“You will own nothing and be happy“. Quello che sembra essere un semplice slogan, rappresenta in realtà la crescente insofferenza di molti per un modello economico sempre più deregolato e mutevole. Gli affitti delle case sempre più insostenibili, l’obsolescenza programmata, il consumismo e la pioggia di abbonamenti per qualsiasi tipo di servizio rendono impossibile possedere qualcosa ed essere stabili economicamente. La pubblicità, intanto, pervade ogni luogo, fisico e non, ed ogni momento delle nostre giornate.
Viviamo in un tempo in cui tutto è diventato ‘fluido’ e non possediamo più niente di concreto. Sui social statunitensi è diventata virale la frase “You will own nothing and be happy“, che ben rappresenta la consapevolezza collettiva dei risvolti dell’attuale modello economico.
In merito alla casa, l’affitto sostituisce l’acquisto, divenuto oggi inaccessibile. Intanto la gentrificazione svuota le città e i quartieri perdono la propria identità. Le nostre giornate, nel frattempo, affogano in un pulviscolo di abbonamenti, iscrizioni e prodotti pensati per essere buttati dopo un solo utilizzo.
Questo modello impoverisce tutti, erode l’autonomia dei singoli e trasforma i cittadini in semplici consumatori.
Un modello abitativo sempre più insostenibile
Negli ultimi anni sempre più persone riscontrano difficoltà economiche nell’acquisto di una casa e, di conseguenza, ricorrono all’affitto. La linea sembra ormai tracciata e pare difficile invertire la rotta. Comprare è diventato semplicemente impossibile per la classe media, i cui stipendi sono bloccati indicativamente da circa tre decenni.
A Milano un giovane under 35 dovrebbe risparmiare l’intero stipendio per circa 150 anni per potersi permettere un appartamento medio di 70 metri quadrati senza l’aiuto di un mutuo.
Città in affitto (Laterza, 2025) – il libro-inchiesta di Gessi White sul diritto all’abitare – descrive Milano come simbolo della finanziarizzazione dell’abitare. Senza patrimonio o sostegno familiare, vivere in città diventa sempre più difficile. Fondi internazionali e ultraricchi, favoriti da mercato e fiscalità, trasformano la casa in un investimento economico, aumentando le disuguaglianze sociali.
Il trionfo degli affitti brevi
C’è un aspetto non secondario legato a questo modello di sviluppo: il cambiamento profondo delle nostre città. Roma, Venezia, Napoli… l’Italia è il Paese con il maggior numero di siti riconosciuti dall’UNESCO al mondo (sono ben 60!) e il nostro patrimonio storico e monumentale non ha eguali. Eppure, o proprio per questo, ci stiamo trasformando in un gigantesco negozio di gadget e ristoranti a menù fisso per turisti.
A Firenze, in otto anni, gli appartamenti destinati agli affitti brevi sono passati da 150 a oltre 12.000 unità. A Roma, invece, i canoni degli affitti lunghi sono saliti del 30% mentre le conversioni in affitti brevi raddoppiavano. In Italia, tra il 2017 ed il 2024, l’offerta di alloggi su AirBnb è passata da 494mila a 754mila unità attive.

Nel 2024 le notti prenotate hanno superato i 53 milioni, più del doppio rispetto ai 23 milioni del 2017. Un aumento vertiginoso e che non tiene ancora conto (per mancanza di dati) degli ultimi due anni, dei quali comunque possiamo già immaginare la traiettoria.
L’overtourism e la gentrificazione mettono alla porta chi non può più permettersi di pagare affitti saliti alle stelle. Questi soggetti, d’altra parte, vengono sostituiti da chi quelle case le abiterà tre notti all’anno o peggio le comprerà in quanto asset immobiliari per pura speculazione, per poi lasciarle vuote.
La metamorfosi delle nostre città
In tredici anni l’Italia ha perso quasi 118.000 esercizi commerciali di vicinato: le botteghe, i negozi al dettaglio, le piccole attività di quartiere oggi sono sostituiti da un’unica, stanca liturgia commerciale identica da Palermo a Torino: minimarket h24, take-away, chincaglierie da souvenir.

Negozi la cui estetica fredda e impersonale con luci led da sala operatoria sostituisce luoghi e ambienti un tempo caratterizzati da una forte identità locale, che ci appartenevano, che sentivamo nostri.
Oppure, assistiamo al fenomeno delle serrande chiuse o alla trasformazione dei piani terra in piccoli ‘appartamenti’ da affittare. Il tema estetico può apparire secondario, una superflua e puntigliosa critica, ma è anche così che si appiattiscono e si svuotano del loro ‘io’ unico le identità dei luoghi.
Il turismo fa salire il valore degli immobili ma non aggiunge nulla al tessuto socio-culturale anzi lo depaupera. Quelle del turista o del cittadino sono due ricchezze incomparabili tra loro, e ne stiamo scegliendo sistematicamente una a scapito dell’altra. Così facendo le nostre città diventeranno delle grandi e vuote Boule de Neige.
Non possedermo più nulla?
Questa è una diretta conseguenza di una globalizzazione aggressiva e capillare, non normata e regolata come si sarebbe dovuto fare anche sul piano urbanistico e della pianificazione urbana.
La stessa globalizzazione che si è imposta con sempre crescente forza negli ultimi decenni, portando omologazione e appiattimento culturale, laddove invece prometteva di portare progresso e multiculturalismo.
Da decenni sembra che si stia tracciando una traiettoria per cui non possederemo più nulla: sradicati dalla terra, lo siamo ora anche dalle pareti di casa che non ci appartengono e dalle mura delle città in cui viviamo.
Ma voler possedere non è di per sé sinonimo di avidità: è, semmai, il modo in cui una famiglia o un popolo tramanda le proprie radici, le proprie tradizioni, il senso stesso di comunità. I luoghi in cui cresciamo e le case che abitiamo da bambini non sono solo immobili con un determinato valore economico: sono memoria, storia, cultura. Sono una parte consistente di chi siamo e di chi diventeremo.
Consumismo, obsolescenza programmata…
L’obsolescenza riguarda tanto la lavatrice e la tv quanto beni non tecnologici. Se un tempo frigoriferi, cucine ed elettrodomestici venivano progettati per durare, oggi molti prodotti sono pensati per avere un ciclo di vita breve.
Sembra che il sistema iper-consumista in cui viviamo, per esempio, ci spinga ad acquistare dieci paia di scarpe, che si usurano dopo pochi mesi e buttiamo subito via, piuttosto che comprarne uno solo ee portarlo dal calzolaio per ripararlo.

Non a caso figure come quest’ultima stanno scomparendo. È diventato più semplice ed economico buttare ciò che si rompe, piuttosto che ripararlo. Spesso nuovi apparecchi tecnologici o alcuni modelli di macchine hanno implementato nei loro sistemi dei ‘blocchi’. In questo modo, per aggiustarli bisogna rivolgersi esclusivamente all’azienda stessa che li produce.
Uno stratagemma visibile in primis ai nostri dispositivi tecnologici. L’obsolescenza programmata e la progressiva incompatibilità con nuovi software e aggiornamenti ci spingono a sostituire smartphone e PC ogni pochi anni, se non addirittura mesi.

In questo modo si consolida un modello economico e lavorativo frenetico e quasi nauseante, la cui rapidità brucia ciò che fino a ieri era considerato moderno. Parallelamente, tale paradigma forza ad adattarsi immediatamente e religiosamente al ‘nuovo’.
Questo modello non solo ci porta a spendere e consumare di più, ma ha anche un enorme impatto ambientale. Il pianeta si riempie di una miriade di beni di consumo studiati per ‘scadere’ dopo poco, che riempiono le discariche e inquinano.
…e abbonamenti ovunque
Possederemo gradualmente sempre meno e infine resteranno solo gli abbonamenti. Per le macchine abbiamo il car sharing, per lo sport i servizi di intrattenimento, al posto dell’ufficio lo spazio di co-working . Il paradosso è che, alla lunga, costa molto di più essere abbonati – ovvero pagare un canone mensile per un servizio o pagare un affitto – che comprare. Quando avremo dei figli, non potremo lasciare loro nulla in eredità, perché non possediamo (né possederemo) nulla di nostro.
Possedere meno significa anche essere meno liberi e meno forti come pluralità. Se una manciata di mega-corporazioni ci priva di ogni ricchezza e spreme i nostri risparmi per farci pagare mille abbonamenti, ci ritroviamo con meno potere economico come singoli e meno potere politico conseguentemente.
Perché chi dipende economicamente da altri – a causa di un affitto o uno stipendio precario – non ha la libertà materiale di opporsi a chi quella dipendenza la controlla.
Tecnologia, precarietà e nuove dipendenze
A impoverirci ulteriormente forse sarà anche l’intelligenza artificiale. Invece di ‘farci lavorare meno e guadagnare di più’, potrà portare al licenziamento di centinaia di migliaia di persone.
Invece, a chi resterà nel mercato del lavoro potrà essere richiesto di essere estremamente più produttivo, lavorando più di prima, pena il licenziamento per non aver raggiunto gli obbiettivi mensili di produttività.
Forse stiamo entrando in quello che molti, a ragion veduta, definiscono ‘tecno-feudalesimo’. Impoveriti, dunque, siamo e saremo sempre più deboli e quindi più facilmente ignorabili quando protesteremo.
Se siamo più poveri, siamo anche più ricattabili, abbiamo meno tempo libero tra le mani, meno possibilità di scegliere il percorso lavorativo più affine alla nostra persona e ai nostri talenti. Uno scenario, quest’ultimo, sempre più vicino. E così l’autonomia di ognuno via via svanisce, poiché siamo sempre più oberati dalle bollette e dalle spese quotidiane.

Per evitare che questo impoverimento si trasformi in consapevolezza e richieste di cambiamento strutturali, vengono spinte e ‘imposte’ le droghe del nuovo millennio: i social, i cellulari e la pornografia. I voli low cost per Barcellona e Mykonos servono a darci la parvenza di essere ancora benestanti.
La possibilità di ordinare in pochi minuti su Deliveroo o Glovo ci dà l’impressione di avere più scelta e un’offerta illimitata per ogni nostro desiderio. E di conseguenza, ci fa credere di stare complessivamente meglio dei nostri genitori o dei nostri nonni. In realtà, il nostro potere d’acquisto è risibile, i nostri salari sono più bassi di trent’anni fa e l’inflazione è cresciuta vertiginosamente.
La pubblicità pervasiva
La notizia peggiore è che tutto ciò è un circolo vizioso: più diventiamo poveri, più la classe media scompare. Più il lavoro è precario e i salari sono bassi, più aumenta il rischio di vedere limitati i diritti, insieme alle possibilità di incidere nella vita sociale e politica.
In questo quadro già tetro della nostra società, si aggiungono le onnipresenti e nauseanti pubblicità. Sono su ogni schermo, nelle nostre orecchie mentre ascoltiamo musica, ora persino mentre facciamo il pieno di benzina, dato che sul monitor del rifornimento da qualche tempo parte uno spot di trenta secondi che non si può saltare.
È il segnale più lampante di quanto sia ormai pervasiva la pubblicità nelle nostre vite, e di come ciò ci renda meri consumatori e dunque prodotti noi stessi. Il tutto mentre ‘drogati’ dalle infinite distrazioni fabbricate ad arte per tenerci eternamente desiderosi di acquistare qualcosa di nuovo.
Hanno privatizzato tutto, rendono impossibile comprare casa, una macchina o qualsiasi bene che non sia monouso. A questo punto, dobbiamo solo aspettare che Starlink trovi il modo di mettere le pubblicità nel cielo notturno. Così che per tornare a vedere le stelle ci venga richiesto di pagare l’ultimo abbonamento.
Alessandro Donati
(In copertina: Times Square, New York. James Ting, via Unsplash)
‘You will own nothing and be happy’ – Come abbiamo smesso di possedere il nostro futuro è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
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