Sci, piste sintetiche e seggiovie a bassa quota: il caso del comprensorio sotto sequestro in Basilicata ci interroga sul senso di programmare la montagna utilizzando modelli del passato


Il caso Sellata-Pierfaone non riguarda soltanto una seggiovia, una pista sintetica o un cantiere finito sotto sequestro. Dietro quanto sta accadendo in Basilicata emerge una questione molto più ampia, che interessa ormai buona parte delle montagne italiane e, in particolare, l’Appennino: come si può continuare a investire nei territori montani senza inseguire modelli di sviluppo che rischiano di entrare in conflitto con il cambiamento climatico, con la tutela degli ecosistemi e con le caratteristiche stesse dei luoghi? La vicenda lucana diventa così quasi un caso di studio.

 

Il gip del Tribunale di Potenza ha convalidato il sequestro dell’area interessata dai lavori per la nuova seggiovia nel comprensorio Sellata-Pierfaone, nel territorio di Abriola. L’intervento ricade all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese e interessa anche la Zona Speciale di Conservazione della Faggeta di Monte Pierfaone. Le contestazioni formulate nell’ambito dell’indagine riguardano, tra le altre cose, l’iter autorizzativo e il taglio della vegetazione. Sarà naturalmente la magistratura a stabilire eventuali responsabilità e il sequestro, è bene ricordarlo, non rappresenta una sentenza. Ma il dibattito che si è aperto va già molto oltre le aule giudiziarie.

 

Il progetto di riqualificazione vale complessivamente circa 8 milioni di euro. Prevede una nuova seggiovia, una pista da sci sintetica di circa 480 metri, servizi, percorsi pedonali, parcheggi e altre infrastrutture destinate a rafforzare l’offerta turistica dell’area. L’obiettivo è comprensibile. Come accade in moltissimi territori dell’Appennino, anche qui il turismo rappresenta una delle possibili leve per contrastare lo spopolamento, mantenere attività economiche e offrire opportunità alle comunità locali. È troppo semplice, dunque, dividere il dibattito tra chi sarebbe favorevole allo sviluppo e chi vorrebbe invece una montagna immobile. La questione reale è un’altra: quale sviluppo?

 

Sellata-Pierfaone si colloca ad altitudini relativamente contenute per un comprensorio sciistico. Ed è proprio questo elemento a rendere interessante il caso. Negli ultimi anni le montagne appenniniche stanno sperimentando in maniera sempre più evidente una forte variabilità dell’innevamento naturale, stagioni più brevi e temperature frequentemente elevate anche durante l’inverno. Il problema non porta necessariamente a decretare la fine dello sci sull’Appennino. Significa però che ogni investimento destinato a durare decenni dovrebbe essere valutato anche attraverso una domanda che fino a qualche tempo fa aveva forse un peso minore: quali saranno le condizioni climatiche nelle quali quell’infrastruttura dovrà funzionare tra dieci, venti o trent’anni?

 

Una seggiovia non nasce per durare una stagione. Una strada, un parcheggio, un impianto o una pista modificano il territorio e presuppongono un utilizzo prolungato nel tempo. Per questo il cambiamento climatico non può essere considerato un elemento secondario della pianificazione economica della montagna. Il progetto lucano contiene, in realtà, anche un elemento che dimostra come il problema sia già stato percepito: la realizzazione di una pista sintetica. L’idea è evidentemente quella di ridurre la dipendenza esclusiva dalla neve naturale e ampliare il periodo di utilizzo dell’area. È un tentativo interessante, ma apre a sua volta altre domande.

 

Quale impatto produce una pista sintetica inserita in un ambiente montano? Quanto pubblico può attirare? Quali costi di manutenzione comporta? E soprattutto, è sufficiente trasformare una località sciistica in una destinazione utilizzabile tutto l’anno oppure è necessario ripensare completamente il rapporto tra turismo e territorio? Sono interrogativi che non riguardano soltanto la Basilicata. Da Nord a Sud, nell’Appennino vengono periodicamente presentati progetti per nuovi impianti, ampliamenti, collegamenti, bacini per l’innevamento, funivie, parcheggi e infrastrutture turistiche. Alcuni possono avere una forte utilità. Altri possono rivelarsi meno sostenibili nel lungo periodo.

 

Il vero rischio è però affrontare ogni intervento separatamente, senza inserirlo all’interno di una strategia territoriale complessiva. Una montagna non vive soltanto attraverso una seggiovia. Ha bisogno di strade funzionanti, trasporto pubblico, servizi sanitari, scuole, connessioni digitali, attività commerciali, sentieri, rifugi, agricoltura, allevamento, manutenzione del territorio e opportunità lavorative durante dodici mesi l’anno. E soprattutto ha bisogno di persone che continuino ad abitarla. Se un investimento turistico riesce a contribuire a questo sistema, allora può diventare realmente uno strumento di sviluppo. Se rimane un’opera isolata, il rischio è che la sua capacità di modificare il destino economico di un territorio venga sopravvalutata.

 

Nel caso Sellata-Pierfaone esiste un elemento ulteriore: il progetto interessa un Parco nazionale e una zona appartenente alla rete europea Natura 2000. È precisamente in questi territori che la pianificazione dovrebbe raggiungere il livello massimo di attenzione. Non perché in un Parco non si debba costruire nulla: i Parchi non sono musei e le comunità che li abitano hanno diritto a sviluppo, lavoro e infrastrutture. Ma proprio perché si tratta di territori ecologicamente preziosi, ogni intervento deve essere supportato da procedure rigorose, valutazioni trasparenti e una visione capace di dimostrare che i benefici ottenuti siano realmente superiori ai costi ambientali.

 

Le contestazioni relative all’abbattimento di centinaia di alberi, comprese piante all’interno della Zona Speciale di Conservazione, rendono questo aspetto uno dei punti centrali dell’inchiesta in corso. C’è però un errore opposto che andrebbe evitato: pensare che tutelare la montagna significhi semplicemente impedire qualsiasi intervento. Le aree interne italiane stanno affrontando problemi demografici enormi. Molti piccoli comuni perdono residenti, attività commerciali e servizi essenziali. Una montagna completamente protetta ma progressivamente disabitata non rappresenta necessariamente un modello vincente. La presenza dell’uomo ha modellato per secoli molti paesaggi appenninici. Agricoltura, allevamento, transumanza, gestione dei boschi e utilizzo delle risorse hanno costruito buona parte del territorio che oggi consideriamo naturale.

 

La sfida consiste quindi nel trovare un equilibrio molto più complesso: non trasformare la montagna in un parco giochi, ma neppure condannarla a diventare soltanto un paesaggio da osservare da lontano. Sarebbe riduttivo considerare ciò che sta accadendo in Basilicata esclusivamente come un problema locale. Il dibattito tocca direttamente Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Calabria e moltissime altre aree appenniniche. 

 

Nei prossimi anni arriveranno nuove risorse pubbliche e continueranno ad essere proposti progetti per rilanciare le economie montane. La vera sfida sarà decidere dove investirle. Sugli impianti? Sul turismo lento? Sulla mobilità? Sulla manutenzione del territorio? Sui servizi per chi vive tutto l’anno nei piccoli comuni? Probabilmente la risposta non può essere una sola.

 

Ma ciò che il cambiamento climatico rende sempre più difficile è continuare a programmare la montagna utilizzando automaticamente gli stessi modelli del passato. La domanda non è essere favorevoli o contrari allo sci, ed è forse questo il punto più importante. Il caso Sellata-Pierfaone non dovrebbe trasformarsi nell’ennesimo scontro ideologico tra favorevoli e contrari agli impianti di risalita. La domanda dovrebbe essere molto più concreta. 

 

Un determinato investimento migliorerà davvero la vita e l’economia di quel territorio nei prossimi vent’anni? Se la risposta è sì, deve essere possibile dimostrarlo attraverso dati, studi climatici, analisi economiche e valutazioni ambientali. E se l’opera interessa un’area protetta, quelle verifiche devono essere ancora più rigorose. Perché le risorse economiche destinate alle montagne sono preziose almeno quanto gli ambienti nei quali vengono investite. Sellata-Pierfaone, al di là di ciò che stabilirà l’inchiesta giudiziaria, ci ricorda proprio questo. Il futuro dell’Appennino non dipenderà soltanto da quanti soldi riusciremo a spendere. Dipenderà soprattutto da come decideremo di spenderli.

 

Immagine di apertura: dal rendering tratto dal sito dell’Agenzia Stampa Giunta Regionale Basilicata




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