Riabitare i piccoli comuni: non basta una casa, serve un territorio in cui restare


Come si convince una persona a trasferirsi in un piccolo paese? La risposta sembra semplice, soprattutto nei territori dove le case vuote non mancano e il patrimonio immobiliare inutilizzato è una delle conseguenze più visibili dello spopolamento. Ma l’esperienza maturata negli ultimi anni da alcuni territori italiani suggerisce che il problema sia più complesso: non basta trovare qualcuno disposto ad arrivare, bisogna capire che cosa troverà e a quali condizioni potrà costruire lì una vita.

Da questa prospettiva nasce Rigenerazione Territoriale, una piattaforma che mette in relazione piccoli Comuni intenzionati ad accogliere nuovi abitanti e persone che stanno valutando un trasferimento. Il progetto coinvolge oggi Castel del Giudice (Molise), Rittana (Piemonte), Lizzano in Belvedere (Emilia-Romagna) e Dossena (Lombardia), proponendo un percorso che non si esaurisce nella ricerca di una casa. Chi si fa avanti può conoscere il territorio, incontrare chi lo amministra e chi già lo abita, verificare le opportunità professionali e capire quali condizioni concrete esistano per il trasferimento.

La casa resta comunque centrale. A Castel del Giudice il progetto individua 16 abitazioni e cerca persone disposte a stabilirsi nel paese anche attraverso nuove attività professionali o imprenditoriali, con competenze legate a digitale, agricoltura biologica, turismo, ospitalità e artigianato. L’operazione rientra nel disegno più ampio di «Ri-Abitare Castel del Giudice», che tiene insieme abitare, lavoro, servizi, economia locale e relazioni sociali.

Qui sta la differenza rispetto a una piattaforma immobiliare o a una campagna turistica: il territorio è considerato un sistema, in cui la disponibilità di una casa ha senso solo se collegata a un’attività professionale, a servizi accessibili, a una rete sociale e alla possibilità di entrare a far parte della comunità locale. È ciò che viene definito rigenerazione territoriale sistemica: intervenire su più elementi contemporaneamente, anziché cercare una soluzione isolata allo spopolamento.

Il modello non nasce con il sito che oggi lo rende visibile. Dietro c’è una sperimentazione avviata alcuni anni fa in Friuli Venezia Giulia con Vieni a vivere e lavorare in montagna, progetto promosso dalla cooperativa Cramars con sette Comuni e il sostegno della Fondazione Friuli. L’obiettivo era mettere in contatto territori montani in cerca di nuovi abitanti e persone che desiderano cambiare vita, accompagnandole nella conoscenza diretta dei luoghi prima di un eventuale trasferimento.

Quella prima esperienza permette di misurare la distanza tra l’interesse per la montagna e una scelta residenziale effettiva. I dati di fine 2024 parlano di 603 famiglie coinvolte, oltre 200 soggiorni di prova, più di 20 persone trasferite entro dodici mesi e altre 60 famiglie in lista d’attesa. Quei numeri indicano che, almeno in una parte dei casi, l’iter arriva alla scelta di cambiare luogo di vita.

La distinzione merita attenzione, perché il ripopolamento dei piccoli Comuni rischia di essere raccontato con cifre che misurano soprattutto l’interesse iniziale: una candidatura non è un abitante, un soggiorno di prova non è un trasferimento. Per capire se un modello produce effetti duraturi servono dati sulla permanenza nel tempo, sull’occupazione e sulla capacità delle comunità di trattenere i nuovi residenti.

Il cammino prosegue in Piemonte con AlternaVita, sviluppato a partire dalla Valle Maira, da Elva e poi allargato a nove Comuni. Qui l’approccio si struttura ulteriormente: prima di cercare nuovi abitanti si legge il territorio, si individua ciò che manca e si capisce quali competenze possano servire alla sua economia e ai suoi servizi. La ricerca delle persone diventa una fase successiva alla conoscenza del luogo. In Valle Maira 30 nuove famiglie hanno manifestato interesse.

Cambia così la domanda di partenza. Un piccolo Comune non cerca semplicemente più persone, ma può provare a individuare quali persone e quali attività siano compatibili con ciò che il territorio offre e di cui ha bisogno: agricoltura, artigianato, servizi, turismo, professioni digitali: l’elenco varia da paese a paese, perché variano le caratteristiche economiche, sociali e ambientali dei luoghi.

Nel frattempo il modello ha raggiunto altri territori. Con Vieni a vivere e lavorare in montagna DIG.IT, avviato alla fine del 2025 con il contributo di Coopfond, Cramars ha messo in rete nuove realtà lungo l’arco alpino e appenninico, lavorando a uno strumento comune per accompagnare i nuovi insediamenti. Il progetto prevede anche l’Host di Comunità, figura pensata per facilitare l’incontro tra chi arriva e il territorio che lo accoglie. A settembre 2026 Legacoop indicava dieci territori coinvolti, con l’ingresso anche della Basilicata.

Rigenerazione Territoriale si colloca in questa evoluzione senza coincidere con uno dei progetti precedenti: porta sul piano digitale parte del lavoro sviluppato negli anni e prova a renderlo accessibile a più territori e a più potenziali abitanti. Il passaggio dalla singola sperimentazione alla rete cambia anche il problema da affrontare: non più solo come trovare residenti per un paese, ma come costruire un metodo adattabile a paesi diversi senza cancellarne le specificità.

La questione riguarda anche il modo in cui i piccoli Comuni si raccontano. Per molto tempo la ricerca di nuovi abitanti ha puntato su paesaggio, patrimonio storico, tranquillità e costo degli immobili: elementi reali, ma raramente sufficienti per chi deve trasferire la propria vita. Chi arriva vuole sapere dove lavorerà, dove andranno a scuola i figli, di quali servizi disporrà e in quanto tempo potrà raggiungerli, quali relazioni potrà costruire e quale ruolo avrà in una comunità già formata.

Perciò l’esperienza di questi territori solleva una domanda più ampia sull’abitare le aree interne: se la perdita di popolazione è ridotta alla mancanza di residenti, la risposta si cerca solo nell’attrazione; se invece la si considera il risultato di una combinazione di fattori (lavoro, servizi, mobilità, istruzione, accesso alla casa, relazioni sociali), anche la risposta deve essere più articolata.

Il ragionamento riguarda direttamente l’Irpinia, che presenta molte delle condizioni in gioco: piccoli Comuni, patrimonio abitativo inutilizzato, spopolamento, servizi da difendere, attività economiche in cerca di continuità, territori che provano a costruire nuove opportunità senza perdere la propria identità. Proprio per questo non basterebbe importare una piattaforma o replicare una call per nuovi residenti. Prima viene un’altra questione: quali condizioni deve costruire un paese irpino prima di chiedere a qualcuno di trasferirsi?

Guardando alle esperienze maturate finora, la risposta non può riguardare una sola voce. Servono case disponibili e accessibili, ma anche lavoro e servizi; infrastrutture e relazioni; amministrazioni capaci di accompagnare il processo e comunità disposte a confrontarsi con chi arriva. Serve soprattutto leggere ogni paese per quello che è, senza dare per scontato che una soluzione nata sulle montagne friulane funzioni sull’Appennino campano.

Il punto, quindi, non è soltanto quante persone potrebbero voler vivere in un piccolo Comune, ma se quel Comune sia in grado di trasformare l’interesse in una scelta e, dopo il trasferimento, in una possibilità reale di restare. Si passa così dal semplice ripopolamento alla costruzione di nuove forme dell’abitare: non solo chi potrebbe arrivare, ma che cosa dovrebbe trovare per scegliere di rimanere.




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