Cure palliative, in oltre due Paesi europei su tre l’accesso resta difficile: in Italia pesa la carenza di infermieri


Le cure palliative non consistono soltanto nel controllo del dolore negli ultimi giorni di vita.

Sono un percorso complesso, che dovrebbe accompagnare precocemente le persone affette da malattie oncologiche, croniche o degenerative, sostenendo contemporaneamente le loro famiglie.

Eppure, in gran parte d’Europa, riuscire ad accedere a questi servizi resta difficile.
In oltre due Paesi dell’Unione europea su tre, la disponibilità di professionisti e strutture rappresenta ancora una criticità.

A richiamare l’attenzione sul divario è Nursing Up, che ha incrociato i più recenti dati europei e nazionali soffermandosi sul ruolo degli infermieri, spesso chiamati a garantire non solo assistenza clinica, ma anche continuità, ascolto e presenza nei momenti di maggiore fragilità.

Il quadro è confermato dal rapporto “Delivering High Value Cancer Care”, pubblicato nel febbraio 2026 dall’ Ocse e dalla Commissione europea nell’ambito dell’European Cancer Inequalities Registry.

Nei Paesi europei considerati sono disponibili in media circa 1,2 servizi specialistici di cure palliative ogni 100mila abitanti, ma dietro questo valore si nascondono differenze enormi: si passa dai 3,7 servizi dell’Austria e dai 2,5 della Lituania fino a 0,2 in Estonia e appena 0,04 in Grecia.

Non sono cure riservate agli ultimi giorni

Uno degli ostacoli non riguarda soltanto la disponibilità dei servizi.

Secondo l’Ocse, tra professionisti e cittadini è ancora diffusa l’idea che le cure palliative siano indicate esclusivamente quando non rimane più nulla da fare.

In realtà non significano rinunciare alle terapie, ma affiancarle quando la malattia provoca dolore, difficoltà respiratorie, nausea, stanchezza, insonnia, ansia o perdita di autonomia.

Possono essere avviate anche mentre proseguono trattamenti oncologici o altre cure dirette contro la patologia.

Un accesso tardivo priva il paziente di un’assistenza che potrebbe migliorare la qualità della vita e costringe spesso la famiglia ad affrontare da sola problemi clinici, organizzativi ed emotivi molto difficili.

Una rete territoriale debole può inoltre favorire ricoveri e accessi in pronto soccorso che una presa in carico domiciliare tempestiva avrebbe potuto evitare.

L’Italia ha pochi infermieri

Nel nostro Paese la principale fragilità è rappresentata dagli organici.

Il “Country Health Profile Italy 2025”, realizzato da Ocse e Commissione europea, registra 6,9 infermieri in attività ogni mille abitanti, oltre il 20 per cento in meno rispetto alla media europea di 8,4.

L’Italia conta inoltre appena 1,3 infermieri per ogni medico, uno dei rapporti più bassi dell’Unione.

Uno squilibrio che ostacola il passaggio da un sistema prevalentemente ospedaliero a un’assistenza più integrata tra ospedale, territorio e domicilio. 

La carenza diventa particolarmente pesante nelle cure palliative, dove non basta completare una singola prestazione.

Bisogna monitorare continuamente le condizioni del paziente, riconoscere rapidamente i cambiamenti, controllare dolore e altri sintomi, somministrare le terapie, educare i familiari e coordinare gli interventi dell’équipe.

«Non possiamo chiedere agli infermieri di garantire un’assistenza ad altissima complessità clinica, relazionale ed emotiva senza mettere a loro disposizione organici, formazione e organizzazioni adeguate», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up.

Una rete tra domicilio, hospice e ospedale

L’obiettivo nazionale è arrivare entro il 2028 a una copertura delle cure palliative pari al 90 per cento della popolazione che ne ha bisogno.

Il percorso passa attraverso lo sviluppo delle reti regionali e l’attuazione dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77.

Gli standard indicati prevedono un’Unità di cure palliative domiciliari ogni 100mila abitanti e da 8 a 10 posti letto in hospice per la stessa popolazione.

Ma raggiungere un rapporto numerico tra strutture e residenti non basta.

Un hospice senza personale sufficiente, un servizio domiciliare che non riesce a intervenire con continuità o un’équipe incapace di comunicare rapidamente con ospedale e medico di famiglia rischiano di diventare segmenti isolati.

La rete funziona soltanto quando accompagna davvero la persona nei passaggi tra reparto, ambulatorio, casa e hospice, evitando interruzioni dell’assistenza.

«Gli standard sono indispensabili, ma devono tradursi in servizi realmente disponibili – sottolinea De Palma –.

Una rete non è fatta soltanto di strutture: è fatta prima di tutto di professionisti».

La riforma deve portare le cure vicino al paziente

Per colmare i divari non basta aumentare i posti letto.

Servono riforme organizzative che utilizzino pienamente gli strumenti delle cure di prossimità e domiciliari, partendo dai bisogni della persona e non dal luogo nel quale si trova il servizio.

Case e Ospedali di comunità, Centrali operative territoriali, Unità di cure palliative domiciliari, infermieri di famiglia e comunità, medici di medicina generale, specialisti e servizi sociali devono diventare parti comunicanti di un’unica rete.

Il paziente fragile dovrebbe poter essere preso in carico già alla dimissione ospedaliera, con un piano assistenziale condiviso e un referente facilmente raggiungibile dalla famiglia.

Televisite, teleconsulti tra professionisti, cartelle cliniche condivise e sistemi di telemonitoraggio possono aiutare a controllare alcuni sintomi, verificare l’aderenza alle terapie e individuare precocemente un peggioramento.

Queste tecnologie, però, non devono trasformarsi in un sostituto della presenza.

Nelle cure palliative gli strumenti digitali sono utili se rendono più rapido l’intervento dell’équipe e più sicura l’assistenza a casa, non se allontanano ulteriormente il professionista dal malato.

Occorrono inoltre équipe mobili capaci di raggiungere le abitazioni, disponibilità assistenziale anche nelle ore serali e nei giorni festivi, accesso tempestivo ai farmaci per il controllo dei sintomi e percorsi semplificati per la fornitura di ausili, ossigenoterapia e dispositivi.

Senza questi collegamenti, il peso dell’assistenza continua a ricadere quasi interamente sulle famiglie.

L’infermiere tra competenza e relazione

Nelle cure palliative l’infermiere osserva l’evoluzione delle condizioni cliniche, valuta i sintomi, collabora alla gestione del dolore e verifica gli effetti delle terapie.

Può cogliere precocemente un peggioramento, intercettare una difficoltà non dichiarata e aiutare i familiari a gestire in sicurezza l’assistenza quotidiana.

Accanto a queste funzioni esiste una componente meno misurabile, ma altrettanto importante: il tempo dedicato alla relazione.

Significa spiegare con parole comprensibili ciò che sta accadendo, ascoltare una paura, rispettare un silenzio e riconoscere quando anche chi assiste il malato è vicino all’esaurimento.

«Gli infermieri sono tra i professionisti che trascorrono più tempo accanto alla persona malata e alla sua famiglia – ricorda il presidente di Nursing Up –.

Ascoltare, osservare e comprendere ciò che talvolta il paziente non riesce neppure a esprimere non sono qualità accessorie: fanno parte della qualità stessa dell’assistenza».

La sfida è trasformare gli standard in cure reali

L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche renderanno sempre più ampia la domanda di cure palliative, non limitata ai tumori ma estesa, tra le altre, alle insufficienze cardiache e respiratorie avanzate, alle patologie neurologiche degenerative e alle demenze.

La priorità, secondo Nursing Up, è rafforzare le équipe multidisciplinari, investire nella formazione specifica e aumentare il personale disponibile nei servizi domiciliari e negli hospice.

Occorre inoltre ridurre le differenze regionali, affinché il luogo di residenza non determini la possibilità di ricevere o meno un’assistenza adeguata.

La vera riforma dovrà quindi essere misurata non soltanto sul numero delle strutture inaugurate, ma sulle ore effettive di assistenza domiciliare, sui tempi di attivazione dei servizi e sulla capacità di evitare ricoveri impropri.

Una rete esiste davvero quando riesce a raggiungere il paziente anche nelle aree interne, nei piccoli comuni e nelle periferie.

La qualità delle cure palliative si misura nella capacità di controllare dolore e sintomi, ma anche nel non lasciare solo il malato.

«Dobbiamo difendere il tempo della cura – conclude De Palma –: il tempo necessario per ascoltare, osservare, comprendere e stare accanto alla persona».


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