Troppi stranieri o troppo pochi bambini? –


AGIPRESS-Una scuola che rischia di chiudere perché non ci sono abbastanza bambini. E che, almeno in alcuni casi, riesce a riaprire anche grazie a bambini arrivati da lontano. È uno dei paradossi della Calabria contemporanea. La crisi demografica non è più soltanto una previsione: è già visibile nelle aule. Secondo SVIMEZ, le proiezioni demografiche elaborate sui dati Istat indicano che entro il 2035 la Calabria potrebbe perdere il 22,7% dei bambini tra i 6 e i 10 anni rispetto al 2024. La regione è tra quelle maggiormente esposte alla riduzione della popolazione scolastica. Il problema riguarda soprattutto i piccoli comuni e le aree interne, dove alla diminuzione degli abitanti corrisponde anche una progressiva rarefazione dei servizi. E la scuola è uno dei primi presidi a risentirne. SVIMEZ stima che siano circa 3.000 i comuni italiani nei quali l’unica scuola primaria è una piccola scuola con meno di 125 bambini, esposta al rischio di chiusura per insufficienza di iscritti. Il 46% di questi comuni si trova nel Mezzogiorno. La domanda, allora, cambia prospettiva: cosa succede quando il problema non è avere troppi alunni stranieri, ma non avere abbastanza bambini?In alcuni borghi calabresi la risposta si vede nei numeri.

Il caso più recente è quello di San Basile, piccolo comune del Pollino. Per l’anno scolastico 2025/26 risultano 16 alunni nelle due scuole statali del paese: 8 con cittadinanza italiana e 8 con cittadinanza non italiana. Nella primaria sono 9 alunni, di cui 5 non italiani; nella secondaria di primo grado 7, di cui 3 non italiani. I dati sono ricavati dal Portale Unico dei Dati della Scuola del Ministero dell’Istruzione e del Merito. La scuola secondaria funziona inoltre con un’unica pluriclasse.

Ma San Basile non è soltanto un caso numerico. Nel settembre 2026 ANSA ha raccontato che la scuola elementare del paese era a un passo dalla chiusura per la carenza di iscrizioni e che l’inserimento dei figli delle famiglie accolte nel progetto SAI ha permesso di garantire la continuità didattica e la riapertura della scuola. Qui il paradosso diventa concreto: bambini arrivati da altri Paesi contribuiscono a mantenere aperto un servizio destinato anche ai bambini del territorio.

Ad Acquaformosa i numeri raccontano una situazione altrettanto particolare.

Nel 2025/26 le due scuole statali del comune contano complessivamente 43 alunni, 16 dei quali con cittadinanza non italiana. Alla primaria sono 27, di cui 8 non italiani; alla secondaria di primo grado sono 16, e 8 hanno cittadinanza non italiana: esattamente la metà. La secondaria è organizzata con una pluriclasse prima-seconda e una classe terza. Qui, però, è necessario fermarsi un passo prima della conclusione. I numeri dimostrano una presenza significativa di alunni con cittadinanza non italiana in una scuola piccola. Non dimostrano, da soli, che quei bambini abbiano evitato la chiusura del plesso.

Ed è proprio questa distinzione a rendere il dato interessante: non serve trasformare ogni numero in uno slogan. Basta osservare quanto possa pesare la presenza di otto bambini in una scuola che, complessivamente, ne conta sedici alle medie. C’è poi Riace, che rappresenta un precedente storico, non una fotografia dell’anno scolastico attuale. Negli anni dell’accoglienza, la scuola del paese arrivò a contare classi nelle quali gli alunni stranieri rappresentavano una parte molto consistente degli iscritti. Una testimonianza dell’epoca collegava esplicitamente la loro presenza alla possibilità di mantenere aperta la scuola. È una storia di oltre dieci anni fa e non va utilizzata per descrivere la situazione attuale di Riace. Ma racconta un fenomeno che oggi riemerge in altri piccoli centri calabresi: quando gli iscritti sono pochissimi, anche pochi bambini possono avere un peso decisivo. Questi casi non bastano per sostenere che gli alunni stranieri stiano “salvando le scuole” in tutta la Calabria. Ma sono sufficienti per porre una domanda: perché in una grande città un alunno in più o in meno può essere soltanto una variazione statistica, mentre in un paese di poche centinaia di abitanti può incidere sulla possibilità stessa di formare una classe? Può significare mantenere una classe, evitare un accorpamento, conservare un plesso e permettere ai bambini del paese di continuare a frequentare la scuola vicino casa. Una precedente analisi SVIMEZ sulle piccole scuole aveva rilevato circa 20 mila alunni stranieri nelle scuole primarie dei comuni con meno di 125 alunni, pari al 10,6% degli iscritti; in Calabria la quota era del 5,1%. Non significa che quei bambini abbiano impedito la chiusura delle scuole. Significa che anche nei territori scolasticamente più fragili la componente degli alunni con cittadinanza non italiana è ormai parte della realtà demografica locale.

Torino racconta l’altra faccia

A Torino, nel quartiere Aurora, la questione assume una dimensione completamente diversa. L’Istituto comprensivo Torino II dichiara nel proprio PTOF 2025-2028 di accogliere, nei tre ordini di scuola, alunni di oltre 40 nazionalità. È la fotografia di una grande realtà urbana nella quale la pluralità culturale è diventata parte della quotidianità scolastica. Torino e i piccoli comuni calabresi raccontano così due facce della stessa trasformazione. Da una parte una scuola che riflette una società sempre più plurale. Dall’altra scuole che fanno i conti con una popolazione sempre più ridotta. Il punto di contatto è il bambino. Nella grande città può essere una delle tante presenze che compongono una classe. Nel piccolo comune può essere uno dei pochi bambini rimasti. E così quello che a Torino può essere letto soprattutto come un dato sulla multiculturalità, in un borgo calabrese diventa una questione molto più concreta: ci saranno abbastanza bambini per formare una classe? Forse è questa la domanda che rischiamo di perdere di vista quando discutiamo soltanto di percentuali. Perché la scuola non è soltanto un edificio nel quale si impartiscono lezioni. È un servizio, un presidio, un luogo di incontro. E quando chiude, non scompare soltanto un’aula: si allunga la distanza che una famiglia deve percorrere ogni mattina e si indebolisce uno dei pochi luoghi nei quali una comunità continua a riconoscersi. Alla fine, in un paese che perde bambini, il problema non è soltanto il colore del passaporto di chi siede al banco.È il rischio che quel banco, qualsiasi sia il bambino che dovrebbe occuparlo, rimanga vuoto. Fonti

  • SVIMEZ, Proteggere il Sud con le scuole, 17 dicembre 2025 — per le proiezioni demografiche sulla Calabria e il dato sui circa 3.000 comuni con scuole primarie a rischio per insufficienza di iscritti.
  • SVIMEZ, Il diritto alla cittadinanza dei bambini che studiano in Italia, 2024 — per i dati sugli alunni con cittadinanza non italiana nelle piccole scuole: circa 20.000 bambini e il 10,6% degli iscritti; 5,1% in Calabria.
  • Ministero dell’Istruzione e del Merito – Portale Unico dei Dati della Scuola, dataset Alunni per cittadinanza — per i dati relativi agli alunni italiani e non italiani.
  • ANSA Calabria, 15 settembre 2026, In piccolo comune calabrese scuola aperta grazie al Sistema di accoglienza— per il caso di San Basile e il rapporto tra nuove iscrizioni e riapertura della scuola.
  • Istituto Omnicomprensivo Polo Arbëresh di Lungro, comunicazione sull’avvio dell’anno scolastico 2025/26 — per la presenza della pluriclasse a San Basile e la struttura dei plessi.
  • Istituto Comprensivo Torino II, PTOF 2025-2028 — per il dato sugli alunni provenienti da oltre 40 nazionalità.
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