La notizia dell’ingresso in carcere di Mario Adinolfi, disposto oggi a seguito dell’aggravamento della misura cautelare che già lo sottoponeva agli arresti domiciliari, merita una riflessione che vada oltre le contrapposizioni politiche e personali. Adinolfi è infatti una figura pubblica che ha assunto negli anni posizioni fortemente divisive e con la quale è possibile dissentire radicalmente su molte questioni. Ma proprio per questo è importante che il principio di garanzia valga anche nei confronti di chi non ci è politicamente vicino.
Adinolfi era agli arresti domiciliari dall’8 luglio nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma nella quale gli vengono contestate, allo stato delle indagini, ipotesi di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. L’inchiesta è nata dalle denunce di persone che gli avrebbero affidato somme di denaro nell’ambito di una cosiddetta “Scommessa Collettiva”. Si tratta di accuse che dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie competenti e rispetto alle quali vale naturalmente la presunzione di non colpevolezza.
Il nuovo provvedimento riguarda però un’altra questione. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, Adinolfi avrebbe violato ripetutamente il divieto di utilizzare dispositivi telefonici, informatici e telematici impostogli durante i domiciliari. Gli accertamenti avrebbero documentato 49 articoli pubblicati sul suo blog e 23 post su Facebook. Per questo il gip ha disposto l’aggravamento della misura, con il trasferimento in carcere.
È proprio su questo passaggio che appare legittimo interrogarsi, senza mettere minimamente in discussione l’autorità della magistratura e senza trasformare Adinolfi in una vittima politica.
La violazione delle prescrizioni non va minimizzata, ma il carcere dovtebbe restare una scelta estrema
Se una persona sottoposta agli arresti domiciliari viola consapevolmente le prescrizioni imposte dal giudice, è evidente che la violazione non può essere considerata irrilevante. E nel caso specifico non si parla, secondo quanto riportato dagli atti, di un episodio isolato, ma di un’attività reiterata sui social e sul web. È dunque comprensibile che l’autorità giudiziaria abbia ritenuto necessario intervenire.
Ma una cosa è riconoscere la legittimità dell’intervento giudiziario, altra cosa è non interrogarsi sulla proporzionalità della risposta.
Il punto problematico è che il comportamento contestato, per come è stato finora reso pubblico, consiste nell’aver utilizzato strumenti digitali e comunicato attraverso i social nonostante un preciso divieto. Non siamo dunque davanti, almeno per ciò che emerge pubblicamente, a un episodio di violenza, a una fuga, a una minaccia o a un’aggressione fisica.
La questione diventa allora quella del rapporto tra violazione di una prescrizione cautelare e necessità effettiva della custodia in carcere.
È una domanda che può essere posta anche senza condividere una sola delle idee politiche di Adinolfi.
Il diritto di parola non può diventare un privilegio, ma neppure il carcere può diventare una risposta automatica
C’è poi un aspetto ancora più delicato. Adinolfi è un giornalista, un ex parlamentare e un esponente politico. La sua attività sui social, per quanto possa essere discutibile nei contenuti e per quanto abbia eventualmente violato una prescrizione giudiziaria, appartiene alla dimensione della comunicazione pubblica.
Questo non significa che il diritto di espressione prevalga sulle decisioni giudiziarie. Non può essere così. Se il giudice impone una determinata limitazione, essa deve essere rispettata e le sue violazioni possono avere conseguenze.
Ma proprio perché siamo davanti a una persona che continua a svolgere attività di comunicazione, sarebbe auspicabile che il sistema giudiziario e quello dell’informazione mantenessero una particolare attenzione alla proporzionalità delle misure adottate.
La libertà personale è infatti uno dei beni più delicati tutelati dal nostro ordinamento. E la custodia cautelare in carcere, proprio per la sua natura, dovrebbe essere sempre sottoposta a un rigoroso vaglio di necessità e proporzionalità.
Non trasformare una vicenda giudiziaria in una gogna
La vicenda dovrebbe inoltre essere sottratta alla logica della gogna pubblica. Il titolo di un articolo, il commento politico o il giudizio personale non possono sostituire un processo.
Si può criticare Adinolfi. Si possono contestare le sue idee, il suo modo di fare politica, le sue campagne pubbliche e le sue posizioni su temi etici e sociali. Si può anche ritenere grave, qualora venga confermato, il comportamento contestatogli dagli inquirenti.
Ma proprio una cultura autenticamente garantista impone di tenere separati questi piani.
Il procedimento giudiziario dovrà stabilire se le accuse iniziali siano fondate e se le violazioni delle prescrizioni abbiano effettivamente determinato le condizioni per l’aggravamento della misura. Nel frattempo, la presunzione di non colpevolezza resta un principio fondamentale, non un favore concesso agli amici e negato agli avversari.
Il garantismo vale soprattutto quando riguarda chi non ci piace
È forse questo il punto politico e civile più importante della vicenda. Il garantismo è facile quando riguarda una persona con cui condividiamo idee e valori. Diventa molto più impegnativo quando riguarda qualcuno che consideriamo lontanissimo dal nostro modo di vedere il mondo. Eppure è proprio allora che il principio acquista il suo significato più autentico.
Per questo, pur rispettando pienamente le decisioni della magistratura e senza entrare nel merito delle accuse che saranno oggetto del procedimento, l’aggravamento fino alla custodia in carcere per l’utilizzo dei social durante i domiciliari suscita perplessità sul piano della proporzionalità della misura.
Non si tratta di difendere Mario Adinolfi dalle sue responsabilità: quelle, se accertate, dovranno essere affrontate nelle sedi appropriate. Si tratta piuttosto di difendere un principio che dovrebbe appartenere a tutti, indipendentemente dalle simpatie politiche: **la libertà personale è troppo importante perché il carcere possa essere considerato una risposta ordinaria e automatica alle violazioni, soprattutto quando esistono altri strumenti per garantire le esigenze cautelari. E questo principio vale anche per chi, come Adinolfi, può essere per molti aspetti lontanissimo da noi.
Aurelio Tarquini
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