Basta con una sinistra autoreferenziale, incapace di parlare a chi produce. Impresa, fisco per la crescita, sicurezza, Patria, Europa, privatizzazioni senza tabù e una nuova classe dirigente: il riformismo deve tornare a governare la realtà
di Carmelo Finocchiaro
La sinistra non ha perso il popolo perché ha difeso troppi diritti. Lo ha perso quando ha progressivamente separato la libertà civile dalla sicurezza materiale, il riconoscimento dal lavoro, l’universalismo dall’appartenenza e il lavoro dall’impresa che quel lavoro crea.
Per troppo tempo una parte del progressismo ha guardato all’impresa prevalentemente come a un soggetto da controllare, tassare e regolamentare, anziché come a uno dei luoghi nei quali si producono lavoro, innovazione, ricchezza e mobilità sociale.
È stata una frattura culturale prima ancora che economica.
L’impresa non è l’avversaria del lavoro. Impresa e lavoro devono tornare a essere parti dello stesso progetto di sviluppo.
Ma occorre affrontare anche un problema politico.
Una parte della sinistra ha progressivamente smesso di frequentare i luoghi nei quali si forma la vita materiale del Paese.
Meno fabbriche.
Meno botteghe.
Meno periferie.
Meno piccoli comuni.
Meno associazioni produttive.
Meno contatto con commercianti, artigiani, professionisti e piccoli imprenditori.
E contemporaneamente più convegni, più circuiti autoreferenziali, più discussioni comprensibili soltanto a chi appartiene già a determinati ambienti culturali.
È quella che provocatoriamente possiamo chiamare la sinistra dei salotti.
Non è una questione geografica né sociale. Non significa contrapporre chi possiede una laurea a chi non ce l’ha.
È un atteggiamento politico.
È pensare di conoscere i problemi delle persone senza ascoltarle.
È spiegare a chi vive un disagio che quel disagio è culturalmente sbagliato.
È parlare del lavoro senza conoscere un’impresa.
È discutere di sicurezza senza frequentare una periferia.
È parlare di tasse senza sapere cosa significhi per una piccola azienda affrontare ogni mese scadenze, anticipazioni, contributi e burocrazia.
Una forza popolare deve tornare dove vive il popolo reale.
L’impresa non può essere considerata culturalmente sospetta.
Quando un’azienda cresce, investe e assume, produce salari, competenze, forniture, consumi ed entrate pubbliche.
Naturalmente deve rispettare lavoratori, ambiente, sicurezza e legalità.
Ma la funzione della politica non è punire chi produce.
È creare un sistema nel quale l’impresa sana possa competere e crescere.
Bisogna distinguere impresa e rendita, investimento e speculazione, mercato e monopolio.
Il riformismo deve stare dalla parte di chi produce valore.
Anche sul fisco serve una rivoluzione culturale.
Una parte della sinistra ha troppo spesso interpretato la politica fiscale attraverso il paradigma del prelievo, della redistribuzione e del rigore.
Il rigore finanziario è necessario.
Ma il rigore deve essere uno strumento, non un progetto di società.
La domanda deve diventare: quale sistema fiscale genera più crescita, investimenti e lavoro?
Bisogna ridurre il peso sul lavoro, incentivare le assunzioni, favorire chi reinveste gli utili, sostenere innovazione e capitalizzazione.
Non un fisco contro l’impresa.
Non un fisco contro il lavoratore.
Un fisco per lo sviluppo.
E c’è un’altra parola davanti alla quale una parte della sinistra continua troppo spesso a reagire automaticamente: privatizzazione.
Dire sempre “no” non è una politica economica.
Ma neppure dire sempre “sì” lo sarebbe.
Il problema non è stabilire ideologicamente se pubblico sia sempre buono e privato sempre cattivo, o viceversa.
La domanda seria è:
quale soluzione produce più valore per cittadini, lavoratori e territorio?
Se l’ingresso di capitale privato porta investimenti che il pubblico non riesce a sostenere, innovazione, managerialità, nuovi mercati, crescita occupazionale e servizi migliori, rifiutarlo soltanto per ragioni ideologiche sarebbe un errore.
Se invece una privatizzazione significa semplicemente trasferire a un monopolista privato una rendita precedentemente pubblica, senza concorrenza, investimenti e garanzie, allora non produce automaticamente valore.
Questa è la differenza tra riformismo e ideologia.
Il riformista non chiede prima se un’impresa sia pubblica o privata. Chiede se funziona, quanto investe, quali servizi garantisce, quale valore crea e chi beneficia di quel valore.
Anche il patrimonio pubblico deve essere considerato con maggiore pragmatismo.
Lo Stato non dimostra di essere forte semplicemente perché possiede aziende, immobili e partecipazioni.
Uno Stato è forte quando utilizza bene le proprie risorse.
Può essere necessario mantenere un controllo pubblico nei settori strategici.
In altri casi può essere utile aprire il capitale.
In altri ancora cedere partecipazioni non strategiche può consentire di finanziare investimenti o ridurre debito.
Non esiste una risposta identica per tutto.
Il patrimonio pubblico deve produrre valore pubblico.
Questo deve essere il criterio.
Basta rappresentarli come due eserciti contrapposti.
Esiste un conflitto nella distribuzione del reddito e servono contratti, sindacati e regole.
Ma esiste anche un interesse comune enorme.
Se l’impresa non è competitiva, il posto di lavoro scompare.
Se il lavoratore è povero, l’economia opera dentro una società più debole.
Serve quindi un nuovo patto tra capitale produttivo e lavoro: salari migliori, produttività, partecipazione, formazione, sicurezza e investimenti.
La sicurezza è un diritto sociale.
È poter aprire un negozio senza subire estorsioni.
Prendere un autobus la sera.
Mandare un figlio a scuola.
Vivere in una periferia nella quale comanda lo Stato e non lo spacciatore.
Una sinistra moderna non deve regalare questa parola alla destra.
Deve rivendicarla.
Serve immigrazione legale e governata.
Servono integrazione, lingua italiana, lavoro regolare e rispetto delle leggi.
Servono frontiere governate.
Negare i problemi consegna il tema alla destra.
Trasformare ogni immigrato in una minaccia rende invece impossibile l’integrazione.
Il riformismo deve rifiutare entrambe le scorciatoie.
C’è una parola che la sinistra deve tornare a pronunciare senza imbarazzo: Patria.
La Patria non è nazionalismo.
È Costituzione.
È Repubblica.
È storia comune.
È appartenenza.
È responsabilità verso chi è venuto prima di noi e verso chi verrà dopo.
La Patria deve essere un valore indiscutibile anche per una sinistra moderna.
Si può amare l’Italia senza odiare nessuno.
Si può difendere l’interesse nazionale ed essere profondamente europeisti.
Anzi, abbiamo bisogno di un’Europa composta da democrazie forti, capaci di condividere sovranità e responsabilità.
La pace è un valore fondamentale.
Ma il pacifismo fine a se stesso non costituisce una politica estera.
Volere la pace non significa pensare che sia sufficiente dichiararsi pacifici perché una guerra finisca.
Esistono aggressori e aggrediti.
Esistono regimi autoritari.
Esistono minacce alle democrazie.
Diplomazia, deterrenza, alleanze e capacità di difesa non sono necessariamente il contrario della pace: possono essere strumenti attraverso i quali preservarla.
La sinistra riformista deve essere pacifica senza essere ingenua, europeista senza essere debole, patriottica senza diventare nazionalista.
Ma nessuna rivoluzione politica sarà credibile senza affrontare il problema della selezione della classe dirigente.
Troppo spesso i partiti parlano di partecipazione mentre le decisioni reali vengono assunte da gruppi ristretti.
Gli stessi nomi scelgono i propri successori.
Le stesse cerchie stabiliscono candidature e incarichi.
Si entra in un gruppo dirigente perché si appartiene a una corrente, non necessariamente perché si rappresenta una comunità o si possiedono competenze.
Questo meccanismo deve finire.
Un partito non può diventare una società per cooptazione.
La politica deve tornare a essere contendibile.
Congressi veri.
Partecipazione degli iscritti.
Primarie dove siano utili.
Confronto pubblico.
Merito.
Competenze.
Territorio.
Risultati.
Ricambio generazionale.
E soprattutto la possibilità di dissentire senza essere automaticamente considerati nemici.
Una forza riformista deve aprire porte e finestre.
Deve andare a cercare competenze nelle università, nelle professioni, nelle imprese, nel volontariato, nella scuola, nella sanità, nel terzo settore, nei sindacati e nelle amministrazioni locali.
Non basta ripetere che bisogna coinvolgere la società civile e poi candidare sempre le stesse persone.
Il rinnovamento non si annuncia: si pratica.
Un dirigente politico deve conquistare autorevolezza sul territorio, non soltanto all’interno della propria corrente.
E chi guida deve avere anche il coraggio di preparare chi verrà dopo.
C’è infine una malattia che attraversa parte della cultura politica italiana: considerare il “no” una prova di purezza.
No alle infrastrutture.
No alle privatizzazioni.
No alle trasformazioni urbane.
No agli investimenti privati.
No alle riforme perché non sono perfette.
No alle opere perché producono un impatto.
Naturalmente esistono progetti sbagliati e vanno fermati.
Ma una società non cresce soltanto impedendo. Cresce anche scegliendo, costruendo e assumendosi responsabilità.
Il riformismo deve recuperare la cultura del sì quando il sì produce valore, e del no quando esistono ragioni concrete per dirlo.
Non il sì ideologico.
Non il no ideologico.
La decisione.
La donna discriminata, l’operaio, il giovane precario, l’immigrato integrato, l’artigiano, il commerciante, il professionista, il militare, il servitore dello Stato e il piccolo imprenditore non sono categorie necessariamente contrapposte.
Possono essere parti della stessa comunità.
Il riformismo deve ricostruire questo “noi”.
Senza contrapporre diritti civili e sociali.
Lavoro e impresa.
Pubblico e privato.
Crescita e solidarietà.
Sicurezza e libertà.
Patria ed Europa.
Pace e capacità di difendere la libertà.
Serve una sinistra che smetta di parlare prevalentemente a se stessa.
Che torni nelle fabbriche e nelle imprese, nei quartieri e nei comuni.
Che ascolti lavoratori e imprenditori.
Che non consideri il profitto una colpa quando nasce da lavoro, rischio e innovazione.
Che utilizzi il fisco per favorire lo sviluppo.
Che valuti pubblico e privato sulla base dei risultati.
Che difenda sicurezza e legalità.
Che pronunci senza imbarazzo la parola Patria.
Che cerchi la pace ma sappia difendere la libertà.
E soprattutto una sinistra che smetta di autoprodurre eternamente i propri gruppi dirigenti.
Il riformismo non deve conservare un ceto politico.
Deve cambiare il Paese.
Meno salotti e più territorio.
Meno rendite e più impresa.
Meno tasse sulla crescita e più investimenti.
Meno tabù e più pragmatismo.
Meno cooptazione e più partecipazione.
Meno “no” ideologici e più capacità di decidere.
Questa può essere la strada di una sinistra nuovamente popolare, moderna e riformista.
Una sinistra che non abbia paura dell’impresa, della Patria, della sicurezza, dell’innovazione e della libertà.
Una sinistra che torni finalmente a governare la realtà, invece di limitarsi a giudicarla
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