Il Monviso non c’è dubbio che è una di quelle montagne cui nei secoli gli è stato affidato un ruolo di esemplarità. Questa sua esemplarità possiamo ancora sottolinearla nell’estate 2026: molti sono gli “exempla” che ci parlano delle crisi che stiamo attraversando. Non a caso è anche stato scelto dalla Carovana dei ghiacciai come tappa conclusiva della campagna 2026. E allora a partire da qui, dal ghiacciaio, rintracciamo quei segnali d’allarme esemplificativi che possiamo leggere guardando al Monviso.

In apertura Monviso (Ph. L. Serenthà/Fatti di Montagna)
La Carovana dei ghiacciai 2026, campagna internazionale di Legambiente che osserva i ghiacciai alpini in collaborazione con CIPRA Italia e la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana, ha terminato il suo viaggio ai piedi del Monviso, puntando i riflettori sull’ormai ex ghiacciaio Coolidge. Mai scelta avrebbe potuto essere più azzeccata, perchè ci sono montagne a cui più di altre viene riconosciuta un’aurea simbolica. Il Monviso è una di queste: per la sua, forma iconica, la sua riconoscibilità e la sua visibilità anche dalla pianura, gli è stato affidato un ruolo di montagna esemplare.
Per i Romani fu il Monte visibile (Mons Vesulus), fu esempio di natura selvaggia per Virgilio nell’Eneide, mentre per Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia è il monte più alto delle Alpi. Secoli dopo sarà uno dei punti di riferimento nella geografia Dantesca (citato nel Canto XVI dell’Inferno) per poi, procedendo per sommi capi, arrivare nell’800 quando con la nascita degli stati nazionali gli verrà affibbiata anche un’esemplarità politica. Nel 1863 viene scelto da Quintino Sella per la salita attraverso la quale lancerà l’idea di fondare un club alpino italiano.
Venendo ai giorni nostri mi piace notare come questa sua esemplarità, a volerla leggere, continui. Come ignorare i segnali del Re di pietra? In un giorno di fine estate, stando ai piedi del Monviso e subendone il fascino che non viene mai meno, avremmo potuto notare, a partire dal citato ex-ghiacciaio, diversi “exempla” di alcune delle crisi che stiamo attraversando. La Carovana dei ghiacciai ha evidenziato tre “allert rossi”, ma uscendo dal campo della criosfera e idrologico possiamo individuarne anche altri.
Ex ghiacciaio Coolidge: ghiacciai che scompaiono
L’ex ghiacciaio Coolidge lo chiamiamo ex, proprio perché non può più essere considerato tale. Non avendo più quella dinamicità di accumulo e scorrimento a valle necessaria per considerare “vivo” un ghiacciaio, dal 2022 è stato declassato a glacionevato. Il Coolidge il 6 luglio dell’89 manifestò con un clamoroso crollo, uno dei primi importanti episodi di instabilità glaciale geomorfologica dell’epoca recente sulle Alpi. Si generò una tumultuosa valanga di ghiaccio che si inabissò nel ripidissimo Canalone Coolidge sino ad impattare sul sottostante Ghiacciaio Inferiore, per poi espandersi sul fondovalle nell’area circostante il Lago Chiaretto. (Nimbus) Fortunatamente era sera e non ci furono persone coinvolte. Era un primo importante segnale che arrivava dal Monviso. Di quel ghiacciaio, come constatato dalla Carovana dei Ghiacciai, “restano solo delle placche di ghiaccio arroccate in una nicchia e circondate da un mare di rocce e detriti, mentre la montagna diventa sempre più instabile”.
Il crollo di roccia: la degradazione del permafrost
Infatti questa instabilità, neanche a farlo apposta, si è nuovamente palesata il 1° settembre, nei giorni in cui la Carovana arrivava ai piedi del Monviso, con un consistente crollo di roccia avvenuto sul versante nord-est. Ancora una volta fortunatamente senza coinvolgere persone e neanche il vicino Rifugio Quintino Sella. Si tratta solo dell’ultimo di una serie di episodi piccoli e grandi: chi frequenta la zona d’estate ha ormai nelle orecchie il suono dei piccoli crolli che avvengono continuamente. Importante fu crollo del 26 dicembre, un grosso distacco dal Torrione Sucai (sempre parete nord-est) di cui sulla successiva relazione ARPA Piemonte si legge: “Tenendo conto della quota e dell’esposizione del settore di parete crollato si può ipotizzare che, oltre alla fratturazione della roccia, la degradazione del permafrost abbia rivestito un ruolo determinante nell’innesco del processo.”
La criosfera a causa dell’innalzamento delle temperature in tutto il mondo sta mutando velocemente, troppo velocemente e come ribadito dalla Carovana dei Ghiacciai “Non è caldo. È crisi climatica”.
Rock glacier: riserve d’acqua?
Parlando di criosfera, come notato dalla Carovana, una sottolineatura va fatta alla presenza di Rock glacier: “la presenza di rock glacier, particolari elementi geomorfologici costituiti da detriti rocciosi permeati da ghiaccio che si sviluppano nelle aree periglaciali a spese di falde detritiche e morene.” I Rock giacer sono elementi da studiare e monitorare: in quanto sebbene sia aumentata la velocità con cui scorrono a valle e la loro instabilità, fondono più lentamente dei ghiacciai e possono costituire importanti riserve d’acqua.


Il Po: acqua limitata e interdipendenza montagna-pianura
Proprio la crisi idrica ha anch’essa al Monviso un forte richiamo esemplificativo: la sorgente del Po. “Questa estate -scrive Legambiente – è stato il simbolo della sofferenza dei grandi fiumi la cui acqua deriva da ghiacciai e neve. Secondo i dati Arpa Piemonte questa estate il fiume Po (a isola sant’Antonio), a causa della crisi climatica, ha registrato un deficit di portata del – 76%, a luglio del – 79%, mentre ad agosto, complici le piogge, si è attestato al – 40%. “
Il Po con la forte riduzione di portata ci ha ricordato non solo che non possiamo considerare l’acqua risorsa illimitata, ma anche che montagna e pianura non sono realtà separate, ma dipendano l’una dall’altra. e per questo sono importanti le governance comuni. Concetto ribadito dallo striscione, srotolato al lago Chiaretto dalla Carovana dei Ghiacciai, per una governance europea dei ghiacciaci e delle risorse connesse
Ma ai piedi del Monviso in questa fine estatate ci è sembrato di poter leggere altri esempi delle difficoltà che accomunano molti dei territori montani.


Impianti di Crissolo: bisogno di nuove strategie
La funivia di Crissolo, che sale con magnifica vista sul Monviso, da qualche anno funziona a singhiozzo per una serie di vicissitudini che hanno portato diverse difficoltà nella ricerca di un gestore della stessa segggiovia e degli ski-lift immediatamente a monte. Quest’estate fortunatamente la seggiovia ha funzionato, fatta eccezione per un’interruzione intorno al 19 agosto “per motivi tecnici” e a inizio settembre il comune ha aperto un nuovo bando per l’affidamento. Gli ski-lift è ormai anni che sono fermi. Qui non si vuole entrare nel merito, ma viene inevitabilmente da pensare osservando questi, ormai vecchi, impianti inoperosi da diverso tempo dove ormai è un’eccezione vedere innevate le piste nel periodo dicembre-gennaio quando ci sarebbe il massimo afflusso di turisti. Impianti come questi evidenziano che nell’offerta turistica è necessario un cambio di paradigma, il modello che funzionava 30-40 anni fa ora non è più praticabile e serve una nuova visione: non solo un’offerta turistica differenziata che non sia dipendente dalla neve, ma anche un turismo a sostegno della comunità che vive lì tutto l’anno (e non viceversa). Ogni luogo ha le sue peculiarità, non ci sono facili ricette, ma Pian Giasset, da dove partono gli ski-lift di Crissolo, avrebbe tutte le carte in regola per trasformarsi da esempio di reiterazione di un modello non più attuale ad esempio di luogo dove il turismo dolce convive bene con il territorio e le altre economie che vi sono presenti.
Ostana: l’impegno rischia di non bastare senza sostegni strutturali
Ostana, che guarda il Monviso dall’adrech, dal versante solatio della Valle Po pur essendo un esempio di comune virtuoso che è riuscito negli ultimi 30 ad evitare l’abbandono e a tornare vivo fino a riaprire l’asilo 0-3 anni, non è immune da rischi. Un “allert” quest’estate anche lì è suonato. Il rischio, per ora molto concreto, è di dover chiudere il servizio asilo per mancanza di bambini. Sarebbe triste, ma il fatto ci ricorda che questi processi virtuosi non sono dati una volta per tutti. Se non sostenuti da politiche nazionali strutturali, anche un comune che fra i primi è riuscito ad invertire la tendenza demografica, rischia di non farcela con le sole proprie forze. Vivere in montagna e sviluppare un’economia locale non è semplice. I comuni montani e le aree interne possono essere, anzi sono, una risorsa su tutto il territorio italiano, ma non lo saranno se lasciati a cavarsela da soli o se addirittura prevale il pensiero che siano un peso per i conti pubblici. Senza sostegni economici adeguati i piccoli comuni rischiano di cadere nel vortice dei bandi per racimolare risorse. Senza una seria politica fiscale a loro favore e a favore di chi vuole andare a viverci avviando un’attività economica, è difficile attrarre nuovi residenti.
Vero che in alcuni comuni che sono stati capaci, come Ostana, di avviare dei processi di riattivazione delle comunità si sta registrando un ritorno di residenti. Questo è importantissimo che avvenga e dimostra la potenzialità dei territori montani. L’alert di Ostana però dice che non bisogna raccontare che è facile e che un supporto strutturale a questi processi ne aiuterebbe il consolidamento.


A cosa servono gli esempi?
Non escludo si possano trovare anche altri “allert esemplari” nei dintorni del Monviso. Ma questa esemplarità che assegnamo al Monviso a che serve? Non è un gioco di fine estate e sappiamo bene che di simili segnali sono piene le Alpi, gli Appennini e tutte le montagne del mondo. E non è nemmeno un miscuglio di argomenti che non centrano l’uno con l’altro, perchè la vita di chi vive in montagna, ma, in modi diversi, anche di chi non ci vive, è influenzata da tutte queste cose messe assieme.
Gli esempi servono a dare concretezza e a fissare nella mente i concetti: quando pensiamo al Monviso, oltre che alla sua bellezza, dovremmo pensare agli effetti della crisi climatica, e più in generale della crisi degli ecosistemi e ricordarci che la montagna può essere una risorsa solo a fronte di strategie e politiche lungimiranti. Ciascuno poi potrà leggere gli “exempla” sulle montagne e nei territori che preferisce e che conosce, ma ignorarli, dire che è sempre stato così o che non c’è alternativa, non è una buona idea.
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