Rossomando: «Giustizia, si riparte. Noi del Pd pronti alle vere riforme»


Nel 2021 il Pd non aveva una rappresentanza parlamentare debordante. Eppure fu decisivo. Lo fu, durante il mandato di Draghi, soprattutto quando si trovò a mediare con stoica perseveranza, innanzitutto sulla giustizia, fra l’ala moderata delle larghe intese e gli alleati 5 Stelle. Da ieri è come se i dem avessero rimesso le mani sul volante della politica giudiziaria, con la “Festa nazionale” dedicata proprio ai temi della pena, del processo, del carcere, all’avvocatura e alla magistratura, in corso a Scandicci, presso la Casa del popolo “Rita Atria”. Fitto programma di dibattiti su tutti i diversi dossier: «Un lavoro impegnativo, è chiaro, come sempre in politica, di qualsiasi materia si tratti», fa notare la vicepresidente dem del Senato Anna Rossomando, fra i principali promotori, insieme con la responsabile di dipartimento Debora Serracchiani, dell’evento che si concluderà domani mattina, con una “plenaria” in cui si confronteranno anche il presidente del Cnf Francesco Greco e il leader dell’Anm Giuseppe Tango.

Un “concorso di idee” per definire il programma del Pd sulla giustizia nella prossima legislatura?

Certamente il senso dell’iniziativa riguarda gli interventi da mettere in campo in un ambito così delicato, nel quale la maggioranza uscente ha fallito, si è limitata a misure spot, attribuibili al Viminale assai più che a via Arenula, senza alcun vero disegno riformatore.

È la pars destruens dei vostri tavoli a Scandicci. Da dove pensate di ricostruire, però?

Guardi, già nella giornata di apertura, e ancora in questi altri due giorni, c’è la critica per l’inconcludente azione dell’attuale governo, ma c’è anche la proposta. Con il referendum gli elettori hanno bocciato una riforma della magistratura dietro cui c’era l’idea di un potere politico incontrollato e senza contrappesi, ora i problemi andranno affrontati seriamente. Noi ne eravamo consapevoli, lo siamo stati durante le stagioni riformatrici di Orlando e Cartabia, abbandonate dal centrodestra per lasciare spazio a inasprimenti delle pene, aggravanti, all’ossessione della sicurezza. Uno stravolgimento della politica giudiziaria al quale intendiamo mettere mano.

Dietro la separazione delle carriere c’era l’obiettivo di emancipare il giudice dallo strapotere politico-associativo del pm: davvero ritenete insignificante tale squilibrio, anche in relazione al rapporto fra politica e magistratura?

Innanzitutto noi abbiamo già pronti diversi disegni di legge che intervengono anche sulle garanzie nel processo, e accolgono dunque le esigenze emerse dal dibattito pre-referendario, a cui il governo ha risposto in modo fallimentare. Ciò detto, mi pare che nel rapporto fra magistratura e politica oggi il vero problema sia la pretesa sovranista e suprematista, italiana e non solo, di poter insorgere contro qualsiasi controllo, anche giudiziario, e di ridurre la magistratura a una funzione ancillare, addirittura servente.

Durante il governo Draghi è stata ammirevole la vostra perseveranza nel mediare con gli alleati 5 Stelle, a partire dalla prescrizione. Vi preparate a un’altra stagione del genere?

La politica è mediazione. È capacita, pazienza e impegno nel trovare i punti di caduta. Se si perseguono obiettivi con onestà intellettuale, alla fine i risultati arrivano e i meriti vengono riconosciuti, come è avvenuto, sulla giustizia, anche durante l’esecutivo Draghi.

Orlando e Serracchiani, dopo la vittoria del No, hanno firmato un intervento sul Sole-24 Ore in cui hanno scritto: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario un’automatica rilegittimazione del suo ruolo”. Un’altra riforma dell’ordine giudiziario è davvero possibile?

Intanto anche nella magistratura è avviato un dibattito consapevole sui vizi del correntismo, su un nuovo assetto da dare al Csm. Noi interverremo con le nostre proposte, ma non troveremo una pagina bianca. Uno dei veri nodi, legati al correntismo, è l’approccio carrieristico che negli anni è prevalso in una parte dell’ordine giudiziario. Va superato, ed è possibile farlo anche con una più efficace attuazione di riforme già operanti, ma di cui l’attuale governo non ha monitorato gli effetti. Penso al riequilibrio dei Consigli giudiziari come a proposte sulle quali vorremmo accelerare, come il superamento di una certa autoreferenzialità, anche attraverso percorsi formativi comuni tra magistratura e avvocatura. Però credo che nell’analisi sulle toghe si debba tener conto anche dell’evidenza offerta dalla cronaca giudiziaria.

A cosa si riferisce?

Alla presunta debolezza dei gip rispetto al cosiddetto strapotere delle Procure, che alcune recenti decisioni hanno smentito, anche in procedimenti relativi alla politica e all’amministrazione pubblica.

Pensa alle inchieste sull’urbanistica a Milano?

Ci sono diversi esempi. Non neghiamo che persista ancora la distorsione mediatica, lo stigma inflitto agli indagati, presunti innocenti, ben prima che inizi il processo. Sulle garanzie si può e si deve intervenire, in particolare nella fase preliminare dei procedimenti.

Sul carcere si rischia di ripartire da zero.

Le condizioni del carcere rappresentano una tragedia. Il governo ha badato solo a una politica carcerocentrica, all’ossessione per le aggravanti, con un cinismo raggelante di fronte alla sequenza dei suicidi, che riguarda anche gli agenti. È l’Esecutivo più longevo della Repubblica, tengono a rivendicare, eppure in materia penitenziaria sono riusciti a non realizzare nulla. C’è da riannodare i fili sulla liberazione anticipata, sui domiciliari inaccessibili ai detenuti privi di un alloggio, sull’affettività dietro le sbarre, sulle misure alternative che sono il vero argine alla recidiva e una reale garanzia per la sicurezza. Sul carcere e non solo, il vero dato di questo quadriennio è la mancanza di un’idea di giustizia, di una vera visione che non fosse quella di una magistratura come fastidioso ostacolo, Corte dei Conti inclusa. Un’idea che in realtà colpisce la funzione stessa della giustizia, quindi i cittadini.

La festa è partita con un panel sugli abusi di potere.

Abolire l’abuso d’ufficio è stata una scelta incomprensibile, che ha indebolito la tutela del cittadino dall’arroganza di chi detiene qualsiasi potere, piuttosto che tutelare i sindaci.

Però quel reato è spesso servito da pretesto per avviare indagini che puntavano alla politica sulla base di un pregiudizio.

Ma già le precedenti modifiche, fino a quella realizzata durante il mandato di Cartabia, avevano circoscritto l’abuso d’ufficio e affrontato le eventuali forzature di cui lei parla. Con l’abolizione voluta da Nordio, si sono solo ridotte le tutele per i cittadini. Ma di insofferenza del potere ai bilanciamenti parliamo anche con il tavolo dedicato, nella nostra festa, alle Corti internazionali, a loro volta sotto l’attacco dei sovranisti.

Ma una via alternativa alla riforma della magistratura potrebbe consistere nel rafforzamento costituzionale dell’avvocato?

All’avvocato in Costituzione sono convintamente favorevole. È stato doveroso difendere l’autonomia dei magistrati, bisogna affermare con forza anche l’autonomia e indipedenza degli avvocati, senza i quali neppure si potrebbero emanare sentenze in nome del popolo italiano: si rende giustizia nel momento in cui è stato garantito il diritto di difesa. Il ruolo sociale e costituzionale dell’avvocatura va preservato, a maggior ragione in una fase di grandi trasformazioni tecnologiche come questa. Lo abbiamo fatto con la prima legge sull’equo compenso firmata da Orlando, vogliamo continuare a farlo con una nuova stagione della giustizia.


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