Le 3 centraline producevano energia per l’industria tessile e cartaria: oggi servono all’intelligenza artificiale. Come l’IA sta comprando l’acqua delle Alpi


Le centraline idroelettriche di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese, lungo il corso del fiume Stura di Lanzo, hanno un nuovo proprietario: Aruba SPA, il principale gruppo italiano di cloud, hosting e data center che ha sede a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Le centraline, costruire tra il 1922 e il 1923, hanno prodotto energia elettrica per alimentare l’industria tessile e cartaria nel secolo scorso mentre da quest’anno saranno a servizio della nuova industria emergente, ossia quella dell’intelligenza artificiale e dei data center.

 

Sui giornali locali la notizia è stata riportata come una buona pratica di sostenibilità aziendale (l’idroelettrico è considerata una fonte rinnovabile di energia elettrica) ma letta dal punto di vista delle valli e dei valligiani la stessa notizia invita a riflettere sull’utilizzo della risorsa comune, come l’acqua, sulle ricadute della comunità e sulla gestione delle centraline idroelettriche disseminate su Alpi e Appennini.

 

Un secolo di idroelettrico, dai telai ai data center

Le tre centrali comprate da Aruba (686 kW a Cafasse, 300 kW a Balangero, 610 kW a Lanzo Torinese) per un totale di circa 1,6 MW complessivi, producono insieme circa 10 GWh l’anno di energia elettrica, l’equivalente del consumo annuale di qualche migliaio di famiglie. Con questo acquisto il parco idroelettrico del gruppo Aruba sale a 11 impianti idroelettrici per una potenza complessiva di 11,6 MW e circa 60GWh di energia annua prodotta. Oltre alle tre centraline sullo Stura di Lanzo, altri quattro fiumi alpini sono parte di questo progetto: il Brembo e il Lambro in Lombardia, l’Astico in Veneto e il Fella in Friuli-Venezia Giulia.

 

La storia delle centraline sullo Stura inizia un secolo fa. La centrale di Balangero produce energia dal 1923, quelle di Cafasse e di Lanzo Torinese dal 1922. Costruite per alimentare cartiere e telai, hanno accompagnato l’industria tessile e cartaria che per decenni ha dato lavoro alle Valli. Nel corso del Novecento le cartiere e i cotonifici che quelle centrali alimentavano hanno conosciuto le sorti comuni a buona parte dell’industria alpina, tra cui ridimensionamenti, chiusure, cambi di proprietà, ma le centrali sono sopravvissute alle fabbriche che le avevano fatte costruire: sganciate dall’utenza originaria, sono diventate semplici impianti di produzione elettrica, ceduti nel tempo tra diversi operatori privati.

 

Il progetto di Aruba per acquistare energia rinnovabile risale al 2020, quando l’azienda ha inaugurato il proprio “parco energetico” rilevando 4 centrali e poi altre due nel bergamasco nel 2023. Nel campus di Ponte San Pietro, un altro luogo che nel secolo scorso ha visto l’acqua essere il vettore energetico dei telai prima di diventarlo per i data center, Aruba gestisce oggi il più grande sito italiano di data center, alimentato in parte dalla centrale idroelettrica interna sul Brembo e in parte dal fotovoltaico installato su tutti gli edifici. L’azienda si definisce un “prosumer” (un soggetto che consuma e produce energia allo stesso tempo) che acquista energia certificata da fonti rinnovabili per la parte rimanente di fabbisogno annuale che non riesce ad autoprodurre in loco. È un modello di avanguardia energetica rispetto a molte altre aziende che si limitano a comprare certificati di origine rinnovabile senza costruire una propria infrastruttura di produzione energetica.

 

 

Il “carbone bianco” del XXI secolo

Secondo l’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, la capacità complessiva dei data center italiani era di circa 609 MW nel 2025 e potrebbe salire fino a 2,3 GW entro il 2035 nello scenario più probabile e fino a 4,6 GW in quello più estremo. Secondo dati dell’International Energy Agency (IEA), nel 2024 i data center di tutto il mondo hanno consumato circa 415 terawattora di elettricità, l’1,5% della domanda mondiale, e la stessa agenzia stima che questo valore possa arrivare entro il 2030 a un consumo elettrico paragonabile a quello attuale del Giappone. L’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) è un moltiplicatore di questa crescita: i nuovi modelli richiedono una potenza di calcolo molto superiore rispetto alle applicazioni attuali e di conseguenza un maggior consumo di energia, e di acqua per raffreddare i rack.

 

L’acqua delle Alpi diventa un asset ambito, oggi come 100 anni fa. A inizio ‘900 l’idroelettrico alpino era definito il carbone bianco d’Italia, che avrebbe reso il paese energeticamente indipendente sfruttando un territorio che non aveva giacimenti di combustibili fossili ma che poteva puntare sull’orografia del proprio territorio. Fino al 1962 la produzione elettrica italiana era in mano a poche società private (tra cui la tristemente nota SADE). Il 27 novembre di quell’anno la Camera approvò la legge di nazionalizzazione del sistema elettrico, che accorpò circa 1.270 aziende in un unico ente pubblico, l’Enel, con l’obiettivo dichiarato di dare al Paese un’infrastruttura elettrica unitaria e capillare. Questo monopolio durò fino agli anni ’90, quando Enel diventa una società per azioni e nel 1999 Il mercato elettrico fu liberalizzato con il Decreto Bersani. Da allora il patrimonio idroelettrico italiano è entrato in una fase di progressiva frammentazione e ricomposizione in mano a soggetti privati, italiani e stranieri, le cui sedi spesso sono lontane dai territori che ospitano gli impianti. Oggi del “carbone bianco” resta l’enorme parco idroelettrico e le discussioni sul rinnovo delle grandi concessioni idroelettriche, un impegno assunto nel quadro del PNRR dove circa l’80% di queste concessioni risulta già scaduto o in scadenza entro il 2029.

 

Possiamo parlare di un nuovo “estrattivismo”?

Istituito nel 1953, il “sovracanone” dei Bacini Imbriferi Montani (BIM) porta alle casse dei comuni del bacino idrografico una somma annuale come “compensazione” per l’utilizzo delle acque pubbliche. In poche parole, è il riconoscimento che la montagna non “regala” le proprie risorse naturali. Per gli impianti sopra i 200kW questo canone si attesta a circa 30€ ogni kW installato che, nel caso delle tre centraline idroelettriche piemontesi, ammonta a circa 45-50 mila euro l’anno da dividere tra i comuni del bacino. Una cifra sufficiente a dare la misura del divario tra i benefici aziendali (reputazione, energia a basso costo) e le ricadute economiche sui territori. Da anni gli enti che rappresentano i piccoli Comuni di montagna, a partire dall’Uncem, l’associazione nazionale dei Comuni ed Enti montani chiedono di aggiornare questi meccanismi, nati in un’Italia molto diversa da quella di oggi, e di dare alle comunità locali un ruolo più forte proprio nella fase in cui le concessioni vengono rinnovate o cedute a terzi.

 

Possiamo parlare quindi di un nuovo estrattivismo digitale? Il termine, nato per descrivere i meccanismi predatori delle grandi aziende occidentali verso i territori del Sud globale, negli ultimi anni si sta applicando anche alle montagne italiane, dalle Alpi agli Appennini. Si parla di estrattivismo quando si citano le cave sulle Alpi Apuane o quando si parla di turismo di massa sulle Dolomiti: entrambe azioni che estraggono valore (che può essere economico o sociale) da un ambiente naturale senza lasciare ricadute effettive. Il caso delle centraline sullo Stura sembra seguire questo schema dove il valore estratto, portato lontano dalle Valli di Lanzo e dal Piemonte, serve ad alimentare un’industria privata. La transazione, del tutto legale e stipulata tra due enti privati, non priva la valle di nulla che già non fosse in mani terze prima dell’arrivo di Aruba. Le centraline restano in funzione e vengono probabilmente manutenute in modo più scrupoloso di quanto lo sarebbero se fossero rimaste in mano a un piccolo operatore locale in difficoltà. Quello che viene estratto, in questo caso, non ha il suono di una ruspa o l’impatto visivo di una cava di marmo ma è il valore energetico di una fonte rinnovabile radicata in un territorio e che avrebbe potuto supportare la transizione energetica per i comuni della valle, anziché andare ad aggiungere MWh sul bilancio di una impresa il cui core business sono i data center.

 

Il caso in questione è il primo in Italia ma non è un caso isolato a livello mondiale. Sempre più aziende del digitale usano l’energia rinnovabile come infrastruttura strategica, spesso acquisendo impianti esistenti. Con la crescita della domanda dei data center, altre valli si troveranno presto a porsi la stessa domanda: se gli impianti idroelettrici esistenti (spesso mini-idroelettrico, spesso a fine concessione, spesso in mano a operatori locali privi delle risorse per riammodernarli) debbano continuare a servire prima di tutto il territorio che li ospita, o possano diventare semplici “asset” nella strategia energetica di un’azienda che ha sede altrove.

 

La vera domanda, per le Valli di Lanzo di oggi come per tutte le valli alpine che vivranno lo stesso passaggio nei prossimi anni, non è se queste operazioni siano legali: lo sono. È chi ha voce in capitolo su come viene usata l’acqua che cade ed attraversa i propri territori, e se continuerà a essere più facile tenere acceso qualche ora in più un server in pianura, piuttosto che accendere, con la stessa energia, un progetto di sviluppo per la valle che quell’energia la produce. Le turbine di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese continueranno comunque a girare, indifferenti a chi le possiede. Sta alla politica locale e nazionale, e alle comunità montane stesse, decidere se il “carbone bianco” del XXI secolo lascerà loro qualcosa in più di un sovracanone.




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