che cosa prevede per gli alunni stranieri


Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato nella serata di ieri, mercoledì 30 settembre, il decreto scuola, autorizzando la presentazione alle Camere del relativo disegno di legge di conversione. Il provvedimento contiene le nuove misure sull’integrazione degli alunni stranieri, a partire dal discusso tetto del 30 per cento nelle classi.

Ma quali studenti rientrano davvero nel conteggio? La proposta di legge prevede un limite per le classi prime, con criteri diversi tra primaria e secondaria che tengono conto anche del luogo di nascita e del percorso scolastico precedente.

Per capire la distanza tra gli annunci iniziali e le misure previste, ne abbiamo parlato con Paolo Bianchini, docente di Storia dell’educazione all’Università di Torino: dalla portata effettiva del tetto alle risorse per l’italiano, fino al delicato rapporto con le famiglie.

Professore, nella storia della scuola italiana ci sono esperienze che aiutano a leggere e valutare la situazione attuale?

Si, storicamente i primi interventi sono stati rivolti alla disabilità. Quelli realizzati all’inizio del Novecento sono interessanti perché, pur ponendosi in una logica credo sinceramente inclusiva, si trasformarono in pochissimo tempo in strumenti di segregazione. 

Nei primi anni del Novecento si comincia a pensare a come tenere a scuola i bambini e le bambine con disabilità lievi o medie. Nascono così le classi “differenziali”, destinate a chi ha livelli di apprendimento diversi. L’idea era che servissero da ponte verso le classi comuni, grazie a un maggiore sostegno da parte di insegnanti definiti “ortopedici” o “ortofrenici”, che avrebbero dovuto “mettere a posto” questi bambini dal punto di vista dei nervi e delle competenze. Questo passaggio non avviene mai. Torino è una delle prime città ad aprire queste classi: all’inizio del Novecento sono sei. Quando vengono chiuse per legge nel 1977, circa settant’anni dopo, sono oltre seicento. Chi c’è dentro? Qualche bambino con disabilità – in realtà quelli con disabilità più serie a scuola proprio non vanno – insieme ai figli dei nostri immigrati interni: meridionali, veneti, piemontesi delle campagne.

Bisogna fare attenzione: quando si pensa di integrare attraverso soluzioni che non siano “in mezzo agli altri”, si rischia di creare binari paralleli che non si incrociano mai. Nella scuola italiana questa distorsione venne fortunatamente corretta tra il 1977 e il 1978, con l’inclusione di tutti i bambini nelle classi comuni e gli insegnanti di sostegno. E più in generale, al di fuori dalla scuola, con la legge 180 e la chiusura dei manicomi. Sono interventi che ancora oggi rendono il nostro Paese all’avanguardia. La scuola italiana ha sì dei problemi ma anche situazioni di eccellenza e l’integrazione degli studenti e delle studentesse con disabilità è uno di questi ambiti, con tutte le difficoltà che conosciamo. Non è banale, ma la normativa è certamente molto buona.

La nuova bozza del decreto è stata molto ridimensionata rispetto alla precedente, che presentava evidenti difficoltà di attuazione. Che cosa prevede l’ultima versione?

Sulla base di quello che sappiamo, credo che dobbiamo ringraziare il presidente della Repubblica: preventivamente ha fatto capire che alcune linee non sarebbero passate, richiamando la Costituzione, che prevede una scuola aperta a tutti. Qualunque intervento deve rispettare i principi costituzionali e, in particolare, quello dell’articolo 3.

A oggi mi sembra che i provvedimenti essenziali siano tre. Il primo è che nelle classi prime di ogni ordine di scuola, quindi prima elementare, prima media e prima superiore, non possa esserci più del 30 per cento di studenti e studentesse con competenze linguistiche insufficienti. Il secondo è il divieto di andare a scuola con il volto coperto: il riferimento è a burqa e niqab, anche se non vengono citati nel testo della legge. Terzo provvedimento: i genitori le cui competenze linguistiche risulterebbero di ostacolo all’integrazione scolastica dei figli, sono tenuti a frequentare corsi di italiano per stranieri.

Due di questi temi sono reali e incidono nella quotidianità scolastica. Il volto coperto mi sembra invece una questione rarissima, molto marginale. Non possiamo dimenticare che questo intervento ha uno scopo eminentemente politico.

Perché gli altri due temi sono centrali?

I dati ci dicono che la percentuale di studenti e studentesse con background migratorio nelle nostre scuole è molto alta, con differenze tra regioni. Nel Nord Italia, in molte scuole, il 30 per cento viene ampiamente superato: una soglia a cui facevano riferimento già le norme precedenti.

Una presenza consistente di studenti che non parlano bene l’italiano incide effettivamente sul processo di insegnamento e di apprendimento, anche dei compagni. Occorre tenere conto delle loro lacune, dei loro tempi e della necessità di non dare nulla per scontato. Il tema esiste senz’altro.

Se leggiamo bene che cosa propone il provvedimento, il tetto non riguarda tutti gli studenti con background migratorio. Riguarda quelli che non sono nati in Italia – e viene quindi esclusa la fetta più grande, quella delle seconde generazioni, e mi sento di dire: per fortuna – e che non hanno frequentato o due anni di scuola dell’infanzia o tre anni di scuola dell’obbligo senza bocciature. La platea si riduce moltissimo. Ci sono dei dati del Politecnico di Milano, che segue questi temi da molti anni e credo produca le ricerche più approfondite a livello nazionale. A Milano si parla di nessun istituto coinvolto nella scuola elementare e di tre istituti potenzialmente coinvolti nella secondaria di primo grado. Stiamo parlando di casi residuali. Molto rumore per nulla. E non è una buona notizia, anche perché va letto all’interno della campagna con cui il governo ha presentato e anticipato queste politiche.

Meloni ha presentato questa proposta, insieme ad altre, in una giornata intitolata “Il tempo del coraggio” come se si stesse affrontando qualcosa di pericoloso: un’impostazione che, mi sembra, ha poco a che vedere con l’integrazione. Sui social di Meloni il tema della campagna è “una questione di civiltà”. Da quale punto di vista stiamo guardando l’integrazione? Una cosa è dire che vogliamo favorirla, un’altra è far passare il messaggio che integriamo le persone nel momento in cui le civilizziamo. Anche sul divieto del volto coperto si può essere d’accordo: in un luogo pubblico è complicato, in una scuola ancora di più. Ma una cosa è presentarlo come il diritto della studentessa a frequentare la scuola in maniera laica, come tutti gli altri, un’altra è parlare di civilizzazione di quelle studentesse.

Introdurre una soglia del 30 per cento, superate le difficoltà applicative, ha un fondamento pedagogico?

Servirebbe a evitare la concentrazione. Anche qui a Torino, vicino a noi, ci sono scuole con classi in cui non ci sono studenti italiani. Ma dobbiamo ragionare sul termine “italiano”: il punto è chi parla bene l’italiano. Di fronte alle critiche ricevute dopo l’annuncio, il governo ha spostato l’attenzione dal background migratorio alle competenze linguistiche. E mi sento di dire: meno male.

Il problema però esiste. Meno opportunità hanno questi ragazzi e queste ragazze di essere inseriti nella nostra cultura fin da piccoli, più il processo di apprendimento, loro e dei compagni, è complesso e richiede tempo. Bisogna cercare di evitare le classi ghetto, che già esistono: si tratta di intervenire su una realtà che già c’è.

Un elemento che mi sembra positivo è che il decreto introduce delle deroghe. Quando si compongono classi prime con più del 30 per cento di studenti che non parlano bene l’italiano, le scuole, con l’aiuto dell’ufficio scolastico regionale, devono ricollocare gli studenti nelle scuole più vicine. Dove questo non sia possibile, devono intensificare i corsi di apprendimento dell’italiano. Su questo il governo mette risorse già nel 2027, quando il provvedimento diventerà effettivo per le nuove classi prime, e anche per il 2028: più di 16 milioni, se non erro, con stanziamenti su due anni. Questa è una buona notizia: al di là della propaganda, può essere uno strumento concreto. 

Bisognerà capire come verrà applicato, perché l’italiano L2 – quello insegnato come seconda lingua alle persone straniere che vivono in Italia – nelle nostre scuole rimane ancora molto ancillare. Cominciamo ad avere insegnanti formati in questo ambito, ma sono pochi, poco valorizzati e spesso utilizzati per tamponare le necessità in altre materie. La deroga mi sembra migliore della legge.

Vedo invece più problematica la questione dell’insegnamento dell’italiano ai genitori. Individuare le difficoltà linguistiche è rapido: al momento dell’iscrizione e nei colloqui la scuola capisce presto se i genitori parlano italiano. Dopo, però, si innesca un meccanismo che rischia di minare la fiducia nella scuola di famiglie che già la conoscono poco e hanno poca fiducia in essa. In accordo con i servizi sociali, queste famiglie sarebbero tenute a frequentare i corsi. Nella bozza a cui lavorava il ministro si parlava addirittura di allontanamento dei figli per le famiglie che non avessero collaborato. Mattarella aveva subito fatto capire che non avrebbe firmato un provvedimento del genere. L’allontanamento è stato poi sostituito con multe da 200 a 1.000 euro. La scuola rischia però di trovarsi in una posizione difficile, delatoria.

Il problema esiste. Quali strumenti alternativi si potrebbero adottare?

Affrontare queste questioni è molto complicato in tutti i Paesi che le vivono. Presentare una soluzione come sicuramente efficace è irrealistico, scorretto. Il problema però c’è e bisogna provare ad affrontarlo.

Credo che sarebbe stato più serio tentare un’operazione di integrazione lavorando sugli italiani, per esempio tornando a una norma che prescriva alle famiglie di iscrivere i figli nella scuola di pertinenza, quella più vicina a casa. Avrebbe scontentato molte famiglie, abituate da trenta o trentacinque anni a scegliere la scuola, ma avrebbe affrontato quello che considero il vero problema: ciò che il ministro ha definito la “fuga dei bianchi”, il cosiddetto white flight. Da noi la questione non è tanto essere bianchi o neri, quanto avere o meno un background migratorio.

Chi può, soprattutto tra le famiglie che conoscono meglio il territorio, sceglie per i figli scuole che ritiene di qualità. Anche molte famiglie che vivono in contesti con una forte immigrazione, potendo, li iscrivono altrove, a costo di sacrifici.

Tornare alla situazione precedente avrebbe, credo, dato risultati maggiori, pur suscitando critiche e polemiche. Avrebbe anche limitato un fenomeno ormai molto studiato e che considero negativissimo: la concorrenza tra scuole pubbliche, che fanno di tutto per sottrarsi studenti, soprattutto in una fase di calo demografico non indifferente.

Con il Comune di Torino stiamo ragionando sulla possibilità di lavorare a uno studio di ciò che sta succedendo e delle prospettive future. Già quest’anno abbiamo aperto centinaia di classi in meno a Torino e migliaia a livello nazionale. I dati ci dicono che la situazione non cambierà nell’immediato: non si vede un’inversione di tendenza nelle nascite. Si tratta quindi di capire se e quali scuole chiudere, se e quali istituti accorpare e come realizzare un’operazione che, dati i numeri, sarà molto probabilmente inevitabile, in una logica che vada a lavorare sull’integrazione. Gli spazi di intervento sono molti. Per affrontarli seriamente, forse, bisognerebbe fare anche qualche scelta impopolare.

A quali condizioni la presenza in classe di alunni con storie e culture diverse può diventare un’opportunità educativa?

È sempre una grande opportunità. Al di là delle difficoltà che possono incontrare, gli studenti “diversi”, e uso apposta questo termine riferendomi a qualunque diversità, portano una grande ricchezza: la conoscenza di una parte di realtà e di mondo che altrimenti non conosceremmo.

Il nostro Paese in questo momento rimane legato a un’idea tardo-ottocentesca, secondo cui esistono una civiltà superiore, una inferiore e qualcuno che può civilizzare qualcun altro. Basti pensare alle nuove Indicazioni nazionali pubblicate l’anno scorso. Per la storia, che è la mia disciplina, la prima riga parte con una citazione fortemente manipolata di Marc Bloch, uno storico per noi famosissimo e di grande prestigio: “Solo l’Occidente conosce la storia”. Credo che quasi tutti noi storici siamo balzati sulle sedie. Come sarebbe che solo l’Occidente conosce la storia? L’idea è che qualcuno debba essere civilizzato e integrato attraverso un processo forzoso. Manca la logica di valorizzazione delle qualità e delle opportunità che studenti con famiglie, storie e background diversi possono offrire a tutti. Lo abbiamo visto negli anni anche con gli studenti con disabilità e con l’arricchimento che hanno portato. Quando invece, a livello pubblico, si sottolineano le mancanze e ciò che la differenza toglie anziché ciò che può aggiungere, l’opinione pubblica ne viene influenzata.

Oggi nelle scuole abbiamo situazioni che fino a qualche anno fa erano inimmaginabili: genitori di intere classi che si rifiutano di avere un compagno con un certo tipo di disabilità perché rallenta l’apprendimento. Forse prima lo pensavano, oggi lo esprimono e fanno pressioni sulle scuole perché intervengano contro la legge. Per fortuna una legge c’è.

I messaggi che facciamo passare influenzano fortemente l’opinione pubblica, più ancora della legge. E mi sembra questa la funzione immediata di questo intervento normativo. Speriamo poi che abbia anche qualche effetto positivo: quando vengono messe risorse nella scuola è sempre una buona notizia.


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