Scade la convenzione con il Comune, chiude l’unico bar del paese. «Dove andiamo adesso?»


Fuori dal Bar Lo Scoiattolo di Castagneto Po, domenica, c’erano due cartelli. E forse raccontano questa storia meglio di qualsiasi comunicato stampa.

Il primo, scritto a pennarello e appeso al muro: «Domenica 13 settembre è l’ultimo giorno di apertura del Bar “Lo Scoiattolo”, così come lo avete conosciuto negli ultimi 9 anni… Sarà l’occasione per ringraziare tutti quelli che vorranno passare anche solo per un saluto».

Sotto, un altro foglio. Una sola parola, enorme: «Grazie!!!». Poco distante, sulla lavagna di legno utilizzata normalmente per annunciare orari e appuntamenti, Matteo aveva scritto ancora: «Oggi aperto… per l’ultima volta… Grazie a tutti!! Quotidianamente avete sostenuto “Lo Scoiattolo” in tutti questi anni».

Nessun proclama, nessuna guerra dichiarata al Comune, nessuna accusa. Solo la fine di nove anni di lavoro. Eppure dietro quelle parole, a Castagneto Po, si è aperta una discussione che va molto oltre la concessione di un bar comunale. Perché la domanda che in queste ore si fanno in tanti è terribilmente semplice: come è possibile che in un piccolo paese, mentre tutti parlano di spopolamento, desertificazione commerciale e necessità di tenere vivi i territori, si arrivi a chiudere proprio un’attività che funziona?

È questo il punto. Ed è anche il cortocircuito di questa storia.

Lo Scoiattolo non chiude perché non ha clienti. Non chiude perché il gestore ha deciso di mollare. Non chiude perché l’attività non è più sostenibile. Chiude perché termina una concessione comunale, perché quel rapporto non può essere ulteriormente rinnovato direttamente e perché il Comune deve eseguire altri lavori nell’immobile prima di procedere con un nuovo affidamento. Tutto formalmente spiegabile. Ma la vita dei paesi non entra sempre perfettamente dentro una pratica amministrativa. E così domenica Castagneto si è ritrovata davanti al bar quasi per un saluto collettivo: clienti abituali, amici, persone che magari non bevevano il caffè lì ogni giorno ma che sapevano che quel posto c’era. Che alle sei del mattino qualcuno attraversava la strada, alzava la serranda, sistemava il locale, preparava le brioche. Che d’estate si poteva arrivare fino alle dieci di sera e d’inverno fino alle otto. Che, tranne il lunedì, una porta rimaneva aperta.

Matteo Tito, castagnetese, aveva preso in mano lo Scoiattolo quando il locale era chiuso da circa un anno e mezzo. Lo aveva riallestito, aveva investito, ci aveva messo attrezzature e arredi propri. Poi aveva fatto la cosa che sulla carta sembra più semplice e che, invece, nei piccoli centri è spesso difficilissima: aveva fatto funzionare il locale. Per nove anni. Tutto l’anno. Con una clientela che non arrivava soltanto da Castagneto Po, ma anche da Chivasso, Settimo Torinese, Volpiano e persino da Torino. Una persona, salutandolo, domenica ha usato forse la definizione più efficace di tutte: «Grazie di averci offerto un bar normale». Un bar normale. In una città sarebbe quasi una banalità. In un piccolo Comune può essere un servizio. Può essere persino un presidio.

Ed è qui che la vicenda dello Scoiattolo smette di essere soltanto una storia di concessioni, gare e lavori ed entra in un problema molto più grande: lo svuotamento progressivo dei piccoli Comuni. Da anni UNCEM, l’Unione nazionale dei Comuni, Comunità ed Enti montani, insiste su questo punto: nei territori fragili un bar, un negozio, un’attività di vicinato non sono soltanto esercizi commerciali. Sono presìdi sociali. Sono luoghi che tengono insieme comunità, servizi, relazioni. La desertificazione commerciale non comincia quando chiude tutto: comincia molto prima, quando scompare un pezzo alla volta. Prima una banca, poi un negozio, poi un servizio, poi un bar. E a un certo punto il paese esiste ancora sulla cartina, ma sempre meno nella vita quotidiana.

È una dinamica che riguarda centinaia di piccoli centri italiani e che UNCEM denuncia da anni, chiedendo politiche specifiche per impedire che le aree interne e montane perdano abitanti, attività e servizi. Perché la perdita di un esercizio di prossimità non è mai soltanto economica. Quando chiude un servizio, la qualità della vita peggiora. Quando peggiora la qualità della vita, diventa un po’ meno conveniente restare. Una famiglia valuta se trasferirsi. Un anziano diventa più isolato. Un giovane guarda altrove. Una casa resta vuota. E ogni vuoto rende più difficile mantenere ciò che è rimasto. È una catena lenta, quasi invisibile, ma devastante.

Per questo un bar, in certi contesti, diventa infrastruttura sociale. È il posto dove una persona anziana incontra qualcuno, dove si ferma chi accompagna i bambini, dove si incrociano residenti e persone di passaggio, dove trovano appoggio iniziative, eventi, famiglie, camminatori, ciclisti. È anche il posto dove si beve un caffè, certo. Ma ridurlo a questo significa non capire come funzionano i piccoli paesi. Da anni si organizzano convegni sulla necessità di riportare famiglie nei borghi, si parla di turismo lento, cammini, smart working, residenzialità, attrattività delle aree interne. Poi però la domanda vera resta sempre la stessa: quando una famiglia arriva, cosa trova? Perché nessuno sceglie di vivere in un paese soltanto per il panorama. Servono strade, scuola, medico, internet, trasporti, negozi. E serve anche un posto dove incontrare qualcuno.

Il bar Lo Scoiattolo di Castagneto Po

La cosa curiosa è che tutto questo riguarda direttamente Castagneto Po, un Comune che rientra pienamente in quel mondo di territori collinari e montani per i quali oggi si moltiplicano programmi e politiche contro lo spopolamento. Ed è proprio qui che il paradosso diventa difficile da ignorare: mentre a livello nazionale si parla di mantenere servizi e presidiare i piccoli Comuni, a Castagneto chiude, almeno temporaneamente, uno dei luoghi di aggregazione più frequentati. Naturalmente sarebbe troppo facile ridurre tutto a «il Comune chiude il bar». La storia è più complessa, e le ragioni dell’Amministrazione guidata dal sindaco Danilo Borca vanno raccontate.

Il locale appartiene al Comune. Non siamo quindi davanti a un normale contratto d’affitto tra privati, ma a una concessione di un bene pubblico. La concessione in essere terminerà formalmente il 15 ottobre 2026. Secondo quanto spiegato dall’Amministrazione, il rapporto prevedeva un periodo iniziale e un solo rinnovo. Quel rinnovo è già stato utilizzato. Proseguire ancora con lo stesso affidamento diretto significherebbe, nella ricostruzione del Comune, sottrarre il bene a una nuova procedura pubblica. Il nuovo gestore dovrà dunque essere individuato mediante bando, al quale potrà naturalmente partecipare anche Matteo. Fin qui la legge. Poi ci sono i lavori. Nel corso di un recente intervento di ampliamento dei locali, in una porzione delle pannellature della parete perimetrale verso i campi da bocce è stata rilevata la presenza di amianto crisolito, indicata dal Comune in una percentuale del 10 per cento. Quella parte è stata rimossa nel rispetto delle procedure previste. A quel punto l’Amministrazione ha deciso di intervenire anche sulle pareti residue e di procedere con una più ampia ristrutturazione edile e impiantistica.

Scelta comprensibile. Quando c’è di mezzo l’amianto, la salute pubblica viene prima di tutto. Il problema, però, non è tanto il perché. È il come. E soprattutto il quando. Il Comune assicura che progettazione, lavori e procedura per il nuovo affidamento vengono portati avanti parallelamente proprio per ridurre i tempi della chiusura. Ma oggi manca l’informazione che interessa maggiormente ai cittadini: quando riaprirà il bar? Un mese? Tre mesi? Sei? Un anno? Nei commenti comparsi in queste ore ricorre sempre la stessa paura: che una chiusura annunciata come temporanea finisca per durare molto più del previsto. Non servono insinuazioni su gare già decise o altri retroscena privi di elementi concreti. La domanda seria è molto più semplice: era davvero impossibile organizzare prima una transizione capace di ridurre al minimo il periodo senza servizio?

La scadenza della concessione non è arrivata all’improvviso. Era conosciuta. La necessità di un nuovo affidamento era conosciuta. I lavori all’immobile erano già in corso. Ed è proprio su questo terreno che l’Amministrazione dovrà probabilmente offrire qualche spiegazione in più. Perché Matteo racconta di non aver avuto, prima della chiusura, un nuovo bando al quale potersi candidare per tentare di garantire una continuità. Il Comune, invece, fa sapere che le procedure per il nuovo affidamento sono state avviate parallelamente alla progettazione e all’esecuzione degli interventi. Nel mezzo resta un fatto molto concreto: domenica il bar ha chiuso e da lunedì il paese quel servizio non ce l’ha più.

La concessione terminerà formalmente il 15 ottobre, ma Matteo Tito non poteva continuare a servire caffè fino alla sera del 14 e consegnare un locale vuoto la mattina successiva.

Dentro lo Scoiattolo c’è quasi tutto materiale acquistato negli anni dal gestore: attrezzature, arredi, merci, mobili. Nove anni di investimenti che adesso devono essere smontati e portati via. Ecco perché la chiusura al pubblico è arrivata prima della scadenza formale.

C’è poi un altro elemento che nei comunicati amministrativi rischia di diventare una semplice riga, mentre nella vita reale pesa parecchio: le persone che lavorano lì. Nell’ultima fase della gestione dello Scoiattolo erano sei. Sei persone non sono una statistica. In un paese delle dimensioni di Castagneto Po sono sei posti di lavoro e sei storie. Tutti conoscevano la scadenza della concessione, certo. Ma questo non cancella una domanda: quando un’Amministrazione si trova a gestire un bene pubblico che ospita un’attività economicamente sana e con diversi dipendenti, la continuità del servizio non dovrebbe diventare una parte centrale della programmazione?

Non significa regalare qualcosa al gestore uscente. Non significa saltare una gara. Non significa trasformare una concessione in un diritto acquisito. Significa cercare di far convivere legalità amministrativa e tutela del tessuto economico e sociale. Perché le regole servono alla comunità, ma non possono essere considerate l’inizio e la fine di qualsiasi ragionamento. Un’amministrazione pubblica non dovrebbe soltanto essere quella che dice «non possiamo fare diversamente». Dovrebbe essere quella che, quando davvero non può fare diversamente, cerca almeno di fare in modo che le conseguenze siano le meno pesanti possibili.

Ed è qui che tornano quei cartelli. «Oggi aperto… per l’ultima volta».

Domenica tanti castagnetesi sono passati anche soltanto per salutare. Qualcuno con il magone, qualcuno per ringraziare Matteo Tito e i suoi, qualcuno per rivedere persone incontrate lì per anni.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente del valore sociale assunto da quel posto. Nessuno organizza un saluto collettivo per un distributore automatico. Ci si ritrova per salutare un luogo dentro il quale sono passati pezzi della propria vita.

Il Comune ha scritto che il proprio obiettivo è garantire una rapida riapertura del pubblico esercizio non appena completato l’adeguamento dei locali. Bene. È un impegno importante, e sarà inevitabilmente un impegno da verificare nei prossimi mesi. Perché Castagneto Po non ha bisogno di un altro spazio vuoto. Ha bisogno che quel bar torni ad aprire il prima possibile. Con Matteo, se parteciperà e vincerà la gara. Con un altro gestore, se sarà un altro a presentare l’offerta migliore. Questo lo stabiliranno le procedure. Ma una cosa dovrebbe essere indipendente dal nome scritto sulla concessione: il paese non può permettersi di perdere un luogo che funzionava.

Domenica, sulla lavagna dello Scoiattolo, il titolare non ha scritto polemiche. Ha scritto “grazie“. Ed è forse proprio quel grazie a rendere ancora più evidente il problema. Perché la vera emergenza dei piccoli Comuni non comincia quando l’ultimo abitante carica le valigie in macchina e se ne va. Comincia molto prima, ogni volta che chiude una porta, scompare un servizio, un luogo frequentato diventa vuoto e per fare una cosa normale bisogna prendere l’auto e andare altrove.

I paesi non si spopolano tutti insieme. Si svuotano un pezzo alla volta. E adesso, a Castagneto Po, c’è un pezzo in meno.




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