Spagna, cortei per la casa dopo la bocciatura dei decreti


Il 30 settembre vi avevamo raccontato le nuove tutele per gli inquilini spagnoli in vigore dal 1° ottobre, nate dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, costretta a lasciare la casa del quartiere di Retiro in cui aveva vissuto per settant’anni. Ripartiamo da lì, per capire come si è arrivati a questo sabato e che cosa resta oggi in mano a chi paga un affitto in Spagna.

Una nota sui numeri: per ogni piazza indichiamo la stima ufficiale della Delegación del Gobierno accanto a quella degli organizzatori; a Madrid, fra le due cifre, ballano più di 400.000 persone.

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Una piazza che si riempie a mezzogiorno

Il Palazzo di Cibeles, sotto il quale i cortei arrivati dai quattro punti cardinali della capitale si sono sciolti uno nell’altro, è la sede del Comune; lì, come lungo tutti i percorsi madrileni, non si è registrato un solo incidente. Il dato che colpisce arriva dal confronto con sette giorni prima: sabato 26 settembre, al grido di «Ni una Maricarmen más», la stessa Delegación del Gobierno aveva contato circa 25.000 persone. La piazza è quasi triplicata.

Madrid non era sola. I cortei hanno attraversato Málaga e Zaragoza, Palma di Maiorca e Santander, Cádiz, Las Palmas, Santa Cruz de Tenerife, portando ovunque le stesse richieste, che i promotori non hanno alcuna intenzione di addolcire: contratti a tempo indeterminato, affitti molto più bassi, l’esproprio delle case in mano ai cosiddetti fondi avvoltoio, lo stop a ogni sfratto.

Il motore di tutto è il Sindicato de Inquilinas, nato a Madrid nel 2017 e finanziato in gran parte dalle quote dei suoi iscritti. È l’organizzazione che una settimana fa ha piantato le tende della Puerta del Sol, ormai traboccate nelle vie intorno, nella stessa piazza da cui il 15 maggio 2011 partì il movimento degli Indignados. Una delle sue portavoce, Alicia del Río, l’ha scandito a corteo finito… indietro non si torna.

Valencia, le transenne del Palau de les Arts

A Valencia la giornata è cominciata prima, alle 11, nel centro della città. Più di 6.000 persone, secondo la Delegación del Gobierno, hanno camminato fino al Palau de les Arts Reina Sofía, dove era in corso il Real Estate Summit 2026: un congresso sugli investimenti immobiliari, scelto apposta come traguardo.

Lì la tensione è salita in pochi minuti. Un gruppo di manifestanti ha abbattuto le transenne, le ha scagliate contro gli agenti insieme ad altri oggetti e ha sfondato il cordone; qualcuno è arrivato fino alla terrazza del primo piano prima di essere fatto scendere. Gli antisommossa hanno risposto con cariche e proiettili di gomma. A fine giornata si contavano nove agenti della Policía Nacional feriti e cinque persone fermate, cifre confermate dall’agenzia EFE. Nel pomeriggio alcuni manifestanti hanno provato a montare le tende in plaza del Ayuntamiento, sull’esempio di Madrid.

Sei voti di scarto, sette decisivi

Per capire il sabato bisogna tornare al venerdì. Il Governo aveva diviso il pacchetto in due proprio per metterne in salvo almeno una parte: nel Real Decreto-ley 26/2026 c’era quasi tutto, nel 27/2026 soltanto il rinnovo automatico dei contratti d’affitto. Non è bastato.

I 178 no al primo testo si possono contare uno per uno: 137 deputati del Partido Popular, 33 di Vox, 7 di Junts per Catalunya, il seggio solitario di UPN. Sul fronte opposto c’erano PSOE e Sumar con ERC, Bildu, PNV, Coalición Canaria, Podemos, BNG e Compromís. Bastano due conti per capire dove si è giocato tutto: se i sette deputati di Junts si fossero astenuti, il decreto sarebbe passato per un voto. La ministra della Casa, Isabel Rodríguez, glielo aveva chiesto in aula fino all’ultimo, ricordando che il testo accoglieva il 90% delle loro richieste.

Sul secondo decreto l’esito era scritto in partenza, perché PNV e Coalición Canaria, che avevano già annunciato il loro no al rinnovo senza fine dei contratti, si sono aggiunti al blocco dei contrari. In giornata il Boletín Oficial del Estado ha pubblicato le due risoluzioni di deroga firmate dalla presidente del Congreso, Francina Armengol.

Gennaio, febbraio, ottobre

A chi segue la politica spagnola il venerdì ha lasciato addosso una sensazione di già visto. Lo stop agli sfratti delle famiglie vulnerabili prive di un’alternativa abitativa, nato con l’escudo social dei mesi della pandemia, era già caduto due volte quest’anno: il 27 gennaio, dentro un decreto che conteneva anche l’aumento delle pensioni; il 26 febbraio, quando il Governo lo aveva ripresentato separato dalle pensioni. Entrambe le volte PP, Vox e Junts avevano votato contro, con l’argomento che la moratoria finisse per proteggere le occupazioni abusive.

Il decreto di settembre la riportava in vita fino al 31 dicembre 2030. Da venerdì la Spagna è di nuovo dov’era a gennaio, priva di una moratoria generale per chi rischia di restare in strada.

Che cosa resta a chi paga un affitto

Con il voto di venerdì sono sparite la proroga straordinaria fino a due anni per i contratti in scadenza, il tetto del 2% agli aumenti dei canoni fino alla fine del 2027, il freno agli acquisti di case sotto il 70% del valore di mercato e le nuove regole su stanze e affitti temporanei. Insieme a loro se ne sono andate due novità di cui si è parlato poco, una detrazione statale del 10% sull’affitto per chi dichiara una base imponibile sotto i 33.007 euro e un prestito pubblico a tasso zero fino al 20% del valore della prima casa, con un tetto di 50.000 euro. Il secondo decreto avrebbe invece reso i contratti rinnovabili di cinque anni in cinque anni, di sette in sette se il proprietario è una società, con dodici mensilità di indennizzo a carico di chi avesse rifiutato il rinnovo fuori dai casi previsti.

C’è poi una questione che quasi nessuno ha sollevato e che per parecchie famiglie ha un prezzo in euro. Il decreto 26 era in vigore dal 1° ottobre, il 27 dal 2, il giorno stesso in cui è stato cancellato. In Spagna il rifiuto della convalida funziona come una deroga e guarda soltanto avanti: l’articolo 2 del Código Civil esclude che una legge abbia effetti retroattivi, a meno che non lo preveda espressamente. Ne discende una conseguenza molto pratica… chi aveva l’anniversario del contratto proprio il 1° ottobre ha maturato quel giorno un aggiornamento del canone soggetto al tetto straordinario, la stessa conclusione a cui arriva l’associazione dei consumatori OCU. Più incerta la sorte di chi in quelle ore ha chiesto una proroga, o dei procedimenti di sfratto sospesi grazie al decreto: lì l’ultima parola spetterà ai giudici, motivo in più per conservare gelosamente ricevute, raccomandate e ogni comunicazione datata.

Qualcosa rimane. La Ley de Arrendamientos Urbanos permette già oggi all’inquilino in condizione di vulnerabilità, certificata dai servizi sociali, di chiedere una proroga straordinaria fino a un anno, che il proprietario è obbligato ad accettare quando rientra fra i grandi possessori di immobili definiti dalla legge sulla casa; nelle zone dichiarate di mercato residenziale teso si arriva a tre anni, salvo eccezioni come il bisogno del proprietario di andarci a vivere o di lasciarla a un familiare stretto.

Era già successo, nel 2019

Un decreto bocciato può tornare in aula sotto un altro numero. La Spagna lo ha sperimentato proprio sugli affitti: il 22 gennaio 2019 il Congreso derogò il Real Decreto-ley 21/2018, che allungava la durata minima dei contratti; il 1° marzo il Governo ne approvò un altro, il 7/2019, convalidato il 3 aprile. Le durate minime oggi in vigore vengono da lì.

La strada è percorribile anche stavolta, purché si trovino i voti che venerdì sono mancati. La bozza consegnata da Junts al ministero, di cui ha dato conto anche COPE, va in tutt’altra direzione: proroghe dei contratti solo con il consenso del proprietario, sospensione degli sfratti decisa dai giudici caso per caso, detrazione per gli inquilini al 15% limitata al 2026 e al 2027, IVA al 5% sulle case nuove comprate come abitazione principale e una procedura che concede 48 ore a chi occupa un immobile per esibire un titolo valido.

Lo sciopero che la legge rende in salita

Da Atocha la portavoce Valeria Racu ha promesso uno sciopero generale «presto», da costruire insieme ai sindacati confederali con cui il Sindicato de Inquilinas è già in contatto. Nessuna data, per ora. Racu ha voluto però mandare un avvertimento a chiunque si candidi a governare: la mobilitazione andrà avanti in ogni caso. CCOO e UGT hanno appoggiato i cortei con un comunicato comune e riuniranno i propri vertici per decidere le prossime mosse; il segretario dell’UGT, Pepe Álvarez, ha scelto parole caute sullo sciopero, lasciando aperto uno spiraglio.

L’ostacolo sta scritto in una legge del 1977. Il Real Decreto-ley 17/1977 considera illegale lo sciopero proclamato per motivi politici o per fini estranei all’interesse professionale dei lavoratori e impone un preavviso scritto di almeno cinque giorni, che salgono a dieci nei servizi pubblici, con l’indicazione degli scopi della protesta. Ecco perché nei sindacati si ragiona su come agganciare la casa ai salari, a buste paga che non bastano più per pagare l’affitto. Il presidente della confindustria spagnola CEOE, Antonio Garamendi, ha già messo le mani avanti: per lui uno sciopero sulla casa non nasce da un conflitto di lavoro e la sua organizzazione ne controllerà la legalità. L’ultimo sciopero generale nazionale risale al 2012, contro le politiche del governo di Mariano Rajoy.

Due giorni alla Moncloa

Venerdì, prima del voto, Sánchez aveva chiesto la parola a sorpresa per rivolgersi a PP, Vox e Junts: la storia, aveva detto, vi giudicherà prima di quanto pensate e con più durezza di quanto immaginate. Poi è arrivata la sconfitta. Prima di decidere se chiudere in anticipo una legislatura che scadrebbe nel 2027, il presidente del Governo vuole pesare la forza della piazza e i sondaggi.

I tempi sono stretti. Fra la convocazione e il voto la legge elettorale spagnola impone 54 giorni, così la prima domenica disponibile è il 29 novembre, data che nell’entourage del premier nessuno si sente di escludere. La Costituzione affida la scelta al solo presidente del Governo, entro due paletti: niente scioglimento mentre è in corso una mozione di sfiducia, né prima che sia passato un anno dal precedente.

A frenare sono soprattutto gli alleati di Sumar, che un candidato ancora non ce l’hanno. Domenica ministri e dirigenti di Movimiento Sumar, Izquierda Unida, Más Madrid e Comuns si collegheranno in videoconferenza per parlare di casa e di elezioni. Podemos, che a quel tavolo non siede, mette davanti a tutto un’altra richiesta, affidata alla voce di Irene Montero: prima delle urne, un nuovo decreto che abbassi gli affitti e colpisca la speculazione.


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