anche la strada che vogliamo indicare all’Europa.
L’Unione può mettere a disposizione risorse e favorire gli investimenti, ma deve rispettare il principio di sussidiarietà. La casa diventa più accessibile aumentando l’offerta, non restringendo sempre di più i diritti di chi ne possiede una.
I numeri sul Piano Casa sono particolarmente forti: il decreto-legge del 7 maggio è stato definitivamente convertito nella legge n. 116 del 2 luglio 2026; il Governo indica circa 100.000 alloggi, oltre 10 miliardi complessivi e il recupero di circa 60.000 unità ERP.
Nel frattempo, a Firenze, risultano ancora 550 alloggi ERP non assegnabili per problemi manutentivi. Ecco, prima di spiegare ai fiorentini cosa devono fare delle loro case, Palazzo Vecchio si occupi delle centinaia di case pubbliche che non possono essere assegnate a chi ne ha bisogno.
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Nato a Firenze il 9 marzo 1976, Francesco Torselli è una delle figura di spicco del panorama politica italiano ed europeo. Eurodeputato italiano del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), eletto nelle fila di Fratelli d’Italia, rappresenta una delle figure più consolidate del centrodestra toscano, con alle spalle un percorso politico sviluppato tra livello locale e regionale.
Prima dell’approdo a Bruxelles nel 2024, ha ricoperto il ruolo di capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio Regionale della Toscana, distinguendosi per un’attività politica incentrata sulla difesa del tessuto produttivo e delle identità territoriali. Un’esperienza che oggi porta nel contesto europeo, dove si occupa in particolare di politiche economiche, industriali e del lavoro.
Al Parlamento europeo è membro della Commissione per il commercio internazionale (INTA) e della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL), oltre a essere membro sostituto nella Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (ITRE) e nella Delegazione all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana (DLAT). Partecipa inoltre alle delegazioni per i rapporti tra Unione europea e Messico e tra Unione europea e Regno Unito.
Nel corso della sua attività parlamentare si è concentrato su temi come la tutela delle filiere produttive europee, il sostegno ai lavoratori colpiti dalla globalizzazione e l’impatto delle trasformazioni economiche e tecnologiche sul mercato del lavoro, intervenendo anche su questioni sociali e sull’utilizzo dei fondi europei.
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