Alzarsi dal letto, rimanere in piedi sotto la doccia, fare una breve fila al supermercato o salire pochi gradini. Gesti ordinari che, per alcune persone colpite dal Long Covid, possono scatenare tachicardia, vertigini, affanno, tremori, sudorazione, “nebbia mentale” e una stanchezza improvvisa.
A richiamare l’attenzione è una revisione sistematica con metanalisi pubblicata l’8 gennaio 2026 su Frontiers in Cardiovascular Medicine. Gli autori hanno riunito 21 studi osservazionali dedicati alle alterazioni autonomiche nelle persone con sequele post-acute dell’infezione da SARS-CoV-2.
I risultati indicano una prevalenza aggregata del 70,6% per l’intolleranza ortostatica, del 36,2% per la sindrome da tachicardia posturale ortostatica, conosciuta come POTS, e del 18,6% per l’ipotensione ortostatica.
Sono numeri importanti, ma da interpretare con molta cautela: non significano che sette persone su dieci tra tutte quelle che hanno avuto il Covid svilupperanno questi disturbi. Gli studi hanno esaminato popolazioni già affette da Long Covid, spesso inviate a centri specialistici proprio per la presenza di sintomi persistenti. Il campione, quindi, non rappresenta automaticamente l’intera popolazione.
Quando stare in piedi diventa una prova
L’intolleranza ortostatica è un termine ampio. Descrive la difficoltà dell’organismo a mantenere una circolazione adeguata quando si sta in piedi. I sintomi compaiono o peggiorano in posizione eretta e tendono ad attenuarsi quando ci si sdraia.
Quando ci alziamo, una parte del sangue si sposta verso le gambe e l’addome per effetto della gravità. Normalmente il sistema nervoso autonomo reagisce restringendo i vasi e aumentando leggermente il battito, in modo da continuare a rifornire cervello e organi.
Nella disautonomia questo adattamento può essere inefficiente o eccessivo. Il risultato è una combinazione variabile di:
palpitazioni e cuore accelerato;
capogiri o sensazione di instabilità;
vista offuscata;
debolezza e gambe “vuote”;
nausea e sudorazione;
dolore o fastidio al torace;
difficoltà di concentrazione;
affanno;
presincope o perdita di coscienza;
peggioramento dopo pasti abbondanti, caldo, docce calde o sforzi.
Sono manifestazioni che possono assomigliare a quelle di anemia, disidratazione, disturbi tiroidei, aritmie, effetti indesiderati dei farmaci, ansia o altre patologie. Per questo il sintomo, da solo, non basta a formulare una diagnosi.
POTS e ipotensione ortostatica non sono la stessa cosa
Nella POTS il segnale principale è l’aumento persistente della frequenza cardiaca quando il paziente si alza: almeno 30 battiti al minuto nell’adulto e almeno 40 nei bambini e negli adolescenti, entro dieci minuti, in assenza del calo pressorio tipico dell’ipotensione ortostatica.
Per esempio, un adulto può passare da 70 battiti al minuto da sdraiato a oltre 100 quando rimane in piedi, con palpitazioni, stanchezza, tremori e difficoltà cognitive. Il solo aumento dei battiti, tuttavia, non consente di autodiagnosticarsi la POTS: occorre verificare la persistenza dei sintomi ed escludere febbre, anemia, disidratazione, ipertiroidismo, farmaci e altre cause di tachicardia.
Nell’ipotensione ortostatica, invece, a cadere è la pressione: almeno 20 millimetri di mercurio per la sistolica o 10 per la diastolica entro tre minuti dall’assunzione della posizione eretta. Il minor afflusso di sangue al cervello può provocare vertigini, oscuramento della vista e svenimento.
La misurazione controllata di frequenza cardiaca e pressione da sdraiati e poi in piedi rappresenta un primo passaggio. Quando necessario, lo specialista può utilizzare l’active standing test o il tilt test, esame durante il quale il paziente viene progressivamente inclinato su un lettino mentre battito e pressione vengono monitorati. �
American Heart Association
La stima della POTS potrebbe essere sovradimensionata
Il dato più sorprendente dello studio, una prevalenza della POTS del 36,2%, è anche quello più incerto.
I 15 studi utilizzati per questa analisi comprendevano 1.058 partecipanti, ma restituivano risultati molto differenti tra loro. La stima aggregata aveva infatti un intervallo di confidenza estremamente ampio, dal 18,6 al 53,8%, e un’eterogeneità statistica molto elevata.
Gli autori hanno inoltre rilevato un possibile bias di pubblicazione: gli studi che osservano associazioni marcate possono avere maggiori probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli con risultati negativi o modesti. Applicando una correzione statistica esplorativa, la prevalenza stimata della POTS scendeva dal 36,2 all’8,7%, con un intervallo d’incertezza compreso tra zero e 30,8%.
La correzione non stabilisce quale sia la “vera” percentuale, ma dimostra che non è corretto presentare il 36,2% come un valore definitivo. Per l’intolleranza ortostatica e l’ipotensione ortostatica la qualità complessiva dell’evidenza è stata giudicata bassa; per la POTS moderata.
Più vulnerabili i giovani, ma il dato va confermato
La metanalisi ha trovato un’associazione inversa tra età e prevalenza di POTS e ipotensione ortostatica: nei campioni esaminati i disturbi risultavano più frequenti tra i partecipanti più giovani.
Non è emersa, invece, un’associazione statisticamente significativa con la percentuale di donne presente negli studi né con la durata lineare del Long Covid. Questo non significa che sesso e tempo trascorso dall’infezione siano irrilevanti per il singolo paziente, ma soltanto che la metaregressione non ha dimostrato una relazione stabile.
La prevalenza appariva inoltre maggiore dopo forme acute lievi rispetto ai casi moderati o gravi. Anche questo risultato non prova che un Covid lieve causi più facilmente la disautonomia. Quasi tutti gli studi inclusi riguardavano casi inizialmente lievi, mentre soltanto uno comprendeva pazienti moderati e uno pazienti gravi: il confronto è quindi molto sbilanciato.
La spiegazione biologica resta in fase di studio. Tra le ipotesi figurano squilibri tra sistema simpatico e parasimpatico, riduzione del volume circolante, alterazioni dei piccoli vasi, infiammazione persistente, autoanticorpi e danni alle piccole fibre nervose. Nessun singolo meccanismo è stato però dimostrato come causa universale.
Cosa fare se compaiono tachicardia e capogiri
Quando i disturbi sono persistenti o limitano la vita quotidiana, è opportuno parlarne con il medico. Può essere utile annotare per alcuni giorni la relazione tra sintomi, postura, pasti, caldo e attività fisica, senza trasformare questa osservazione in un’autodiagnosi.
La valutazione può comprendere visita clinica, elettrocardiogramma, misurazioni ortostatiche ed esami per escludere anemia, alterazioni elettrolitiche o tiroidee. In base al quadro possono rendersi necessari Holter, ecocardiogramma, tilt test o una valutazione cardiologica, neurologica o in un ambulatorio dedicato al Long Covid.
Lo svenimento durante uno sforzo, il dolore toracico intenso, la difficoltà respiratoria improvvisa, una tachicardia prolungata associata a malessere o la presenza di sintomi neurologici richiedono invece una valutazione urgente.
Le cure vanno personalizzate
Non esiste un unico trattamento valido per tutte le disautonomie post-Covid. Il percorso dipende dal tipo di alterazione, dalle patologie associate e dai farmaci già assunti.
In alcuni pazienti il medico può proporre un’adeguata idratazione, calze compressive, pasti piccoli e frequenti, riduzione dell’esposizione al caldo e movimenti graduali nel passaggio dalla posizione sdraiata a quella eretta. L’aumento di sale non è una raccomandazione universale: può essere controindicato in presenza di ipertensione, insufficienza cardiaca, malattie renali o altre condizioni.
Anche l’attività fisica deve essere calibrata. Una riabilitazione progressiva, inizialmente in posizione seduta o sdraiata, può aiutare alcuni pazienti; in chi presenta malessere post-sforzo, invece, programmi troppo aggressivi possono determinare un peggioramento. Il carico va quindi costruito sul livello di tolleranza individuale.
Quando le misure non farmacologiche non bastano, lo specialista può valutare medicinali diretti alla frequenza cardiaca, al tono vascolare o al volume circolante. Non sono però farmaci da assumere senza una diagnosi precisa.
Il messaggio dello studio
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la condizione post-Covid come la comparsa o persistenza di sintomi, generalmente entro tre mesi dall’infezione, per almeno due mesi e non spiegabili con una diagnosi alternativa. Fatica, dispnea e difficoltà cognitive sono tra le manifestazioni più comuni e possono compromettere concretamente le attività quotidiane.
La nuova metanalisi aggiunge un elemento: in una parte dei pazienti, dietro stanchezza, palpitazioni e difficoltà a stare in piedi può esserci un’alterazione misurabile della regolazione autonomica.
Non dimostra che il Covid sia la causa di ogni episodio di tachicardia o vertigine, né autorizza a estendere le percentuali a tutti gli ex positivi. Indica però che questi sintomi non dovrebbero essere automaticamente liquidati come ansia o decondizionamento. Il passaggio decisivo resta una valutazione clinica capace di distinguere la disautonomia dalle numerose condizioni che possono imitarla.
Studio di riferimento
Wang C. e coll., The prevalence of orthostatic intolerance, postural orthostatic tachycardia syndrome and orthostatic hypotension in post-acute sequelae of COVID-19, Frontiers in Cardiovascular Medicine, 2026;12:1679252. DOI: 10.3389/fcvm.2025.1679252.
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