Europa, la bella addormentata: ricca e avanzata, ma disgregata


Analizzando gli avvenimenti degli ultimi anni, mi capita sempre più spesso di tornare con la memoria a un’esperienza professionale di molti anni fa. Avevo ricevuto l’incarico di temporary manager, prima per l’Unione Montana Alta Val Nure e, successivamente, per l’Unione Montana Alta Val d’Arda. Il compito era quello di aiutare piccoli Comuni dello stesso territorio a lavorare insieme, mettere in comune servizi, competenze e risorse e costruire una capacità amministrativa che ciascuno di loro, preso singolarmente, difficilmente avrebbe potuto avere. Sembrava soprattutto un problema organizzativo. Compresi rapidamente che era, prima di tutto, un problema politico. I Comuni erano favorevoli all’Unione, ma a una condizione: che essa rappresentasse un ulteriore centro di spesa, alimentato da risorse aggiuntive rispetto a quelle già disponibili nei singoli bilanci comunali. Molto meno disponibili erano invece quando si trattava di trasferire realmente funzioni e competenze e, soprattutto, di delegare una parte del potere politico e decisionale. In altre parole, andava bene un’Unione che aggiungesse risorse. Molto meno un’Unione che sottraesse potere. Ed era proprio qui la contraddizione. Si chiedeva all’organismo comune di essere efficiente, di realizzare economie di scala, di migliorare i servizi e di produrre risultati, ma nello stesso tempo si evitava di trasferirgli quelle funzioni e quella capacità decisionale senza le quali una vera integrazione era impossibile.

Ripensando oggi a quell’esperienza, mi accorgo che, cambiando enormemente le dimensioni, il problema dell’Europa è sorprendentemente simile. Ventisette Stati continuano a difendere gelosamente prerogative nazionali in un mondo nel quale, per contare davvero, occorrono dimensioni continentali. Stati Uniti e Cina agiscono come grandi potenze. La Russia, pur disponendo di un’economia molto più piccola di quella europea, utilizza in modo unitario politica estera, forza militare ed energia. L’Europa, invece, continua troppo spesso a presentarsi come la somma di ventisette interessi nazionali. Ed è questo il suo grande paradosso: un continente ricco, colto e tecnologicamente avanzato, che ha costruito uno dei sistemi sociali e di welfare più evoluti al mondo, fondato sull’accesso diffuso alla sanità, alla previdenza, all’istruzione e alla protezione sociale. Un modello certamente costoso e perfettibile, ma che garantisce a centinaia di milioni di cittadini tutele che in molte altre grandi economie del mondo non sono disponibili con la stessa universalità. Eppure questo stesso continente rimane politicamente disgregato e militarmente quasi inesistente come soggetto unitario.

A parole, soprattutto i grandi Paesi europei e gli stessi Stati fondatori, ripetono continuamente che l’Unione deve cambiare, diventare più autonoma, trasformarsi in un vero soggetto politico ed economico, dotarsi di una politica estera comune e, finalmente, di una propria capacità militare. Poi, quando si tratta di modificare davvero le regole, tutto si ferma. Si continua a difendere l’unanimità nelle decisioni più delicate e si evita di trasferire all’Unione quei poteri che sarebbero necessari per trasformarla in un vero soggetto politico. Si pretende, in sostanza, un’Europa più forte senza darle gli strumenti per esserlo. È quasi la stessa contraddizione che avevo incontrato nelle Unioni montane: va bene l’organismo comune quando distribuisce risorse, finanzia progetti o aggiunge opportunità; diventa molto meno gradito quando occorre trasferirgli poteri reali e accettare che alcune decisioni non vengano più prese esclusivamente a livello locale.

A questa debolezza istituzionale si aggiunge un altro elemento, forse ancora più pericoloso: la battaglia per il consenso. Negli ultimi anni Russia, Cina e anche settori della politica e della comunicazione americana hanno compreso perfettamente la forza dei social network, della propaganda e della disinformazione. Fake news, messaggi semplificati, campagne aggressive e una comunicazione costruita per alimentare paura, rabbia e sfiducia nelle istituzioni trovano terreno fertile in società europee già attraversate da insicurezza economica e timori per il futuro. In questo contesto crescono movimenti nazionalisti e sovranisti e, in alcuni casi, apertamente xenofobi, che propongono il ritorno agli Stati nazionali proprio nel momento storico in cui nessuno Stato europeo, preso singolarmente, possiede più la dimensione necessaria per competere con le grandi potenze mondiali.

L’immigrazione è diventata uno dei principali strumenti di questa propaganda. Ma sarebbe sbagliato liquidare tutto come semplice populismo. L’Europa ha commesso errori reali. Per anni non è riuscita a costruire una politica comune sufficientemente efficace sul controllo delle frontiere esterne, sui rimpatri di chi non ha diritto a restare e, contemporaneamente, sull’organizzazione di flussi regolari di immigrazione legati alle effettive necessità di imprese, famiglie, logistica, sanità, assistenza e sistemi produttivi europei. Questa incapacità ha consegnato agli avversari dell’integrazione europea un argomento formidabile: l’Europa non controlla più i propri confini, dunque torniamo agli Stati nazionali. Ma sarebbe una conclusione profondamente sbagliata. Tornare agli Stati nazionali non significherebbe recuperare sovranità. Significherebbe perderne ancora di più. Ventisette politiche estere, ventisette eserciti, ventisette strategie energetiche e ventisette interessi economici separati renderebbero l’Europa più debole, più ricattabile e sempre meno rilevante.

Ed è qui che occorre individuare le vere responsabilità. È troppo facile accusare genericamente “Bruxelles”. L’Unione Europea ha certamente responsabilità proprie, ma non può modificare autonomamente le regole fondamentali del proprio funzionamento. Non può decidere da sola di superare l’unanimità nelle materie strategiche, attribuirsi nuove competenze in politica estera e difesa o trasformarsi in una vera unione politica. A decidere sono gli Stati membri. I maggiori responsabili dell’attuale debolezza europea sono quindi proprio i governi nazionali che, da una parte, chiedono all’Europa di diventare più forte, più autonoma, più politica e capace di difendersi e, dall’altra, si rifiutano di trasferirle i poteri necessari per esserlo. È questa la vera contraddizione europea: chiedere all’Unione risultati da grande potenza senza volerle attribuire i poteri di una grande potenza.

Allora ritorno ancora una volta alle mie Unioni montane. Anche allora sarebbe stato facile accusare l’Unione perché non funzionava abbastanza. Ma l’Unione poteva fare soltanto ciò che i singoli Comuni le consentivano di fare. Non si poteva pretendere che diventasse un soggetto realmente efficiente e autonomo se la si considerava soprattutto uno strumento attraverso il quale ottenere risorse aggiuntive, continuando però a conservare nei singoli Comuni le funzioni più importanti e il potere politico. L’Europa di oggi rischia di trovarsi esattamente nella stessa situazione. Gli Stati sono ben felici quando l’Unione finanzia investimenti, sostiene l’economia o mette a disposizione risorse comuni. Diventano molto più prudenti quando devono cedere una parte del proprio potere decisionale in materia di politica estera, difesa, immigrazione, energia o altre scelte strategiche. Con una differenza enorme. Nelle nostre vallate erano in gioco l’efficienza dei servizi e qualche opportunità di sviluppo. Nell’Europa di oggi sono in gioco la sicurezza, l’economia, il nostro modello sociale, la libertà politica e il peso futuro di un intero continente.

La bella addormentata, dunque, non deve aspettare qualcuno che venga a svegliarla. Deve decidere di svegliarsi. E quella decisione non spetta a Bruxelles. Spetta ai ventisette Stati e, soprattutto, a chi li governa. Sono loro che continuano a tenere in mano le chiavi della stanza.

Mauro Peveri




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