Trentasei anni dall’assassinio del giudice, quarant’anni dalla strage di Porto Empedocle e 29 dall’omicidio del vigile urbano di Palma. Il ricordo di Livatino nelle testimonianze del collega Luigi D’Angelo
AGRIGENTO – Tre storie diverse, una sola data. Il 21 settembre attraversa quarant’anni di storia della provincia di Agrigento e ne riapre alcune delle ferite più profonde.
Il 21 settembre 1990 veniva assassinato Rosario Livatino. Quattro anni prima, il 21 settembre 1986, Porto Empedocle era stata teatro di una delle pagine più sanguinose della guerra di mafia agrigentina. Sette anni dopo Livatino, il 21 settembre 1997, a Palma di Montechiaro veniva ucciso Giovanni Fazio, agente della Polizia municipale.
Tre anniversari che oggi si sovrappongono: 36 anni dalla morte di Livatino, 40 dalla strage di Porto Empedocle e 29 dall’assassinio di Fazio.
Livatino, il magistrato prima del simbolo
La ricorrenza principale resta inevitabilmente quella di Rosario Angelo Livatino, assassinato mentre da Canicattì raggiungeva Agrigento. Oggi la sua figura appartiene alla memoria collettiva e, dopo la beatificazione del 2021, anche alla storia della Chiesa.
Poco più di quattro mesi dopo l’omicidio, il 26 gennaio 1991, l’aula delle udienze del Tribunale di Agrigento venne dedicata alla sua memoria. A tenere la commemorazione, durante l’assemblea straordinaria della sottosezione agrigentina dell’Associazione nazionale magistrati, fu Luigi D’Angelo, collega e amico di Livatino e autore del volume Rosario Livatino. Tra magistratura e fede operosa, recentemente presentato alla Biblioteca Lucchesiana di Agrigento.
Il rapporto tra i due era stato intenso soprattutto sul piano professionale. D’Angelo racconta di avere condiviso con Livatino, per due mandati consecutivi, la rappresentanza locale dell’Associazione nazionale magistrati. E c’è un particolare che restituisce la vicinanza professionale tra i due: nell’estate del 1990 lavorarono insieme nella sezione feriale del Tribunale fino a tre giorni prima dell’uccisione di Livatino.
Dalle pagine del libro emerge anche il carattere estremamente riservato del magistrato. Livatino custodiva gelosamente la propria vita privata, non aveva mai concesso una fotografia né un’intervista alla stampa e, terminato il lavoro, tornava a casa dove lo attendevano gli anziani genitori.
Ma quella riservatezza conviveva con un impegno professionale fuori dal comune. Il Tribunale di Agrigento era allora, ricorda D’Angelo, un piccolo presidio chiamato ad affrontare una criminalità organizzata particolarmente violenta.
Il metodo investigativo e la lotta alla mafia
È proprio sul terreno professionale che il racconto di D’Angelo offre alcuni degli elementi più interessanti.
Livatino aveva compreso la necessità di superare indagini condotte sui singoli episodi e senza un adeguato collegamento tra loro. D’Angelo lo definisce «un antesignano delle forme di coordinamento investigativo», un metodo che contribuì ai primi grandi processi contro la mafia agrigentina e alle prime applicazioni delle misure di prevenzione patrimoniali.
Emblematico il caso di una fattura falsa. Livatino non si fermò alla contestazione del singolo reato. Approfondì la posizione dell’imprenditore che l’aveva emessa, verificò chi avrebbe dovuto utilizzarla e seguì il percorso del denaro. Secondo la ricostruzione di D’Angelo, quell’indagine consentì di mettere in luce quello che appariva come un intreccio tra mafia, politica e imprenditoria, quando una lettura sistemica di questo genere era ancora tutt’altro che scontata.
Era la stessa provincia attraversata in quegli anni da una sanguinosa guerra di mafia. Ed è proprio qui che il ricordo di Livatino incrocia il secondo anniversario del 21 settembre.
Porto Empedocle, quarant’anni dalla strage
Il 21 settembre 1986, quattro anni esatti prima dell’omicidio Livatino, Porto Empedocle fu sconvolta da quella che sarebbe passata alla storia come la prima strage di Porto Empedocle.
Nell’agguato morirono Giuseppe Grassonelli, il figlio Gigi, Giovanni Mallia e Salvatore Tuttolomondo, insieme a Filippo Gebbia e Antonio Morreale, questi ultimi estranei alla guerra di mafia.
Era uno dei momenti più drammatici dello scontro mafioso che insanguinava la provincia. Una realtà che Livatino conosceva attraverso fascicoli, indagini e processi e alla quale cercava di contrapporre un metodo investigativo capace di andare oltre il singolo fatto criminale.
Le due storie, dunque, non appartengono soltanto alla stessa data del calendario. Appartengono allo stesso territorio e alla stessa stagione.
La fede e il mestiere di magistrato
Nelle pagine di D’Angelo emerge anche un altro elemento centrale nella figura di Livatino: il rapporto tra fede e professione.
Nel 1984 aveva tenuto una relazione sul Ruolo del giudice nella società che cambia, affrontando anche la necessità di un codice etico del magistrato. Due anni dopo, il 30 aprile 1986, sarebbe tornato pubblicamente sull’argomento con la conferenza Fede e diritto.
Per Livatino il compito del magistrato era innanzitutto quello di decidere: scegliere tra diverse tesi o soluzioni sapendo che quella decisione avrebbe potuto incidere profondamente sulla vita di un’altra persona.
D’Angelo individua nella fede una delle forze che alimentavano quell’impegno professionale e consentivano a Livatino di sostenere un lavoro durissimo e di accettarne anche i rischi.
Parole che acquistano un significato particolare rileggendo oggi quanto D’Angelo disse il 26 gennaio 1991, durante la cerimonia di intitolazione dell’aula del Tribunale. Erano trascorsi poco più di quattro mesi dall’assassinio e quella attesa era stata una scelta precisa.
«Noi non vogliamo dimenticare», disse D’Angelo, spiegando la volontà di evitare che la voce dei magistrati venisse confusa tra le cerimonie di rito destinate soltanto ad accompagnare una notizia di cronaca.
L’obiettivo era un altro: comprendere le ragioni dell’uccisione di Livatino e riflettere sulle difficoltà nelle quali la magistratura agrigentina combatteva il fenomeno mafioso.
Dopo quella commemorazione arrivò anche una lettera dei genitori del magistrato. Il padre Vincenzo Livatino, rivolgendosi a D’Angelo, scrisse che il ritratto del figlio corrispondeva pienamente all’uomo che avevano conosciuto: «Tutto corrisponde alla verità. Nulla di artefatto, nulla di convenzionale».
Giovanni Fazio, ucciso tornando dal lavoro
C’è infine un terzo 21 settembre.
Nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1997, a Palma di Montechiaro, venne assassinato Giovanni Fazio, 36 anni, agente della Polizia municipale originario di Sciacca.
Aveva terminato il proprio turno di lavoro e stava tornando a casa quando venne raggiunto da colpi d’arma da fuoco. Un delitto sul quale, a distanza di quasi trent’anni, resta una ferita aperta.
Successivamente le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati avrebbero ricondotto l’omicidio alla correttezza con cui Fazio svolgeva il proprio servizio. Ma il delitto è rimasto senza una piena verità giudiziaria.
Palma di Montechiaro ha scelto negli anni di conservarne la memoria, legando proprio al 21 settembre il ricordo del vigile urbano.
Una data che racconta un territorio
Canicattì, Agrigento, Porto Empedocle, Palma di Montechiaro. Luoghi e storie diverse che il calendario ha finito per unire.
Livatino è diventato il simbolo più conosciuto di quella stagione, ma ricordarlo significa anche guardare al territorio nel quale esercitò la propria funzione: una provincia nella quale la violenza mafiosa entrava nelle strade, nelle comunità, nell’economia e nelle istituzioni.
E forse è proprio dalle parole pronunciate da Luigi D’Angelo nel gennaio del 1991 che arriva il messaggio più attuale. Il rischio, già allora, era trasformare la memoria in una cerimonia, lasciare che il tempo metabolizzasse una notizia di cronaca fino a renderla lontana.
Trentasei anni dopo Livatino, quarant’anni dopo la strage di Porto Empedocle e ventinove anni dopo Giovanni Fazio, il 21 settembre ricorda invece quanto quelle storie continuino ad appartenere alla memoria di questa provincia.
Nella foto – Luigi D’Angelo con il magistrato Salvatore Cardinale, già presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, in un recente momento di commemorazione.
Segui il canale AgrigentoOggi su WhatsApp
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link







