La pratica amministrativa e il motivo umano attribuito all’addio appartengono a piani diversi. Una domanda può precedere di anni il provvedimento che la accoglie; nel frattempo il rapporto con un ufficio cambia, a volte lentamente… fino a diventare doloroso. La data indicata dall’ANM misura la sequenza degli eventi. Il racconto dell’esperienza lavorativa richiede elementi capaci di descrivere ciò che sarebbe accaduto nel tempo.
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Il racconto di Imparato nasce dopo la campagna referendaria
Nelle interviste pubblicate da la Repubblica il 25 settembre e dal Corriere della Sera il giorno successivo, Imparato ha descritto un ambiente divenuto per lei insostenibile. Il passaggio più delicato riguarda i rapporti interni: la magistrata ha riferito di attacchi personali arrivati da chi, a suo giudizio, avrebbe dovuto mantenere un contegno diverso e ha collocato l’inasprimento dopo la visibilità ottenuta sostenendo il Sì al referendum sulla giustizia.
Il disagio, nel suo racconto, avrebbe coinvolto anche i collaboratori. Imparato ha spiegato che la sofferenza di una parte dell’ufficio finisce per riflettersi sulla catena delle indagini e ha presentato il trasferimento come una forma di tutela per le persone che lavoravano con lei. Ha evocato numerose possibili querele, chiarendo di non volerle intraprendere, poi ha usato un’immagine severa per descrivere i rapporti professionali: negli uffici pubblici servirebbe persino una scuola contro il bullismo.
In quella stessa intervista ha escluso una candidatura con Fratelli d’Italia. La precisazione era necessaria perché il suo nome, dopo la campagna referendaria e l’imminente cambio di sede, era stato associato a un possibile futuro politico. La decisione è stata dunque spiegata dalla diretta interessata come l’esito di una frattura sul lavoro, con un impatto personale ormai diventato difficile da sostenere.
La risposta dei colleghi prende forma nell’assemblea del 2 ottobre
La replica arriva dalla sottosezione ANM di Santa Maria Capua Vetere, riunita in assemblea sotto la presidenza della pm Anna Ida Capone. Il comunicato riportato da ANSA il 3 ottobre respinge l’immagine di un ufficio attraversato dalle pressioni descritte dalla magistrata e rivendica un clima sereno e collaborativo, del quale avrebbero beneficiato anche Imparato e i suoi più stretti collaboratori.
Il significato della presa di posizione va oltre una generica difesa dell’istituzione. A parlare sono magistrati dello stesso ufficio, che contestano pubblicamente il modo in cui una collega ha rappresentato i rapporti interni. La nota entra così nel merito dell’ambiente di lavoro e introduce una cronologia alternativa: la volontà di spostarsi verso una funzione giudicante in un tribunale del Lazio risalirebbe al 2022.
Quella data precede la campagna referendaria del 2026 e diventa il fulcro logico della risposta. Secondo l’ANM locale, una volontà già manifestata quattro anni prima rende incongrua l’idea che il trasferimento sia nato dagli attacchi successivi all’esposizione per il Sì. È una contestazione netta della causalità indicata da Imparato, formulata attraverso il riferimento a un atto amministrativo precedente.
Una domanda del 2022 e una delibera del 2026 raccontano momenti differenti
Nel sistema della mobilità dei magistrati, la presentazione di una domanda non coincide con il trasferimento effettivo. Il percorso dipende dai posti messi a concorso, dalle candidature depositate, dalle valutazioni comparative e dalla deliberazione del CSM. Tra la prima disponibilità a cambiare sede e l’assegnazione definitiva possono quindi trascorrere anni, durante i quali un magistrato può concorrere per destinazioni diverse.
Il provvedimento approvato nel settembre 2026 assegna Imparato al Tribunale di Velletri come giudice. Il dato del 2022, invece, compare nella nota dell’ANM come origine della ricerca di un incarico giudicante nel Lazio. Nel materiale diffuso insieme alla notizia non è allegata la domanda richiamata né è riprodotta la sua motivazione; quella circostanza va perciò attribuita con precisione all’associazione locale, che la presenta come un fatto amministrativo in grado di smentire il nesso causale sostenuto dalla collega.
La successione temporale permette una lettura più accurata. Un progetto di carriera nato prima del referendum può avere trovato sbocco soltanto nel 2026; eventuali tensioni successive possono aver rafforzato il desiderio di partire e modificato il modo in cui oggi quella decisione viene raccontata. Stabilire se sia accaduto davvero richiede le date complete delle domande, gli atti che ne documentano l’iter e circostanze precise sugli episodi denunciati.
Il passaggio da pubblico ministero a giudice resta previsto dalla legge
Il cambio di funzione ha acceso una polemica ulteriore perché Imparato è stata uno dei volti più riconoscibili del fronte favorevole alla separazione delle carriere. Il trasferimento verso un ruolo giudicante è stato letto da alcuni osservatori come una contraddizione rispetto alla posizione sostenuta durante la campagna.
Sul piano giuridico il passaggio è consentito. L’articolo 13 del decreto legislativo 160 del 2006 permette il mutamento di funzioni una volta nell’intera carriera, entro le condizioni previste dall’ordinamento. Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, nel quale ha prevalso il No, ha lasciato in vigore questo assetto. Il voto politico espresso da una magistrata durante quella campagna non restringe le facoltà che la legge riconosce al suo percorso di carriera.
La discussione riguarda dunque la coerenza percepita tra una posizione pubblica e un passaggio compiuto nel quadro normativo esistente. Nel nostro approfondimento sul referendum sulla separazione delle carriere avevamo ricostruito la portata della riforma, destinata a incidere sull’architettura costituzionale della magistratura. La domanda di Imparato si muove nel sistema rimasto in vigore, che contempla un passaggio limitato tra i due percorsi.
La prospettiva di lasciare la Campania era emersa prima delle interviste
La notizia di una possibile nuova sede nel Lazio circolava già in estate. Il 20 luglio Domani aveva raccontato l’esistenza di una richiesta di trasferimento, collocando il percorso di Imparato dentro un quadro di attenzioni politiche e ipotesi su una futura candidatura. Il passaggio pubblico precede di oltre due mesi la replica dell’ANM e dimostra che il progetto di lasciare Santa Maria Capua Vetere era noto prima delle dichiarazioni sul clima interno.
Quel precedente non chiarisce da solo quando sia nata la prima domanda né quale ragione abbia orientato ogni candidatura. Nel corso del 2026, attorno alla magistrata sono circolate ipotesi politiche da lei escluse. Poco dopo è diventato pubblico il racconto di una rottura sul lavoro resa necessaria dalle tensioni, ora contestato dai colleghi.
Che valore hanno oggi le due versioni
Imparato descrive ciò che sostiene di aver vissuto e le conseguenze percepite sul lavoro. L’ANM locale risponde sul clima dell’ufficio e richiama una circostanza amministrativa precisa. Il valore di questi materiali dipende dalla loro natura: una testimonianza personale entra nel confronto accanto a una presa di posizione maturata in assemblea.
Il comunicato ha natura associativa; un accertamento disciplinare o giudiziario sugli episodi evocati avrebbe un diverso valore probatorio. Le dichiarazioni pubbliche di Imparato restituiscono soltanto una parte della cronologia. Nelle fonti consultate non compaiono esposti o provvedimenti accessibili al pubblico che descrivano gli episodi evocati. I fatti consolidati riguardano la delibera per Velletri e la legittimità del passaggio di funzione. La causa dell’addio rimane contesa.
Resta una frattura interna ormai esposta davanti all’opinione pubblica. Per chi lavora nello stesso ufficio, parole come serenità e insostenibilità descrivono realtà inconciliabili; la distanza tra quei due termini racconta più del cambio di sede, perché riguarda la fiducia reciproca dentro un luogo chiamato ogni giorno a valutare fatti e responsabilità altrui.
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